Recensione: THE MONUMENTS MEN. Non si capisce perché Clooney si sia buttato in un film così bolso e gonfio di cliché

20147918_5The Monuments Men, regia di George Clooney. Con George Clooney, Matt Damon, Cate Blanchett, Bill Murray, Jean Dujardin, John Goodman. Presentato fuori concorso.
20147918_3Ma chi gliel’ha fatto fare a George? Un film di guerra come quelli anni Cinquanta-Sessanta, con i nazisti stereotipati e ogni possibile ovvietà, e scene di guerra al risparmio, e una pigrizia insopportabile nel ripercorrere il genere bellico, come se Inglorious Basterds e Salvate il soldato Ryan non ne avessere riscritto le regole. Un manipolo di esperti d’arte ha l’incarico di recuperare le opere depredate dai tedeschi e salvare quelle a rischio distruzione. Confuso, con sottotrame che si moltiplicano a oscurare l’asse narrativo principale. Compunto, bolso, retoricissimo. Attori sprecati. Voto 4.
20147918_2In questo momento, ore 18,00, il Palast è assediato da una folla mai vista da queste parti, da Cannes per intenderci, tutti assiepati ad aspettare l’arrivo sul red carpet di George Clooney e Matt Damon, più gli altri del glorioso cast, in occasione della prima ufficiale di The Monuments Men (quella per la stampa c’è stata alle 12,30). Strade bloccate, accesso interdetto all’area stampa all’interno del palazzo del cinema, e io, che ho avuto la pessima idea di uscire per andarmi a prendere qualcosa da mangiare, non son più potuto rientrare. Sembrano molto contenti i berlinesi di Clooney e del suo film, che pure usa tutti i cliché nazi-bellici del repertorio, inclusi bambini che scattano in piedi alzando il braccino e gridando Heil Hitler!, che se fossi un tedesco, pur chiedendo perdono per quanto ha combinato la Germania in quegli anni, gradirei oggi, anno 2014, un approccio un filino meno stantio. In The Monuments Men si ripiomba al cinema bellico anni Cinquanta e Sessanta, Il giorno più lungo e dintorni, come se film come Inglorious basterds e Salvate il soldato Ryan, che hanno riscritto il genere, fossero nel frattempo passati invano. Francamente, non mi spiego come Clooney, che da regista ci aveva dato cose interessanti come Le idi di marzo, si sia buttato in un’impresa del genere. Certo, non è che garriscano molte bandiere e si suonino marce trionfali in The Monuments Men, a dar fastidio è il procedere per luoghi comuni narrativi, sono le logore tipizzazioni dei caratteri (anche etno-nazionali), la riproposizione in automatco, stanca e pigra, del già visto e già sentito troppe volte. I nazisti son nazisti, per carità, ma perché ridurli ancora oggi a manichini in divisa dai movimenti, e dai riflessi, automatici? Non bastasse, il tronco narrativo principale vagola, come un sentiero heidegerrianamente interrotto. Trame parallele e sottotrame che si autonomizzano, che inghiottono molto spazio e fan dimenticare il quadro generale. Un’attenzione ai movimenti psichici delle persone questa sì abbastanza contemporanea, ma che finisce col rallentare non tanto l’azione – che non c’è proprio, e per un film che è anche bellico è grave – quanto il racconto, già faticosissimo di suo. Si salta da una parte all’altra dell’Europa invasa dagli alleati, senza mai connettere queste varie molecole di fatti, luoghi, personaggi in un corpo, in un organismo. Siamo a seconda guerra mondiale inoltrata, con imminente sbarco in Normandia e americani e inglesi già padroni del Sud Italia. L’esperto d’arte americano Frank Stokes chiama a raccolta un gruppo di gente del ramo (curatori di museo, studiosi, ecc.) per formare – con tanto di timbro d’approvazione di Roosevelt – una squadra speciale dell’esercito americano, The Monuments Men. Con la missione, si spera possibile, di salvare monumenti, edifici storici, soprattutto opere d’arte messi a rischio nell’Europa in guerra causa rapacità nazista (ma non solo, anche le bombe alleate fanno la loro parte, e Stokes in apertura di film ricorda la distruzione dell’abbazia di Montecassino). I nazisti, ecco, amanti dell’arte, purché non degenerata secondo la definizione del loro führer, talmente amanti da voler depredare e portarsi a casa il meglio dalla Francia, dall’Italia, dal Belgio, dall’Olanda. Il film non è ben chiaro su chi ruba che cosa e perché, ci sono cose d’arte e manufatti vari di pregio sottratti agli ebrei, ci sono le opere che dovrebbero confluire nel progettato e futuro Museo del führer a Linz, Austria, altre messe in nascondigli segretissimi e quasi inaccessibili, altre semplicemente messe nella propria saccoccia e privatizzate, per così dire, da qualche nazi furbastro. Gli Uomini dei Monumenti devono fare il più possibile, salvare dalla distruzione, recuperare quello che è stato trafugato, impedire che altri pezzi d’arte vengano portati via. Una missione che si svolge in parallelo e al seguito dell’avanzata alleata nel continente, verso Berlino. Dunque Stokes (Clooney), dopo adeguato e talvolta goffo addestramento del suo gruppo in Inghiterra (ma ve li immaginate Bill Murray e John Goodman a far training con ragazzotti che potrebbero essere loro nipoti? bene, io no, ma Clooney se li immagine e pure ce li mostra in addestramento), arriva prima a Parigi, poi Belgio, poi Germania. A Parigi vien lasciato fisso Granger (Matt Damon), esperto in arte medievale, perché da lì i nazi han depredato quantità ingenti di belle cose e bisogna indagare e scoprire, e perché lì ci sta Claire Simone, una signora accusata di collaborazionismo, una che molto sa di dove son finiti i tesori e che potrebbe diventare una fonte di informazione preziosa e fondamentale se solo si decidesse a parlare. Ma non parla, nonostante il corteggiamento praticato da Matt Damon, per motivi che scoprirete vedendo il film. Si procede per episodi spesso sconnessi, la pala d’altare rubata ai monaci, la michelangiolesca Madonna col bambino di Brügge. Ce la si deve vedere anche con i russi, che dove arrivano si cuccano loro le opere, quelle rubate da tedeschi in Europa e quelle tedesche, e se le portano a casa loro (e lì stanno ancora in gran parte, credo). Il che è uno dei pochi elementi non così sdati di questo polverosissimo The Monuments Men. Episodi di singolo eroismo, solo che quando li faceva Samuel Fuller ci metteva dentro il sangue, la carne e il senso di verità di chi quelle cose le aveva viste e fatte, qui siamo alla pallida riproposizione degli stereotipi. Si ha pure l’immpressione di una certa mancanza di mezzi, scene spettacolari non ce ne sono, lo sbarco in Normandi è una spiaggetta inquadrata da lontano. Un paio di villaggi distrutti smaccatamente rifatti in digitale, e c’est tout. Finale tremendo e bolso, che da George francamente non ci si aspettava. In questo film virtuoso e celebrativo, tutto basato sulle solite e ultramanichee opposizioni binarie, si corre il rischio continuo del pompierismo, anzi non lo si evita proprio. Risulta insopportabile la visione dell’arte come Regno Incantato del Sublime, come luogo ove ogni imperfezione umana viene riscattata nella Grande Bellezza. Un film che guarda all’arte con la compunzione attonita e un po’ ottusa del turista di massa portato al Louvre davanti alla Gioconda. Un bel disastro. Attori pessimi, o meglio, pessimamente usati. Non si salva nessuno, a partire dallo stesso Clooney (coi baffetti) e da Matt Damon. Naufraga pure una come Cate Blanchett in una parte impossibile. Dujardin e i grandissimi Bill Murray e John Goodman sprecati e (gli ultimi due) miscast. Con il finale più inguardabile da parecchio tempo in qua.
PS: Oggi al Palast, alla proiezione stampa, c’è stata un’interruzione di una ventina di minuti causa malore (pare infarto) di uno spettatore della galleria. A un certo punto si son sentite urla in tedesco e inglese, io ho pensato si trattasse di una contestazione neonazionalistica verso il film, altri hanno pensato a un’irruzione di Femen. Era tutt’altra cosa.

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