Recensione. L’IMMAGINE MANCANTE, il film franco-cambogiano che contende l’Oscar a Sorrentino. Raccontare i massacri khmer con figurine di creta, in un presepe dell’orrore

048453L’immagine mancante (L’image manquante – The Missing Picture), un film di Rithy Panh.048451Uno dei cinque nominati per l’Oscar la migliore film straniero, e film vincente fin da quando è apparso a Cannes, dove ha trionfato a Un certain regard. Un documentario-non documentario che ricostruire i massacri (due milioni di morti) nella Cambogia primi ’70 dei khmer rossi. E lo fa in modi non ortodossi, attraverso l’uso di figurine di creta. Scelta vincente, che consente al regista (che quegli orrori li ha vissuti e ha visto la sua famiglia sterminata) di realizzare un film unico. Purtroppo, a impedire a L’immagine mancante di essere grande, è la voce fuori campo, onnipresente, ridondante, strabordante. Voto tra il 6 e il 7.
1523384_452413871526090_1348494270_oAbbastanza a sorpresa, L’immagine mancante ce l’ha fatta a entrare tra i nominati all’Oscar per il miglior film in lingua straniera, in quella cinquina nella quale il nostro La grande bellezza sembra (tocchiamo il toccabile) al momento il gran favorito. A sorpresa, perché sono stati estromessi dalla rosa titoli sulla carta più accreditati del film di Rithy Panh e già dati per sicuri finalisti dagli Oscar-watchers come Il passato di Asghar Farhadi e il cileno Gloria di Sabastian Lelio. Ma il Best Foreign Language Academy Award, si sa, è tra tutti gli Oscar il più imprevedibile e negli anni passati ci ha abituati a colpi di scena come la vittoria-choc dell’argentino Il segreto dei suoi occhi su Un prophète di Jacques Audiard e Il nastro bianco di Haneke. Per questo meglio non dare per scontato niente su Sorrentino, anche se i pronostici son tutti dalla sua parte. Insidioso concorrente, questo L’immagine mancante, che corre per la Cambogia pur essendo una produzione anche (soprattutto?) francese, uno di quei film nati vincenti e razziapremi come s’è visto subito a Cannes 2013 dove ha portato via il riconoscimento massimo a Un certain regard. Dalla stampa soprattutto francese salutato come un film assoluto, e invece in my opinion certo importante, certo perturbante e agghiacciante, direi anche indispensabile, ma assoluto no, e di parecchio inferiore a un film che molto gli somiglia, quel The Act of Killing che è stato uno degli eventi veri, e non pompati dalla promozione, dell’anno appena finito. Anche qui si rievoca doverosamente uno dei massacri su larga scala che hanno insanguinato il mondo extraoccidentale nella seconda metà del Novecento e prontamente rimossi dalle nostre coscienze di europei tanto innamorati di ogni bandiera rivoluzionaria e per niente vogliosi di fare i conti e di prendere atto dei deliri criminali di molti regimi dal colore rosso. Trattasi in questo caso dei due milioni – due milioni! – di cambogiani finiti morti in quel gran gorgo in cui fu risucchiato il loro paese dopo la presa del potere, primi anni Settanta, dei khmer rossi, giovani rivoluzionari abbacinati da lezioni leniniane, marxiane e maoiste pessimamente digerite, con in testa l’idea di creare il famoso uomo nuovo e di spazzare quello (presunto) vecchio. Finendo col mettere disgraziatamente in piedi un colossale laboratorio di ingegneria sociale volto alla produzione di esseri per così dire decontaminati e depurati di ogni borghese avidità e individualismo. Quei criminali nell’inseguire il loro sogno di una società priva di macchia, dotata della perfezione accecante dell’utopia impossibile e oltreumana, non hanno esitato a uccidere – con le armi, o per stenti, per fame, per disperazione – una buona parte dei loro compatrioti. Soprattutto i borghesi, i piccoli borghesi, ritenuti inquinati dalle tossiche abitudini prerivoluzionarie e dunque, quando non uccisi seduta stante, deportati in campagna perché, in condizioni subumane, si rieducassero e riscattassero attraverso il lavoro manuale, il sudore e il sangue. Rithy Panh, il regista, da molto tempo residente in Francia, è stato uno di quei cambogiani deportati, lui con la sua famiglia, e solo lui sopravvissuto. Come parlarne, come raccontare? Come dire ciò che non si può dire? Un dubbio che è stato anche dei sopravvissuti di Auschwitz. La sua risposta è questo film, che rievoca e ripercorre la sua tragedia individuale e familiare e, insieme, quella del suo popolo. “Per molti anni ho cercato l’immagine perduta, una fotografia presa tra il 1971 e il 1975 dai Khmer rossi mentre dominavano e schiacciavano la Cambogia. Di per sé un’immagine non può provare un massacro di massa, ma ci dà modo di pensare, ci spinge a meditare, a registrare la storia. L’ho cercata invano negli archivi, nei vecchi giornali, nei villaggi cambogiani. Adesso lo so: quell’immagine dev’essere andata perduta. Così l’ho creata”, scrive Rithy Panh, in quello che è il manifesto, la dichiarazione d’intenti, del suo L’image manquante. Mancante forse perché – sembra suggerire Panh – l’orrore non è rappresentabile con il realismo. Tant’è che il suo film ricorre a una ricostruzione dei fatti e delle testimonianze non adottando la modalità del documentario, ma attraverso una strategia narrativa laterale, ricorrendo a figure di creta, statuine create da lui e dal suo staff, inserite di volta in volta in scenari urbani o di villaggi o di angoli di giungla o di campi di lavoro e prigionia. Tutte le location della grande follia khmer rossa all’opera riproposte in forma di scenografia da spettacolo di famiglia. Diorama che sembrano aggraziati presepi a uno sguardo lontano, ma che poi, visti ravvicinati, ci mostrano ciò che succedeva, ciò che è successo. Una scelta coraggiosamente antinaturalistica che è la chiave vincente di questo film, il segno forte che lo rende unico e riconoscibile, e che lo stacca dai molti documenti sullo stessa tema o altri analoghi. L’orrore e la Storia rievocati come in un’opera dei pupi, in un processo di teatralizzazione-messinscena che, anziché edulcorare i fatti, li rende finalmente visibili collocandoli alla giusta distanza, facendone narrazione. Che è poi, a ben guardare, lo stesso processo che attua sul suo materiale – i massacri in Indonesia degli oppositori di Suharto a metà anni Sessanta – Joshua Oppenheimer in The Act of Killing allorquando agli assassini di allora chiede di ricostruire e recitare e rappresentare hic et nunc i loro omicidi su larga scala. Rithy Panh mescola alle sue figurine animate footage della Cambogia felix prima della rivoluzione, scene di vita familiare, dei film più amati e popolari, i set meravigliosi di ori e pietre luccicanti e altre magie, la dolcezza del vivere a Pnom Pehn. Poi, la caduta. Footage di riunioni di partito e adunate a comando dei fedeli indottrinati, ragazzini trasformati in guardie del regime e in carnefici, e scarne immagini – le poche rintracciate credo – di migliaia di disgraziati a lavorare nel fango e nella polvere, a scavare inutili fosse, a spaccare e trasportare pietre come in una Dachau tropicale, corvée imposte allo scopo di sottrare alle vittime ogni residuo brandello di umanità degradandole a cose. Film indispensabile, come no, da vedere, da far vedere. Quello che gli impedisce di essere davvero grandissimo è il commento, l’onnipresente voce fuori campo, che non dà mai tregua, irrefrenabile, invasiva di ogni spazio, di ogni interstizio. In una lingua che, anziché essere fattuale, tende purtroppo, secondo il modello di certa intellettualità parigina, a una barocca cerebralità, a una ridondanza gonfia fino, spiace dirlo, alla petulanza. Costruzioni verbali che tendono al non-realismo lirico, all’enfasi, e che spesso son solo goffe. Vero, quanto Panh aggiusta il tiro e azzecca il tono, si resta inchiodati. Ma non sempre succede, il che fa di L’immagine mancante un grande film a metà.

Il regista Rithy Panh

Il regista Rithy Panh

http://www.youtube.com/watch?v=6gDRsGbCG1E

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