Berlinale 2014. Recensione: IL GRANDE MUSEO: come riuscire a fare un documentario non didascalico e piatto sulla più famosa pinacoteca e luogo d’arte di Vienna

20148185_1Il grande museo (Der Große Museum – The Great Museum), un documentario di Johannes Holzhausen. Austria. Sezione Forum.
20148185_2Si riapre al Kunsthistorisches Museum di Vienna una sezione rimasta chiusa per anni, e il regista entra, filma i restauri e i lavori in corso, ci consegna ritratti non così convenzionali di chi nel museo opera. Con pezzi assai belli di pura forma e puro cinema. Un film immagino su commissione, ma non piattamente didascalico e promozionale. Voto tra il 6 e il 7.

Unico film in proiezione stamattina (giovedì 6 febbraio) prima del primo screening, a mezzogiorno, dell’ovviamente molto atteso The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Volete che sprechi una mattinata senza vedermi qualcosa? Non sia mai, così sono andato alla multisala Cinemaxx dove si dava, per la sezione Forum (diciamo la terza nel ranking dopo Competition e Panorama, quella dedicata alle cose più di confine) questo Der Große Museum che in altri giorni e in altre ore non sarebbe stato di sicuro in cima alla mia lista. Non è mica andata male, anzi meglio di quanto mi aspettassi. Un doc nato in un certo clima di ufficialità, immagino su commissione – dunque a forte rischio di trombonaggine e polverosità -, si suppone per informare e sensibilizzare sulla riapertura della Kunstkammer del Kunsthistorisches Museum di Vienna, gran contenitore di arte, arti e memorie nazional-imperiali. Ma l’abilità del regista ne fa un oggetto a sé, non celebrativo, o almeno celebrativo quel tanto che basta a non far arrabbiare i committenti, ricavandone visioni strane, derive surreali, dettagli e momenti di puro cinema, di pura forma scissa dal contenuto e ancor più dal messaggio, con anche un dietro le quinte di quel che appare al visitatore, i custodi, gli uomini e le donne incaricati della pulizia delle opere, i restauratori, i curatori, i responsabili massimi del museo e dei vari dipartimenti, i cacciatori di tarme e tarli insediati nei legni delle cornici e nelle tele delle opere (e par di rivedere il cacciatore-ripulitore di larve letali delle palme nel leone d’oro Sacro GRA). Momenti di cinema astratto, una pellicola a ricoprire un ritratto, a proteggerlo e insieme a separarlo dal mondo. Un ragazzo che in monopattino attraversa lunghissimi corridoi per ritirare una fotocopia, in una citazione smaccatissima e felice dello Shining kubrickiano. Teste mozzate, teste tolte dal resto del corpo scultoreo e adagiate su un cuscino, teste svitate. Le stanze del museo quasi distrutte per essere rimesse a nuovo, e riprese dal regista con un certo gusto teppistico e blasfemo, e profanatorio, penso alla scena, fantastica, del manovale che irrompe silenzioso in una magnifica sala vuota con magnifico pavimento e poi vi assesta un colpo demolitore di piccone. Una provocazione dadaista. L’arte amorevolmente presa in giro acciocché non si prenda troppo sul serio, e non si prendano troppo sul serio coloro che se ne occupano. Certo, abbiamo anche gli interventi dei due direttori, lui e lei, del Museo, la visita del Presidente d’Austria, gli incontri con quelli del marketing e della promozione immagine, le riunioni di budget (interessanti, come sempre quando si parla di soldi, tanto più in un contesto come quello dell’arte sovvenzionata, giacché in Austria come in Italia sono in gran parte soldi pubblici queli che circolano nei musei, e al pubblico bisogna risponderne). Con qualche personaggio che salta fuori. La curatrice del ‘secondo piano’ (in cui rientra anche la stanza dei Brughel che fu protagonista di un film visto nel 2012 a Locarno, Museum Hours, lì assai trascurato e uscito invece pochi mesi in America con gran sucesso). Bene, una signora assai chic, inflessibile, si vede dedicata al suo lavoro come a una missione, tutta vestita in minimale & chic stile Prada-Jil Sander-giapponesi vari e caschetto biondo tardo Vergottini da sciura milanese. Fantastica quando decide come e dove sistemare i quadri di una stanza, e a me ha ricordato una famosa direttrice di un giornale di moda quando ‘faceva la sequenza’, ovvero stabiliva l’ordine delle pagine del numero spostando e accostando per affinità visuali o per differenze. E poi, altro personaggio, il responsabile del settore armi e armature che se ne va in pensione. Peccato solo per gli orrendi lampadari (pezzi di arte contemporanea, ci tiene a dire la direttrice) firmati Olafur Eliasson di cui ricordavo cose migliori. Un documentario per niente noioso e didascalico, che si lascia guardare con piacere, e che se non raggiunge il vertice di Arca russa di Sokurov fa la sua bella figura nella galleria dei film dedicati ai musei (e non museificati).

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