HAMLET, con Rory Kinnear. Al cinema dal National Theatre di Londra: solo il 28 gennaio (recensione)


Hamlet di William Shakespeare. Regia di Nicholas Hytner. Con Rory Kinnear (Amleto), Clare Higgins (Gertrude), Patrick Malahide (Claudio), David Calder (Polonio), James Laurenson (il re) e Ruth Negga (Ofelia). Una produzione National Theatre di Londra. Edizione originale con i sottotitoli. Distribuito da Nexo Digital. L’elenco delle sale sul sito Nexo Digital.
Con la trasmissione in digitale in sala di eventi speciali, teatrali e cinematografici ma non solo, Nexo Digital ha inventato nel nostro paese uno spazio di mercato che non esisteva, e che potrebbe riservare sviluppi interessanti per il pubblico, con la possibilità di accedere a spettacoli, e anche a mostre, altrimenti difficili da raggiungere. Questo Hamlet, per esempio, nei cinema domani 28 gennaio e solo domani, è una produzione di gran successo e impatto del 2010 del National Theatre di Londra, ora rimesso in circolo al cinema per celebrare i 50 anni del teatro. Attenzione, edizione integrale, durata di 4 ore e passa, compresa l’introduzione allo spettacolo del regista Nicholas Hytner e qualche fuori scena. Allestimento contemporaneo e contemporaneizzato che ci tiene a proclamare e esibire la propria modernità, tutto in abiti e arredi tra tardo Novecento e primi Duemila, in una delle tante attualizzazioni di classici che ormai da decenni si sono imposte e sono dilagate a teatro e all’opera. Operazioni spesso discusse e discutibili, qualche volta pertinenti, qualche (rara) volta rivelatrici di sottotesti rimasti nascosti e negletti e capaci di aprire squarci impensati. Il regista Nicholas Hytner (nella sua carriera di direttore artistico del National Theatre ha messo in scena tra l’altro History Boys e La pazzia di Re Giorgio) colloca la tragedia di tutte le tragedie shakespeariane, un successo ininterrotto da quattro secoli e mezzo, in un Palazzo che è il quartier generale di un regime autoritario, un regime di polizia con l’ossessione del controllo totale e manicale sui sudditi e sugli stessi ospiti della corte, tra spionaggi e delazioni e intercettazioni, e un Polonio responsabile dei servizi segreti e informativi di stato. Lettura non così forzata e stravagante, perché il testo di Shakespeare è impregnato della paranoia di Claudio, re uspurpatore che ha ucciso il fratello, legittimo sovrano, e ne he impalmato la vedova Gertrude, madre di Amleto, e teme di essere rovesciato. Un clima di sospetto regna a Elsinore, e la regia sottolinea, anche oltre il legittimo e il dovuto, la rete spionistica tesa dal potere sul regno, qualcosa tra la Ddr evocata da La vita degli altri e la Romania di Ceausescu e della Securitate. In my opinion, un’interpretazione che non aggiunge molto, e che non apre particolari finestre di significato, ma che neppure nuoce. Funziona meglio invece il clima di guerra moderna che si respira, e che ha i suoi fondamenti in Shakespeare (la guerra di frizione tra Danimarca e il regno di Norvegia, la spedizione in Polonia sempre dei Norvegesi che alla fine entrano da vincitori e pacificatori nella corte del dopo-massacro), con i kalashnikov imbracciati e pronti a colpire. Amleto è un giovane uomo per niente ragazzo (Rory Kinnear non è di sicuro un adolescente, è un trentenne pure parecchio stempiato) che la sua finta pazzia, volta a smascherare gli inganni dello zio usurpatore e assassino e della madre traditrice, la gioca c0n veemenza e una certa aggressività. La modernizzazione di questa messinscena sta soprattutto nel ritmo, alto, impresso agli attori e nel tono della recitazione di tutti, ma di Kinnear in particolare, scevra da ogni enfasi e altisonante verbosità e aulicità, e invece tesa, immediata, sporca, perfino sovreccitata, tant’è che anche la meravigliosa e a volte barocca lingua di Shakespeare ci sembra nostra contemporanea. Un allestimento senza polvere e accademismi, ma assai rispettoso del testo, che resta il centro indiscusso e il punto di forza, non soverchiato da scenografie e idee registiche troppo ingombranti. Edizione integrale, con tutte quelle parti che nelle molte versione cinemtaografiche son state ridimensionate o tagliate. Allestimento apparentemente spiccio e senza grandeur, e che dunque rischia di deludere i nostalgici degli Amleti sontuosi secondo Olivier e Zeffirelli, ma che restituisce in pieno la potenza della parola shakespeariana. Non ci si annoia un attimo, Shakespeare vince e sravince ancora confermandosi uno dei più grandi storyteller di sempre. Cast assai multietnico, ed è un segno dei tempi. Certo, un buon Amleto, ma non è il mio preferito, che resta quello corrusco, potente, barbaro – una meraviglia – del film russo-sovietico Gamlet del 1964 di Grigori Kozintsev. Con Innokenti Smoktunovski e le musiche di Shostakovich.
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