Film stasera sulla tv in chiaro: SOLOMON KANE (giovedì 9 gennaio 2014)

Solomon Kane, Rai 4, ore 23,17.
Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film.
solomon9Solomon Kane di Michael J. Bassett. Con James Purefoy, Max von Sydow, Rachel Hurd-Wood, Pete Postlethwaite. UK/Francia/Repubblica Ceka 2009.solomon3
Un dark-fantasy non così banale, con qualche finezza in più rispetto alla media e con squarci che sembrano ispirarsi al Settimo sigillo di Ingmar Bergman (e al Verhoeven olandese). Più che vedibile.
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Mai avere pregiudizi. Vale anche per i film, naturalmente. Uno va a vedersi questo Salomon Kane convinto di trascorrere un paio d’ore in compagnia dei soliti effetti speciali e di un fantasy piuttosto déjà vu. In effetti sarebbe così, se non fosse che qua e là trapela qualche felice sorpresa che diremo. Ma partiamo dal già visto: Solomon Kane è l’ennesimo cavaliere errante in una terra desolata di pioggia e neve, tra massacri, fanciulle da difendere, il male che cerca di prevalere sul bene, creature demoniache, contadini vessati, streghe, castelli più fatali che fatati e quant’altro. Insomma, il repertorio del film fantastico-dark dell’ultimo paio di decadi, con la trilogia del Signore degli anelli in testa passando per Il corvo per arrivare a Van Helsig. Tratto da un corpus di racconti di Robert Ervin Howard, lo scrittore statunitense di Conan il barbaro morto suicida nel 1935, è una produzione franco-britannica girata in gran parte nella Repubblica Ceka (dove trovare oggi in Europa cupi paesaggi e sinistri villaggi se non da quelle parti?). Se ne parlava da anni, l’interprete inizialmente doveva essere Christophe “Highlander” Lambert, poi la parte è stata ereditata da James Purefoy, attore inglese di buon spessore, con un fisico longilineo e nervoso piuttosto lontano dal modello fisico tutto steroidi e muscoli arrotondati oggi dominante nell’avventuroso-fantastico. E già visto anni fa nel dimenticatissimo Domani di Francesca Archibugi. Nella scena d’esordio (forse la meno interessante del film, ed è un peccato) Solomon è un guerriero travolto dal gusto della violenza e dall’avidità, sulla cui anima Satana, signore delle tenebre, ha già esercitato il diritto di opzione. Ma Solomon si ritira in convento, vuole redimersi, ripulirsi, lasciarsi alle spalle quella vita di misfatti e salvare quel che resta della sua anima. Quando esce è un altro uomo e giura a se stesso che non riprenderà più in mano un’arma. Non sarà così, perché sul suo cammino troverà un esercito di banditi al servizio del male contro cui sarà costretto a combattere fino all’ultima battaglia. La vicenda si svolge nell’Inghilterra del Diciassettesimo secolo, con i puritani in procinto di partire per il nuovo mondo e la riforma già avvenuta. Ma la landa in cui si muove Solomon non ha confini temporali precisi, semmai assomiglia più a un barbarico, profondo medioevo che al Seicento. Fin qui il déjà vu, il prevedibile. A sorprendere abbastanza sono invece certe finezze, ad esempio la sensibilità storica, il clima iper europeo che aleggia nel film, la consapevolezza (di Howard? del regista Michael J. Bassett?) di quanto questo continente abbia sofferto e si sia dilaniato in passato. In Solomon Kane trovi l’eco delle guerre di religione (e la location ceka non può non rimandare all’eresia hussita), delle pestilenze, della caccia alle streghe, del baratro che inghiottì l’Europa dopo la morte dell’Impero romano e la sua frammentazione in un pulviscolo di territori dominati da despoti sanguinari. C’è poi un riferimento cinematografico alto ed evidente, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, anno 1957, con quel suo cavaliere triste Max Von Sydow inseguito dalla Morte che lo vuole carpire e che lui tiene a bada attraverso una lunga sfida a scacchi, e con la peste, le danse macabre, i castelli maledetti, i contadini carne da macello. C’è già molto di quello che diventerà il cinema fantastico degli anni Novanta e Duemila, di cui Il settimo sigillo è un antesignano mai ufficialmente riconosciuto. Ma il regista di Solomon Kane Michael J. Bassett ne è più che conscio, tanto da pagare il suo debito a Ingmar Bergman utilizzando per la parte del vecchio padre di Solomon addirittura l’attore feticcio del maestro svedese, Max Von Sydow: il cavaliere del Settimo sigillo. Da un cavaliere errante all’altro, dall’archetipo cinematografico al suo (aspirante) erede. Più chiaro di così. Certo, nel film c’è un’infinità di altre citazioni, compreso il Clint Eastwood taciturno e immusonito di Per un pugno di dollari, cui James Purefoy deve aver pensato più di una volta sul set, c’è il Viggo Mortensen del Signore degli anelli e di Alatriste. Ma è Bergman il nume tutelare di questo film di genere non banale né trascurabile.

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