Recensione. LO SGUARDO DI SATANA – CARRIE riduce l’orrore visionario di Stephen King-De Palma a un virtuoso film di denuncia del bullismo

carrie104Lo sguardo di Satana – Carrie, un film di Kimbery Peirce. Con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Alex Russell, Gabriella Wilde, Ansel Elgort, Judy Greer.
carrie121Non riuscito remake del film di De Palma del 1976. Purtroppo la regista Kimberley Peirce non ha nessuna propensione per il visionario e l’orrorifico, e psicologizza e banalizza la storia della povera Carrie facendone un filmuccio di denuncia politically correct. Voto 4 e mezzo.
carrie102Certo, remakizzare quel caposaldo dello psycho-horror che è il Carrie di Brin De Palma, anno domini 1976, era una bella sfida, e anche una bella prova di tracotanza, diciamolo, di eccessiva fiducia in se stessi. Coi capolavori mica si scherza, meglio lasciarli dove stanno, negli archivi della storia del cinema, che dal confronto si rischia di uscire spappolati. Difatti. Mentre ti scorrono davanti le immagini di questo smorto prodottino – smorto nonostante qualche effettaccio speciale e il molto sangue profuso e diffuso – , non puoi non pensare a Sissy Spacek, ai suoi occhi con lampi di terrore & follia, al suo vestito insozzato, e ti vien voglia di rimettere indietro l’orologio o di salire su una qualsiasi macchina del tempo per tornare là. Non è solo nostalgia. Questo Lo sguardo di Satana – Carrie, che inverte i due pezzi del titolo italianizzato di allora, ripercorre fedelmente sia il romanzo di Stephen King che ne sta all’origine sia il Brian De Palma-movie, senza però mai farcela a decollare oltre la resa diligente e scolastica del testo. Con vistose incoerenze e smagliature e implausibilità che esistevano di sicuro già allora, ma che oggi appaiono molto più clamorosamente evidenti. Penso al personaggio della madre con la sua religiosità fanatica e ossessiva, col suo delirio sessuofobico, così improbabile e caricaturale che non si riesce mai per un attimo a prenderlo sul serio ed è già autoparodia (e non aiuta l’interpretazione – sovraccarica e sopra ogni riga e oltre ogni confine – della solitamente impeccabile Julianne Moore tra il più fetido granduignol e una qualche D’Origlia-Palma da teatro parrocchiale fondamentalista cristiano del MidWest). La parte finale di Carrie-contro-tutti, della sua vendetta contro nemici ma anche amici, non è disturbante tanto per la violenza messa in atto e per la gran quantità di gente che ci resta, ma perché fa di lei una stronza e una colpevole, perché ne nega la qualità di vittima e la issa nel campo degli assassini spezzando ogni possibile filo di complicità e comprensione nello spettatore. Come si può stare dall sua parte quando punisce non solo la nemica di classe che le ha dichiarato guerra, ma anche quei pochi che le han dato una mano? Qualcosa di storto che credo sia già in Stephen King (credo, perché il romanzo l’ho letto decine di anni fa e chi se lo ricorda più?), forse allora accettabile e digeribile per via di certe consonanze con la diffusa rabbia ribellistica indiscriminata di quegli anni. Rabbia che se la prendeva con tutti, e pure, anzi soprattutto con i ‘falsi amici’ visti come agenti dell’inganno, maschere dell’ipocrisia, incarnazione della marcusiana categoria della ‘tollerenza repressiva’ (a chi è capitato di leggere Marcude sa quel che dico). Oggi però no, non la si può reggere quella vendetta di Carrie erga omnes, che conferisce a Lo sguardo di Satana – Carrie un che di sconnesso, non-logico, sbagliato, sballato, anche fastidioso, irritante. Tutto comincia allorquando la povere Carrie si ritrova ad avere le sue prime mestruazione nei bagni della scuola senza saper manco cosa sino e, caduta in una crisi di panico, viene derisa dalle bulle della sua classe e filmata con il solito maledetto telefonino. Scena primaria che irradierà ogni successivo sviluppo del racconto. Figuriamoci, la madre sessuofobica adesso vede Carrie come una creatura lordata e ormai matura nel corpo, pronta a congiungersi carnalmente con gli odiati uomini, dunque da punire e purificare. Solo che, a complicare maledettissimamete le cose, c’è che la ragazza in contemporanea con la raggiunta fecondità sviluppa il potere della telecinesi, di spostare cose e persone con la forza della mente (o di chissà cos’altro), e saranno guai. In classe il fronte delle bulle si spacca, Sue la buona, o la un po’ meno stronza della altre, passa dalla parte della ragazzina vittimizzata e spinge il suo ragazzo, il più fico della scuola, a rinunciare a lei per l’imminente ballo di fine anno (un’istituzione in America, un rito di passaggio fondamentale) e a presentarsi invece con Carrie. La quale comincia a rifiorire, a farsi bella inm vista dell’evento ecc. ecc. Illusa, non sa cosa l’aspetta in quel salone del ballo. Il resto meglio non dirlo per via della paranoia dilagante anti-spoiler (eccheppalle però non farsi mai scappare una parola di troppo), anche se questa è una delle stori più conosciute, lette, raccontate, viste del secondo Novecento. La regista Kimberly Peirce, quella del Boys Don’t Cry che procurò il primo Oscar a Hilary Swank, sbaglia molto, moltissimo, compie inanzitutto l’errore di psicologizzare la storia come in un virtuoso e politically correct film di denuncia del bullismo scolastico femminile, nella sua versione Mean Girls stronze donne-contro-donna. Sicché tutta la parte orrorifica sembra male attaccata con un pessimo surrogato cines del bostik e se ne va via per conto suo, come un altro film autonomizzato e parallelo. Si vede chiarissimamente che Peirce non ha la mano né la vocazione per il fantastico, il supernatural, il visionario, a lei interessano solo il basso cabotaggio realistico e cronachistico dei soprusi e delle psicotorture cui Carrie è sottoposta in casa e a scuola, facendo di lei una sorta di santa martire laica. La messinscena è perbenino e composta, in flagrante contraddizione con le correnti sanguinarie e limacciose che percorrono il foschissimo racconto di King. La cerimonia del sangue, così centrale nello scrittore e soprattutto nella versione visuale di De Palma, qui viene orchestrata e messa in scena con malagrazie a di malavoglia, risolvendosi in truculenza da mediocre teen-horror movie. Chloë Grace Moretz, che pure altrove ha mostrato di esserci (Hugo Cabret, Dark Shadows), qui non ce la fa mai a essere il centro, il gorgo energetico del film, e lo attraversa come spaurita ed evanescente, quasi ectoplasmatica. Sissy Spacek non ha da temere, la vera Carrie reterà lei.

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