Recensione. ANITA B. appiattisce in un’estetica da fiction le incandescenti questioni del dopo-Olocausto

353A6526Anita B., un film di Roberto Faenza. Dal libro Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck, Garzanti edizione. Sceneggiatura di Edith Bruck, Roberto faenza, Nelo Risi in collaborazione con Iole Masucci. Interpreti: Elin Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Nico Mirallegro, Clive Riche, Guenda Goria, Moni Ovadia, Jane Alexander.anita 1Nella Cecoslovacchia post-bellica una ragazzina ebrea sopravvissuta ad Auschwitz prova faticosamente a ricominciare. Con una zia che rimuove e nega il proprio ebraismo e vuole solo cancellare e dimenticare. Un quasi-parente che la mette incinta. Amici che seguono il sogno sionista e se ne vanno in Palestina. Un materiale narrativo potenzialmente straordinario, solo che ogni asperità è smussata in questo film convenzionale e banalizzante. Un’occasione, e che occasione, buttata via. Voto 3.

Moni Ovadia

Moni Ovadia

Spiace parlarne male perché tratta di cose lancinanti, e di un tempo di orrori e tempeste per l’Europa, ma davvero questo Anita B. non lo si può guardare, privo com’è di una qualsiasi idea di cinema, di un qualsiasi azzardo stilistico e narrativo, di un’impronta in grado di conferirgli una riconocibilità, un carattere. Lo vedi e lo apparenti subito alla più melmosa e paludosa fiction di Rai Uno, quella dei santi e dei parroci di borgo che si fan detective, degli eroi della patria grandi e minimi. Narrazioni compunte e virtuose che han per fine l’edificazione e/o la rassicurazione dello spettatore. Eppure, Dio mio, ci fu un’era lontana in cui Roberto Faenza sembrò imprimere un qualche movimento e sussulto alla nostra macchina cinema, penso a quell’Escalation, suo film d’esordio, che, mescolando il famiglie-vi-odio alla Pugni in tasca bellocchiano con il clima contestativo antiborghese allora imoerante, fu uno dei film che meglio cavalcò e rappresentò il nostro Sessantotto. Che parabola, da quel piccolo però incisivo manifesto di ribellioni e anarchismi esistenzial-politici a questo Anita B., film da proiezioni (inutili) per scolaresche svogliate, refrattarie e riluttanti a ogni impegno e complessità e vogliose tutt’al più di saltare qualche ora di lezioni. Adesso, in prossimità del giorno della memoria, 27 gennaio, saranno parecchi gli studenti portati a vederlo, per via che Anita B. tratta di Olocausto, anche se del dopo, l’immediato dopo, delle sue conseguenze e ricadute sul mondo e le persone, e spero che la visione si riveli di una qualche utilità. Anche se permettetemi qualche robusto dubbio, perché non so quanto un’opera così banalizzata nella sua estetica, nel suo bozzettismo, nel suo scansare ogni visione rischiosa possa davvero inoculare il sano germe dell'(auto)interrogazione critica e della spinta alla conoscenza. O, semplicemente, della curiosità. Non so se in Italia arriverà mai Ida, il film polacco di Pawel Pawilowski vincitore del festival di Londra e proiettato a novembre al Torino Film Festival, lo spero fortemente, perché ci si possa rendere conto di come si possa (debba) fare oggi un film davvero lancinante, perturbante, potente sui segni lasciati dalla Shoah addosso a chi è sopravvissuto e a chi ne è stato coinvolto, da vittima o da carnefice o da spettatore-testimone. Ogni paragone con Anita B. è impietoso, anche se la materia narrativa presenta più di una consonanza. Il ricominciare dopo, la necessità di ricordare ma anche, all’opposto, la tentazione irresistibile, perfino la compulsione a dimenticare. Roba grossa, signori, solo che Ida va dritto giù nelle nostre coscienze e va a rovistare negli abissi peggiori di questo continente, della sua storia, e a rinfocolare giustamente fantasmi mai domati, Anita B. vorrebbe, ma non ce la fa, inerte com’è e puramente illustrativo. Con quella miseria postbellica così fasulla e visibilmente ricreata attraverso scenografie e lavoro di costumisti, con i cenci e le povere cose che han però l’aria perfettina e pulitina e non consunta, non rovinata, del trovarobato di Cinecittà o di altri magazzini. Anita ha quattordici anni, è di povera famiglia ebrea ungherese, è stata internata ad Auschwitz dove è sopravvissuta, e non sappiamo come, mentre tutta la sua famiglia è stata sterminata. Dopo un soggiorno in un campo di transito viene mandata in Cecoslovacchia, se ho ben capito area Sudeti, dalla sorella del padre, una donna scontrosa e dura che non vuole essere chiamata zia, che ha tutta l’aria di non volersi occupare di Anita, che sembra accoglierla obtorto collo. Ad Anita è proibito da Monika, questo il nome della zia che non vuole esserlo, di uscire (non ha ancora i documenti e potrebbe finire nei guai con gli occupanti russi), di parlare di Auschwitz, di mostrarsi agli altri come ebrea. Intanto si occupa del figlio della zia e di suo marito, e finisce con l’avere una storia con il femminiere Eli, fratello dello zio acquisito. Intorno a loro, in quel che resta della comunità ebraica, si fa largo la voglia di abbandonare l’Europa, quel mondo che li ha traditi (“i miei si sentivano prima cecoslovacchi, poi ebrei: non sono stati risparmiati” dice un ragazzo amico di Anita), e di andarsene laggiù in Palestina, di seguire i sionisti che stanno reclutando e organizzando la aliyah -il ritorno alla terra dei padri – e lì vogliono far sorgere uno stato ebraico (siamo nel ’45-46, lo stato di Israele nascerà solo nel 1948). Anita resta incinta di Eli, altre cose succederanno. Tutto raccontato – nonostante l’incandescenza della materia – con la massima convenzionalità, con attori spesso inadeguati (sorvoliamo sulla protagonista, il Robert Sheehan di Misfits che qui è il dongiovanni Eli non ce la fa a dare consistenza al suo personaggio, mentre è brava Andrea Osvart nel restituire le durezze e le spigolosità di zia Monika) e una compunzione, una melensaggine stucchevoli. Eppure, Dio mio, c’era parecchio di potenzialmente interessante, perfino esplosivo, da tirar fuori dalle pieghe del racconto. Il silenzio su quantoè ssuccesso che cala perfino tra molti ebrei sopravvissuti alla Shoah, il desiderio di dimenticare, di cancellare perfino la propria identità ebraica. Cos’è, l’oscuro sentimento della colpa dei salvati rispetto ai sommersi? Forse la vergogna della vittima che non vuole mostrare al mondo la propria debolezza? Forse il bisogno di mimetizzarsi, di celarsi per non essere coinvolti in un’altra catastrofe? Poi, il nuovo antisemtisimo che avanza tra gli occuoanti sovietici, i nuovi oadroni. L’indifferenza, se non l’ostilità aperta, della popolazione. Che magnifico film ne sarebbe potuto uscire. Che salutare botta per lo spettatore. Invece niente, tutto è appena accennato, annegato in un’aneddottica e in un bozzettismo anodini e anonimi, tutto è smussato perché non punga e faccia male. Non c’è nemmeno melodramma, perché non c’è passione vera, mai, non c’è il furore, l’estremismo malato e insieme salutare, il fiammeggiare del mélo. Ogni passione è spenta. Peccato. Moni Ovadia, malissimo utlizzato, fa Moni Ovadia. Jane Alezander è una sionista molto mascolina e lesbochic. Vien la malinconia a vedere tra gli autori della sceneggiatura Nelo Risi, il glorioso regista di film come Diario di una schizofrenica e Una stagione all’inferno, classe 1920. I dati di incasso del primo weekend di programmazione di Anita B. son disastrosi: ventottesimo posto in classifica. Sarebbe il caso di porsi qualche domanda. Certo, le copie distribuite son state poche (Faenza se n’è lamentato). Forse il pubblico, purtroppo, vuole dimenticare e rimuovere. O forse, il film sconta la propria mediocrità.

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