Berlinale 2014. Recensione: BLIND MASSAGE, un film bello e senza pietismi sulla cecità (e su cosa sia il nostro vedere e non vedere)

20144041_1Tui Na (Blind Massage), un film di Lou Ye. Con Guo Xiaodong, Qin Hao, Zhang Lei. Presentato in concorso.
20144041_2Storia e storie di un gruppo di non vedenti in un centro massaggi di Nanchino. Passioni, amori impossibili, quasi tradimenti. Ma quel che è interessante è come il regista muove la macchina da presa: facendola brancolare e agire confusamente, a mimare la percezione del mondo di chi non vede e, forse, per trasmettercela. Interessante, ma snobbatissimo qui a Berlino. Con un cast misto di attori vedenti e non vedenti. Voto 7.
20144041_3Dopo il film gay-oriented Summer Palace che gli aveva alienato le simpatie delle istituzioni cinesi e del sistema cinema nazionale, Lou Ye se n’è andato in temporaneo esilio in Occidente, per poi tornare in patria a girare prima Mystery (visto nel 2012 a Cannes) e poi questo Blind Massage. Che qui alla Berlinale è stato tra i film più sonnacchiosamente accolti e malamati, e non si capisce il perché. Tratto da un libro-romanzo, Massaggio cieco racconta di un gruppo di non vedenti variamente assortiti e approdati alla cecità per diversi motivi, malattie infantili, traumi, incidenti ecc. C’è chi l’ha vista non l’ha mai avuta e chi l’ha perduta ricordando di come è il mondo e addattandosi al buio. Ma Tui Na non è un film politicamente corretto sulla differenza o, come si usa orribilmente dire, sulla disabilità, è un film sulla vita, le vite, vissute in circostanze non medie, anche se poi alla medietà e all’integrazione tendono, eccome. Nessun pietismo, mai. Siamo in un centro massaggi di Nanchino dove il boss e la maggior parte di chi ci lavora è cieco. Nello staff ci sono coppie di non vedenti sposate, coppie in crisi, un ragazzo innamorato della cognata e frequentatore di bordelli, e una prostituta, vedente, che si innamora un po’ di lui. Altre storie e sottotrame. Non così particolamente interessanti, senonché è interessante, e molto, come Lou Ye ha deciso di girare. Con una macchina da presa mobile e prensile (del resto oggi così fan tutti, o quasi) che si muove come a tentoni, come brancolando e brancicando alla ricerca dei suoi oggetti e di una messa a fuoco, nell’intenzione registica – immagino – di restituire l’universo percettivo del non vedente, e l’importanza degli altri sensi, il tatto innanzitutto. Un film che passa confusamente e confusivamente da un corpo all’altro, da una faccia all’altra, da una storia all’altra, approdando a qualcosa di abbastanza speciale, se non unico. Una sorta di magma sensoriale. Film che ci obbliga ad acuire i nostri sensi e ad abbandonare le nostre consuetudini e pigrizie percettive per esplorare altre strategie. Sarà anche per questo che è stato rigettato da quasi tutti alla proiezione stampa.

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