Berlinale 2014. Recensione: AIMER, BOIRE ET CHANTER di Alain Resnais. Il film di un novantenne conquista i jeunes critiques

Aimer, boire et chanter (Life of Riley), un film di Alain Resnais tratto dal play ‘Life of Riley’ di Alan Ayckbourn. Con Sabine Azéma, André Dussollier, Sandrine Kiberlain, Hyppolite Girardot, Caroline Sihol, Michel Vuillermoz. Presentato in concorso.
20146915_2Come già in Smoking/No Smoking, Alain Resnais prende un testo di Alan Ayckbourn e lo adatta ai suoi giochi di prestigio, di regista-mago che ci fa rimbalzare tra realtà, simulazione, finzione, artificio, vero e verosimile. Tre coppie, e un uomo di nome George di cui tutti parlano, ma che noi non vedremo mai. Uno spettacolo di magnifica leggerezza e intelligenza che qui ha conquistato i giovani critici, e Resnais di anni ne ha 91. Voto 8.
20146915_3Un incanto, come sempre il Resnais degli ultimi 25 anni, e anche di più di sempre. Ad anni 91 e mezzo (classe 1922, l’anno della marcia su Roma) uno dei padri fondatori del moderno cinema francese, forse il meno pososo di tutti, continua a divertire e divertirsi e divertirci confezionando un film di una levità di tocco senza pari, fatto di poche cose apparentemente volatili come una bolla di sapone, di un nulla iridescente che riesce a essere tutto. A essere un mondo. Un testo (teatrale, di quell’Alan Ayckbourn da cui Resnais aveva già preso Smoking/No Smoking) di abilità somma nel far dialogare i personaggi e nel dare loro tempi perfetti, una messinscena di vertiginosa eleganza travestita da cheap piccoloborghese, attori che sembrano rapiti in uno stato di grazia visto che non sbagliano una battuta, un gesto, un’entrata, un’uscita. Ma il Resnais touch sta soprattutto nei tre livelli, forse addirittura quattro, di realtà e irrealtà, di finzione e di rapresentazione con cui conduce il suo magistrale gioco filmico.
Sei personaggi, divisi in tre coppie lui/lei, si alternano, si scompongono, interagiscono a due, a tre, a quattro, in gruppo, in un set clamorosamente fasullo e posticcio e teatralissimo, dove l’artificio dichiara se stesso e la propria voglia di simulare, ingannare, creare una realtà parallela. Un set trompe l’oeil. Esterni e interni come in un teatro, e più di provincia che di una metropoli, con porte che si aprono e chiudono come in una pochade. Non solo questo. Ci sono le riprese in esterni, nella vera Inghilterra, non in quella posticcia dove agiscono gli attori, cui si aggiungono dei fermi-immagine riprodotti e duplicati in disegni. Resnais continua, esattamente come in Marienbad, a chiedersi e a chiederci dove mai stiano di casa la realtà e la verità, l’onestà e la finzione, mentre noi ci incantiamo davanti al velocissimo alternarsi di uomini, donne e fatti sullo schermo davanti ai nostri occhi, anzi sul palcoscenico. C’è la coppia stanca, c’è quella che si è appena formata dopo che lei ha mollato il marito, c’è quella in cui lui tradisce e pensa che lei non lo sappia e invece lo sa benissimo. Ma il vero perno della narrazione, il punto intorno al quale tutto ruota e inesorabilmente tutto ritorna, è il comune amico George, George Riley, di cui sappiamo essergli appena stato diagnosticato un male che lo condanna a morte nel giro di qualche mese. Ecco, si parla incessantemente di George, sempre di George, ma in absentia, in contumacia potremmo dire, se ne parla in modo ossessivo trasformandolo nel vero protagonista occulto, un protagonista che noi non vedremo mai. Tutte e le tre le donne hanno o hanno avuto a che fare con lui. Una l’ha sposato e poi lasciato, ma adesso vuole ritornare da lui; una lo ha amato da ragazza; una lo ha conosciuto e ha imparato ad amarlo da pochi giorni, da quando hanno deciso di coinvolgerlo come attore nelle prove di una commedia che stanno provando (e dunque potete immaginare la vertigine e gli abissi di questi continui rimandi tra teatro, cinema, ancora teatro, e così quasi all’infinito, fino a farci perdere il controllo). Tutte e tre saranno invitate, l’una all’insaputa delle altre, da lui in un viaggio a Tenerife, ma George non andrà con nessuna di loro. Ad accompagnarlo sarà, a sorpresa, una quarta donna. La meraviglia sta nel come Resnais affronta il testo e ci parla di questo piccolo Godot di nome George. Lo fa azzerando ogni possibile avanguardismo, anzi recuperando volontariamente un gusto da teatro boulevardier d’epoca, con scenografie piccolissimo borghesi, e di un countryside inglese di ossificata convenzione. A turno, ogni personaggio recita il proprio assolo guardando in macchina, in primo piano, sullo stesso sfondo argenteo e anonimo come una carta-regalo natalizia. In che anno siamo? In che tempo siamo? Il play è del 2010, ma Resnais lo scaglia in una sorta di non-tempo che riassume parecchi decenni del Novecento, citandoli tutti e condensandoli. Con un cast che, a parte Sandrine Kiberlain, ha almeno trent’anni di più dei propri personaggi, eppure non ce ne accorgiamo, non vogliamo accorgercene, inchiodati allo spettacolo ingannatore che Resnais/Prospero ha allestito per noi. Châpeau. A questo punto la domanda è: ce la farà Resnais a vincere qualcosa, magari l’Orso d’oro? La seconda domanda: ha senso mettere in concorso uno come lui che la storia del cinema l’ha fatta?

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