Recensione. DISCONNECT ci fa (insopportabilmente) la predica sui rischi di tecnologia e new media

BBDisconnect, un film di Henry Alex Rubin. Con Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgård, Max Thierot, Paula Patton, Marc Jacobs.Marc Jacobs in una scena

Marc Jacobs in una scena

Ah signora mia, quant’è pericolosa la rete: un film che, attraverso più storie, ci avverte dei rischi della tecnologia e dei new media. Secondo un modello – nonostante la confezione aggiornatissima – assai vecchio di cinema che intende predicare e ammonire. Qua e là ci son torbidi gorghi che lasciano intravedere lo scatenato mélo che Disconnect sarebbe potuto essere, ma purtroppo non è. Di culto l’esordio come attore dello stilista Marc Jacobs, nel ruolo più laido di tutto il film. Voto 5B
Chissà perché questo film, presentato a Venezia fuori concorso nel settembre 2012 (peraltro senza lasciare traccia), esce nelle sale italiane solo adesso, un anno e mezzo dopo. Sono i misteri della distribuzione, e non è il primo caso. Non è che gli spettatori si siano persi nel frattempo un capolavoro. Disconnect si presenta come film indie (e lo è in effetti per il suo percorso produttivo), ma è nel suo fondo un apologo assai moralistico, di quelli con tesi già precostituita e incorporata, con tanto di storia piegata alla dimostrazione del teorema e personaggi che son manichini cui appendere il messaggio. Vale a dire il cinema più pesantemente didascalico, datato, convenzionale, antico che si possa immaginare. Non basta trafficare (narrativamente) con le nuove tecnologie e i new media come fanno il regista Henry Alex Rubin e il suo sceneggiatore Andrew Stern per entrare nella ipermodernità cinematografica. Qui siamo al signora mia dove siamo arrivati, tutto un allarmarsi e ammonire e indignarsi per il male che la rete può fare, e per tutti i suoi diabolici strumenti, smart phone e quant’altro. Che mi pare di essere tornati a una dozzina e anche più di anni fa quando nelle redazioni di quotidiani e periodici in crisi d’astinenza di argomenti forti e cose serie si scrivevan allarmati pezzi su internet e le chat quali ignobili e satanici gorghi e sentine di ogni nefandezza. Dalla tv cattiva maestra al web grande satana. Cambia il bersaglio, ma il moralismo è sempre quello. In Disconnect – che mi pare imperativo, dunque, tanto per non lasciare dubbi su dove il film voglia andare a parare: Disconnettiti! – si intersecano più storie, che scopriremo più avanti avere qualche punto di contatto e collisione secondo il modello ormai non più così fresco della trilogia Arriaga-Iñarritu (AmoresPerros, 21 grammi, Babel), i quali dovrebbero chiedere i diritti per quanti cloni son sgorgati sulla loro scia. Tutte storie tese a dimostrare che dalla rete è meglio stare alla larga. Dunque: una coppia giovane già con i problemi suoi scopre che un ladro misterioso ha clonato le loro carte di credito; un ragazzino viene cyberbullizzato da un paio di compagni di classe che lo spingono a farsi una foto imbarazante e poi lo sputtanano mandandola in rete; un ex poliziotto ora detective si renderà conto di quale piccolo sciacallo si sta crescendo in casa; una giornalista aggancia un ragazzino che si prostituisce via videochat per farsi raccontare la sua storia, poi si mette in testa di salvarlo. Insieme a quello dell’adolescente bullizzato, quest’ultimo è l’episodio più tosto e torvo, e anche sordido. Dove Disconnect lascia intravedere il melodramma che sarebbe potuto essere, se solo ne avesse avuto il coraggio. Invece regista e sceneggiatore piegano tutto al messaggio virtuoso e confezionano un film compunto che ci avrebbe guadagnato a mollare gli ormeggi e a buttarsi nel noir più efferato e nella storiaccia fiammeggiante. Gran stuolo di interpreti, tutti bravi, tutti a posto, con menzione speciale per Andrea Riseborough (attrice che amo molto) e il bello ma non solo bello Alexander Skarsgård. Ma il vero motivo di culto sta nella presenza come attore dello stilista (già Vuitton e ora non più) Marc Jacobs, devo dire perfetto nel ruolo più laido di tutti, quello del proprietario della videochat che schiavizza e prostituisce il ragazzino. Come villain ha una carriera assicurata, nel caso (improbabile) si stancasse di disegnar vestiti.

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