Recensione. I SEGRETI DI OSAGE COUNTY: troppa Meryl Streep

AI segreti di Osage County, un film di John Wells. Soggetto e sceneggiatura di Tracy Letts. Con Meryl Streep, Julia Roberts, Juliette Lewis, Ewan McGregor, Benedict Cumberbatch, Abigail Breslin, Dermot Mulroney, Chris Cooper, Sam Shepard, Margo Martindale, Julianne Nicholson.
ACome matriarca farmacodipendente, malata e parecchio stronza Meryl Streep si esibisce in un repertorio di smorfie, ghigni e occhiatacce da oscar della guittaggine. Che neanche le Bette Davis e le Joan Crawford ai loro tempi d’oro. È lei il centro di un dramma familiar-femminile torbido e foschissimo, con molti scheletri nell’armadio e ancor più panni sporchi. Purtroppo non siamo più negli anni ’50, e O’Neill e Tennesseee Wiliams sono modelli lontani e irraggiungibili. Voto 4.
MERYL STREEP and JULIA ROBERTS star in AUGUST: OSAGE COUNTYLui è un vecchio alcolizzato che non ce la fa più a scrivere le sue amate poesie, lei è strafatta di ogni possibile farmaco, con predilezione per le benzo e i painkiller, dunque con neuroni e sinapsi abbastanza spappolate e pure con un tumore alla bocca (la signora comunque continua a fumare come una turca e guai a portarle via le sue droghe che diventa una iena). Intorno l’Oklahoma d’agosto, stoppe e steppe riarse, le Great Plains di un piattume da stringerti il cuore e soffocarti e asfissiarti dentro. Lui scompare, e mentre la polizia fa ricerche lei convoca nella casa di famiglia lì in mezzo alla immensa piana assolata la sorella e il marito di lei, e le due figlie lontane, le quali arrivano accompagnate dai rispettivi uomini (la maggiore, oltre che con il marito, arriva pure con la figlia quattordicenne; la minore con l’ultimo dei tanti, troppi fidanzati che le son passati nel letto; la figlia di mezzo, aria triste, depressa e zitellesca, mamma non ha avuto bisogno di convocarla giacché se ne è sempre stata lì a casa, a farsi maltrattare dalla dominante e tirannica genitrice, che non fa che dirle ma guardati allo specchio, ma come sei smorta, ma come sei sciupata, e datti ‘na mossa sennò nessun maschio ti si piglierà mai). Quando ormai son tutti lì arriva la notizia che lo scomparso è stato trovato cadavere in un fiume, annegato, quasi sicuramente suicidato. Funerale, e riunione di famiglia. Si sa che al cinema, a teatro, e pure nella vita se è per questo, tali riunioni son più pericolose di un arsenale atomico sovietico abbandonato in una repubblica centroasiatica, che partirà il gioco al massacro, del rinfaccio e del rimbrotto, e che dagli armadi oltre ai polverosi vestiti usciranno gli scheletri ben riposti per tanto tempo e cominceranno a ballare, lì nei tinelli, nei salotti e salottini, la loro danse macabre. I panni sporchi poi: accumulati per troppo tempo fan sentire il loro lezzo e non si possono più occultare. Quante volte le abbiamo viste storie così? Tracy Letts sceneggia per il cinema il suo fortunato play familiar-drammatico che gli ha procurato un Pulitzer e una bella tenitura a Broadway e tante edizioni straniere. Con parecchie reminiscenze letterarie e non. Sullo sfondo, si sa, si staglian sempre gli Atridi e i loro scannamenti consanguinei, più vicini intravediamo Eugene O’Neill, un po’ di Arthur Miller e tanto, tanto Tennesseee Williams, che qui ritroviamo citato anche nel clima soffocante e sudaticcio che avvolge la torbida vicenda. Con la peculiarità che stavolta è tutto un affare di donne, tutta una partita cattiva e acida giocata tra la madre-matriarca-padrona, le tre figlie, la sorella e la giovanissima nipote che già promette benissimo allineandosi alla peggior tradizione di casa facendosi corteggiare dal fidanzato ultraquarantenne e porco della zia. Tutte cose che abbiamo già visto, e anche molto meglio di qui. Solo che la cavalcata atraverso i luridi segreti di casa con tanto di rivelazioni e colpacci di scena succulentissimi funzionavano alla grande nei melodrammi anni Cinquanta, in un mondo e in un tempo che il senso del peccato e dell’abiezione ce l’avevano ancora, e dove i corpi feriti e compressi dalla sessuofobia grondavano umori e malumori e si schiantavano nel dolore, nell’isteria, nelle autopunizioni, nel ferire per ferirsi. Passioni che erano anche – per vite vendute al vizio – passione, calvario, via crucis, ricerca vana di una redenzione. Ma oggi, nell’era del corpo anestetizzato e di ogni vera passione spenta, come si può inscenare un simile dramma familare, torbido e morboso, quando del senso di colpa – ingrediente necessario di simili narrazioni – si sia persa ogni traccia? Tutto stavolta si riduce difatti a un rinfaccio da cattiva psicologia da talkshow, anzi da cattiva e inutile psicoterapia familiare, senza profondità, senza abissi, senza lacerazioni sanguinanti. Senza tragedia, ecco. Il che rende ai nostri occhi I segreti di Osage County di scarsissimo interesse. Ma a condannare senza remisssione questo film è Meryl Streep che, convintasi di essere (come il mondo le dice da decenni) di essere la più grande attrice del globo terracqueo, si permette e si concede di ogni, in un repertorio guittesco di smorfie, occhiatacce, ghigni che neanche la D’Origlia-Palmi in La cieca di Sorrento. Indigeribile, irricevibile, inguardabile. Come matriarca stronza, tirchia, cattiva, castratrice ci dà dentro che neanche le Bette Davis e le Joan Crawford nelle loro più scatenate performance, non avendo peraltro né dell’una né dell’altra la naturale perfidia. Tutto in Meryl Streep, nelle sue performance, è meticolosamente costruito attraverso il mestiere, l’applicazione, lo studio ossessivo, ma siamo arrivati ormai all’esibizione virtuosistica e celibe, fine a stessa, autoreferente. Meryl Streep non recita più caratteri, recita se stessa, il che, francamente, non lo si regge. E dire che le hanno dato una nomination all’Oscar per I segreti di Osage County, che vien da piangere a pensare che son rimaste fuori cinquina Julie Delpy e Greta Gerwig. Una presenza, la sua, che condiziona, e non positivamente, tutto il film. Molto meglio Julia Roberts, dura, secca e segaligna come richiede il suo personaggio di figlia maggiore e di antagonista della madre. Un’attrice che ritroviamo asciugata e depurata di quella piacioneria tanto mostrata in carriera. Si rivede Juliette Lewis quale figlia smandrappata. Benedict Cumberbatch fa il ragazzone imbranato e un po’ impedito, a dimostrazione che quando si è bravi si può far tutto e il suo contrario, il super eroe (Into the darkness) e lo sfigato (qui). Pensando al Sam Shepard di I giorni del cielo di Malick stringe il cuore ritrovarlo in questo film, e ritrovarlo così. E vedendo all’opera il regista John Wells vien da rimpiangere i registi dei melò anni Cinquanta, i Douglas Sirk, i Richard Brooks, gli Elia Kazan che sapevano essere carnali e sporchi e insieme sublimemente stilizzati e stilizzanti. Niente di tutto questo in I Segreti d di Osage County. Con una regia modernizzante che muove parecchio la macchina da presa e punta sul realismo, rischiando però l’anonimato e la sciatteria.

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