Berlinale 2014. LA MIA CLASSIFICA dei film del concorso (alla sera di mart. 11 feb.)

'Aimer, boire et chanter' di Alain Resnais. Al terzo posto.

‘Aimer, boire et chanter’ di Alain Resnais. Al terzo posto.

Cliccare sul link per leggere la recensione di questo blog

1) Kreuzweg (Stations of the Cross – Via Crucis) di Dietrich Brüggemann
Un film tedesco che finora è la vera sorpresa del festival. Una ragazzina sceglie la strada del martirio e del sacrificio di sé per salvare il fratello. Echi di Dreyer, Bergman, Mungiu. Da Orso d’oro.
2) The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.
Forse il miglior Wes Anderson di sempre, il suo film più adulto. Si merita ogni premio possibile.
3) Aimer, boire et chanter di Alain Resnais.
A 92 anni Resnais si conferma un maestro di quei suoi giochi di rimbalzo (fin dai tempi di Marienbad) tra realtà, finzione, illusione, inganno. Dove l’artificio è una strategia di disvelamento del vero. Stavolta mette in cinema, trasformando il cinema in teatro, il play del 2010 di Alan Ayckbourn Life of Riley. Un incanto, come tutti i film di Resnais degli ultimi quindici anni.
4) ’71 di Yann Demange.
Un film inglese su un episodio della guerra a Belfast nei primi anni Settanta. Prima parte di altissimo livello. Un film che sa restituite la minaccia, la claustrofobia, il senso di intrappolamento della guerra urbana.
5) Tu Mikro Psari (Stratos) di Yannis Economides
Il noir, con tanto di killer professionista triste, pero in chiave nouvelle vague greca. Ovvero desolazione, uomini guidati dalle loro pulsioni bestiali, depravazioni, degrado, e un senso cimiteriale che si insinua ovunque. Quasi due ore e mezzo, a tratti esasperante. Fughe di massa dalla sala. Però con momenti strepitosi (la scena iniziale, per esempio, nel cimitero degli autobus).
6) Praia do futuro di Karim Aïnouz
Ho deciso: il mio guilty pleasure di questa Berlinale. Un grandissimo film mancato. Un regista che sa costruire immagini potenti, ma purtroppo non sa o non ha voglia di raccontare. Una storia gay molto muscolare e maschia con passioni per le moto in puro stile Scorpio Rising. Purtroppo non c’è il coraggio di andare fino al fondo del triangolo lui-lui-lui. Ci fosse stato Fassbinder chissà cosa ne avrebbe cavato. Non se l’è filato nessuno, non uno straccio di applauso, dunque da adottare subito.
7) Tui Na (Blind Message) di Lou Ye.
Un gruppo di ciechi raccolti intorno a un centro massaggio di Nanchino. Pietismo zero, e una macchina da presa tattile e mobile e volutamente confusiva e brancolante che cerca di restituire la percezione del mondo dei non vedenti, o meglio, rendendo noi spettatori (parzialmente) non vedenti. Son tra i pochi ad averlo apprezzato, credo.
8) Jack di Edward Berger.
Un ragazzino e il fratello piccolo lasciati soli da una madre narcisa e irresponsabile. Ambientato a Berlino. L’applauso più lungo del pubblico del festival. Molto probabilmente lo troveremo tra i premiati.
9) La voie de l’ennemi (Two Men in Town) di Rachid Bouchareb
Meglio di quanto mi aspettassi, questo remake in terra americana (alla frontiera con il Messico) di un polar di José Giovanni, variazione ennesima sull’archetipo del galeotto alla ricerca (vana) di redenzione. Forest Whitaker e Brenda Blethyn, strepitosa, potrebbero portarsi a casa i premi come migliori attori.
10) Die Geliebten Schwestern  (The Beloves Sisters) di Dominik Graf.
Schiller e il suo amore per due sorelle, di cui una diventerà sua moglie. Un triangolo con uso di lettere classiche ricostruito in un period movie troppo lungo e dell’evidente destinazione televisiva, ma girato con brio, sveltezza, piglio contemporaneo e senza enfasi e paludamenti.
11) Zwischen Welten (Inbetween Worlds) di Feo Aladag
Quarto film tedesco del concorso (quinto se calcoliamo anche il finto brasiliano Praia do futuro). Però stavolta non ci siamo. Storia di un gruppo di soldati tedeschi in Afghanistan, mandati a proteggere un villaggio fuori Kandahar. Risvolti melò e un buonismo edificante insostenibile.
12) Kraftidioten (In Order of Disappereance) di Hans Petter Moland
L’ennesimo noir scandinavo (siamo in Norvegia), stavolta indirizzato con decisione verso il revenge movie. Con qualche tarantinata e qualche slittamento nel grottesco. Non male, ma non proprio da festival, e troppo derivativo. Poi io, che ci volete fare, il thriller scandinavo non lo reggo proprio.
13) Historia del miedo (History of Fear) di Benjamin Naishtat
Ormai è raro incontrare nel concorso di un festival di fascia alta una ciofeca assoluta. Questo pretenziosissimo quanto confuso e sballato film argentino lo è.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.