Recensione: LA MIA CLASSE di Daniele Gaglianone. Mastandrea fa di tutto per insegnare l’italiano agli stranieri (ma il film è troppo lambiccato)

Ripubblico la recensione scritta lo scorso settembre dopo la proiezione del fiulm alla rassegna ‘Venezia e dintorni’ di Milano.La mia classe 1La mia classe, regia di Daniele Gaglianone. Con Valerio Mastandrea, Gregorio Cabral, Jessica Canahuire Laura, Metin Celik, Pedro Savio De Andrade, Ahmet Gohtas, Benabdallha Oufa, Shadi Ramadan, Easther Sam. Presentato a Venezia alle Giornate degli autori/Venice Days, poi a Milano nella rassegna Le vie del cinema – I film di Venezia.La mia classe 2Mastandrea (ottimo come sempre) insegnante di italiano in una classe di stranieri adulti che recitano nella parte di se stessi. Idea bella e lambiccata, che non funziona così bene. Gaglianone mescola, come ormai si usa fare in tanto cinema indipendente e engagé, verità e finzione, realtà e sua rappresentazione. Ma finisce col restare intrappolato in un gioco cinematografico astruso. Voto 5 e mezzo
la mia classe 3Operazione lambiccatissima, e davvero non si capisce perché Gaglianone si sia cacciato in un film così complicato, tortuoso, labirintico, di cui poi finisce col restare prigioniero e ostaggio, e non abbia scelto invece un percorso più lineare. Se voleva mostrarci una classe di stranieri adulti che studiano italiano perché non girare un bel documentario in una delle tante realtà del genere? Perfino io conosco almeno un paio di persone che insegnano la nostra lingua agli immigrati, e dunque, se tanto mi dà tanto, ce ne saranno altre migliaia e migliaia nel nostro paese di storie così già bell’e pronte per essere filmate. Oppure Gaglianone poteva scegliere deciso la strada opposta della fictionalizzazione, una solida sceneggiatura, un bel ventaglio di caratteri e una drammaturgia che riflettesse sì la realtà, ma la sapesse anche trascendere, reinventare e rendere avvincente. Invece si astiene dall’una e dall’altra opzione, o meglio le cavalca entrambe, mescolandole, sovrapponendole, confondendole. Confondendosi e confondendoci. D’accordo che ormai la contaminazione, il meticciato tra documentario e fiction è uno degli sport più praticati nel cinema indipendente globale e da festival (si potrebbe stilare una lista di decine di titoli), però non è mica detto che il gioco riesca sempre e sia così facile. Questo La mia classe è davvero uno strano ibrido. Dunque, se ho capito bene, e sottolineo se, un attore, che è l’ottimo e adorabile Valerio Mastandrea, recita il ruolo di un insegnante di italiano in una classe di veri stranieri adulti (venuti da molti paesi: Ucraina, Nigeria, Costa d’Avorio, Egitto, Pakistan ecc.) i quali recitano se stessi. E già questo. All’inizio il film funziona molto bene. Gaglianone sa pedinare i suoi personaggi estraendone le storie, ma senza mai eccedere in guardonismo, sempre nel massimo rispetto, con un tocco di gentilezza che ricorda il De Sica neorealista. Sa far respirare il film, sa restituire al massimo della naturalezza e della credibilità le vite (ma anche le facce, i corpi) che ci mostra e racconta. Poi c’è Mastandrea, il solo attore in Italia in grado di reggere una sfida professionale del genere. Un maestro con un metodo tutto suo, magari non così didatticamente ortodosso, però efficace, bravo nel sintonizzarsi sui suoi alunni, nel coglierne ombre e pudori e non detti, di morbida e cortese durezza quando occorre spronare, anche un po’ cazziare. Suggerisce, corregge, incoraggia, senza mai scadere nell’orrida condiscendenza. Chiaro che la classe lo adora, anche perché non appena possibile lui infila le sua battute da Mastandrea coatto, che sembra di rivederlo ai tempi belli del Maurizio Costanzo Show. Gli si perdona anche qualche scivolata fighettistico-alternativa da prof giovanilista e gauchiste, come quando fa sentire Autostrada di Daniele Silvestri (bella, intendiamoci) invitando al commento gli alunni, neanche fosse Leopardi. Il guaio è quando cominciamo a non capire più se Gaglianone stia documentando o invece inventando-romanzando. I vari racconti dell’arrivo in Italia mi pare, e mi auguro, siano assolutamente veri, compresa la pipì bevuta nel deserto da Jessica per dissetarsi. Ma il mancato rinnovo del permesso di soggiorno per il ragazzo egiziano con conseguente esplusione: ecco, sarà verità o finzione-drammatizzazione? Scusate, non venitemi a dire che ciò è ininfuente “perché è il film, è l’opera in sé a contare, è il suo universo testuale”. No che non è ininfluente, perché – scusate – fa differenza che io sappia, che noi spettatori sappiamo, se Shadi (mi pare si chiami così il ragazzo egiziano) debba davvero tornare al suo paese o se, come dicevano le vecchie zie, ‘è solo un film’ (e lo dicevano ai nipotini disperati e in lacrime di fronte a Bambi). Ecco, l’espulsione di Shadi sembrerebbe finzione, avvalorata dal fatto che più tardi lui recita in carcere la scena del suicidio, e ancor più avvalorata dal fatto che la classe viene invitata dal regista a fingere davanti alla macchina da presa le proprie reazioni alla notizia. Ma con la vicenda di Issa come la mettiamo? Issa, della Costa d’Avorio, è il più ciarliero in classe, il più brillante. Adora venire a lezione, adora rispondere alle domande del maestro e intervenire. Ma un giorno arriva di cattivissimo umore: mancato rinnovo del permesso e conseguente espulsione. Stavolta non sembra più finzione, come per Shadi, ma realtà, stramaledettissima. E par di udire il grido finale del Padre dei Sei personaggi pirandelliani dopo l’irruzione sul palco nel bel mezzo della recita, quelle parole da brivido: ’Macché finzione, realtà signori, realtà!’. Già, ma siamo sicuri? Gaglianone ha così mescolato e confuso le carte del suo racconto che a questo punto siamo smarriti, e forse lo è anche lui. Tutto lascia intendere che il dramma di Issa sia vero, ma allora perché quell’ambiguissimo finale di lui arrestato e portato via dagli stessi due agenti che in una scena precedente avevano invece recitato la parte degli agenti? Gaglianone purtroppo spreca una straordinaria occasione drammaturgica. Forse, in questa funambolica e virtuosistica oscillazione tra realtà e sua rappresentazione, avrebbe dovuto davvero ripercorrere Pirandello, replicandone la lucidità di costruzione e strutturazione. Creare una recita, un grande teatro, un palcoscenico, per poi far irrompere lancinante la realtà, il suo urlo, la sua traccia sanguinante. Ma La mia classe purtroppo, nonostante la sua onestà, non è questo.
Aggiornamento alle ore 0,30 di mercoledì 25 settembre. Laura mi scrive che quando accade nel film a Issa è vero che i due agenti che alla fine lo portano via non sono gli stessi dell’analoga scena precedente con Shadi. Resto però dell’idea che l’ambiguità del finale permanga.

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