Berlinale 2014. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso

20147599_31Tutti e 20 i film del concorso sono stati proiettati alla stampa, l’ultimo è stato il giapponese The Little House (mediocrissimo). Sabato 15 febbraio, verso le 19, la cerimonia ufficiale dei premi. La mia classifica finale è questa.

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1) Kreuzweg (Stations of the Cross – Via Crucis) di Dietrich Brüggemann
Un film tedesco che finora è la vera sorpresa del festival. Una ragazzina sceglie la strada del martirio e del sacrificio di sé per salvare il fratello. Echi di Dreyer, Bergman, Mungiu. Da Orso d’oro.
2) Boyhood di Richard Linklater
Un ragazzino, sua sorella di poco più grande, la madre e il padre divorziati. Richard Linklater ha girato con lo stesso gruppo di attori dal 2002 al 2013, registrando ogni anno l’evoluzione e il mutare psicofisico di questa complicata famiglia, con i due ragazzi che crescono man mano che il film continua. Il piccolo Mason dell’inizio lo ritroviamo alla fine al college, e l’attore che lo interpreta è diventato grande sotto i ostri occhi. Impressionante.
3) The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.
Forse il miglior Wes Anderson di sempre, il suo film più adulto. Si merita ogni premio possibile.
4) Aimer, boire et chanter di Alain Resnais.
A 92 anni Resnais si conferma un maestro di quei suoi giochi di rimbalzo (fin dai tempi di Marienbad) tra realtà, finzione, illusione, inganno. Dove l’artificio è una strategia di disvelamento del vero. Stavolta mette in cinema, trasformando il cinema in teatro, il play del 2010 di Alan Ayckbourn Life of Riley. Un incanto, come tutti i film di Resnais degli ultimi quindici anni.
5) To Mikro Psari (Stratos) di Yannis Economides
Il noir, con tanto di killer professionista triste, pero in chiave nouvelle vague greca. Ovvero desolazione, uomini guidati dalle loro pulsioni bestiali, depravazioni, degrado, e un senso cimiteriale che si insinua ovunque. Quasi due ore e mezzo, a tratti esasperante. Fughe di massa dalla sala. Però con momenti strepitosi (la scena iniziale, per esempio, nel cimitero degli autobus).
6) ’71 di Yann Demange.
Un film inglese su un episodio della guerra a Belfast nei primi anni Settanta. Prima parte di altissimo livello. Un film che sa restituite la minaccia, la claustrofobia, il senso di intrappolamento della guerra urbana.
7) Praia do futuro di Karim Aïnouz
Ho deciso: il mio guilty pleasure di questa Berlinale. Un grandissimo film mancato. Un regista che sa costruire immagini potenti, ma purtroppo non sa o non ha voglia di raccontare. Una storia gay molto muscolare e maschia con passioni per le moto in puro stile Scorpio Rising. Purtroppo non c’è il coraggio di andare fino al fondo di un amore che si fredda e forse si perde. Con un finale tra il triangolare e la new family assai accomodante. Ci fosse stato Fassbinder chissà cosa ne avrebbe cavato. Non se l’è filato nessuno, non uno straccio di applauso, dunque da adottare subito.
8) Jack di Edward Berger.
Un ragazzino e il fratello piccolo lasciati soli da una madre narcisa e irresponsabile. Ambientato a Berlino. L’applauso più lungo del pubblico del festival. Molto probabilmente lo troveremo tra i premiati.
9) Tui Na (Blind Message) di Lou Ye.
Un gruppo di ciechi raccolti intorno a un centro massaggio di Nanchino. Pietismo zero, e una macchina da presa tattile e mobile e volutamente confusiva e brancolante che cerca di restituire la percezione del mondo dei non vedenti, o meglio, rendendo noi spettatori (parzialmente) non vedenti. Son tra i pochi ad averlo apprezzato, credo.
10) Wu Ren Qu (No Man’s Land) di Ning Hao
Nella parte più desertica e selvaggia della Cina un avvocato si ritrova immerso in un’avventura allucinante tra predatori animali e umani. Un gioco al massacro ispirato ai western di Sergio Leone. Battuta detta dal cattivo alla vittima: “Tu sei vegetariano, io carnivoro”.
11) Die Geliebten Schwestern  (The Beloved Sisters) di Dominik Graf.
Schiller e il suo amore per due sorelle, di cui una diventerà sua moglie. Un triangolo con uso di lettere classiche ricostruito in un period movie troppo lungo e dell’evidente destinazione televisiva, ma girato con brio, sveltezza, piglio contemporaneo e senza enfasi e paludamenti.
12) Macondo di Sudabeh Mortezai.
Macondo è un casamento di immigrati in una qualche periferia austriaca. Un ragazzino, le due sorelle, la madre, scappati via dalla Cecenia dopo la morte del padre. Ma la nuova vita lì non è mica facile. Dubbi si aprono sul passato, sulla morte del padre. Ancora un film, dopo Jack, su un ragazzino che se le deve cavare troppo presto da solo. Poteva essere più interessante, una specia di psico-giallo con inquietanti risvolti etnici e politici. Ma la regista non ha il coraggio sufficiente, e il film resta a metà, anche meno. Però alla giuria potrebbe piacere molto.
13) Bay Ri Yan Huo (Black Coal, Thin Ice) di Diao Yinan
Un noiraccio con molti morti fatti a pezzi e una sospetta black lady e con un po’ di torbido di provincia alla Simenon. Però siamo in una Cina nordica, nevosa, sozza e fangosa e derelitta. Non tutto torna nel plot, ma l’operazione è interessante.
14) La voie de l’ennemi (Two Men in Town) di Rachid Bouchareb
Meglio di quanto mi aspettassi, questo remake in terra americana (alla frontiera con il Messico) di un polar di José Giovanni, variazione ennesima sull’archetipo del galeotto alla ricerca (vana) di redenzione. Forest Whitaker e Brenda Blethyn, strepitosa, potrebbero portarsi a casa i premi come migliori attori.
15) Kraftidioten (In Order of Disappearance) di Hans Petter Moland
L’ennesimo noir scandinavo (siamo in Norvegia), stavolta indirizzato con decisione verso il revenge movie. Con qualche tarantinata e qualche slittamento nel grottesco. Non male, ma non proprio da festival, e troppo derivativo. Poi io, che ci volete fare, il thriller scandinavo non lo reggo proprio.
16) Chiisai Ouchi (The Little House) di Yoji Yamada
Una piccola saga larmoyante, quella di una famiglia giapponese prima e durante la guerra raccontata dalla fedele domestica. Preparare i fazzoletti (nel caso arrivasse in Italia). Utile come ripasso della storia giapponese di quegli anni.
17) Zwischen Welten (Inbetween Worlds) di Feo Aladag
Quarto film tedesco del concorso (quinto se calcoliamo anche il finto brasiliano Praia do futuro). Però stavolta non ci siamo. Storia di un gruppo di soldati tedeschi in Afghanistan, mandati a proteggere un villaggio fuori Kandahar. Risvolti melò e un buonismo edificante insostenibile.
18) La tercera orilla (La terza riva) di Celina Murga
Di lentezza esasperante questo film argentino su una famiglia della medio-alta borghesia dove tutto sembra funzionare a meraviglia e invece no. Fino alla ribellione del figlio maggiore contro il padre. Ma per arrivare lì quanta fatica, madonnamia.
19) Historia del miedo (History of Fear) di Benjamin Naishtat
Ormai è raro incontrare nel concorso di un festival di fascia alta una ciofeca assoluta. Questo pretenziosissimo quanto confuso e sballato film argentino lo è.
20) Aloft di Claudia Llosa
Pensare che la regista ha vinto anni a un Orso d’oro. Questo film però è tremendo, impresentabile. Un indigesto pastone new age-miracolistico con colpe di famiglia e difficili redenzioni. La signora Llosa è riuscita pure a sprecare un cast importante.

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