Berlinale 2014. Recensione: MACONDO perde molte occasioni. Però è assai politicamente corretto e potrebbe vincere qualcosa

20143697_3Macondo, un film di Sudabeh Mortezai. Con Ramasan Minkailov, Aslan Elbiev, Kheda Gazieva. Austria. Presentato in concorso.
20143697_1Una famiglia cecena rifugiata in Austria dopo la morte del padre in guerra. Con un ragazzino, Ramasan, che già si muove come capofamiglia sostitutivo. Ma cominciano a emergere crepe e ombre dal passato e sulla figura del padre. Poteva essere uno Strategia del ragno in versione cecena, invece si banalizza in un ritratto politicamente correttissimo. Voto 5.
20143697_2Macondo è un agglomerato alla periferia viennese, una specie di Zen palermitano in versione danubiana dove vivono stranieri rifugiati politici. Il film si focalizza su una famiglia cecena arrivata in Austria nel 2006 dopo la morte del padre in guerra, in circostanze peraltro mai chiarite. La madre, una donna bella ma assai affaticata dalla vita in un paese altro, le due figlie piccole e Ramasan, il ragazzino, il figlio maschio, che da maschio si comporta e da capofamiglia in pectore. È lui a occuparsi delle sorelle quando la madre è al lavoro. Sembra inzialmente un altro di quei film su bambini precocemente soli e gravati di responsabilità, come il tedesco Jack, presentato pochi giorni prima di questo, sempre in concorso. Però Macondo si discosta abbastanza dal genere quando irrompe nella storia un vicino, un giovane uomo ceceno che dice di aver conosciuto nella guerra contro i russi il papà di Ramasan. È taciturno, solitario, con un paio di mani d’oro capaci di aggiustare qualunque cosa. Però isolato dalla piccola comunità cecena che ovviamente ha il suo minaccioso boss e si ritrova puntuale a pregare in moschea. Non gli vogliono bene, e lui ricambia l’ostilità. Un uomo misterioso, che su Ramasan comincia a esercitare un forte ascendente, colmando evidentemente il vuoto lasciato dal padre. Ma che comincia ad affascinare anche la madre, suscitando in Ramasan rabbia e gelosia. Il nucleo drammaturgico del film è la figura del padre scomparso e la sua progressiva disgregazione e demitizzazione. Ramasan sente di nascosto la madre confessare alle amiche che il marito l’ha dovuto sposare per forza dopo essere stata rapita, e di non averlo mai amato. Intanto, l’amico ceceno si mostra reticente sul padre di Ramazan, gettando ombre su di lui. Ci sarà un finale drammatico, e un altro finale in cui incongruamente la regista cerca di rimettere insieme i cocci, in una fintissima riconciliazione. Uno di quei film che sarebbero potuto diventare qualcosa di ottimo e che invece non ce la fanno per mancanza di chiarezza sui propri obiettivi, per carenza di sceneggiatura, soprattutto per mancanza di coraggio. E Macondo ci annoia pure con le interminabili partite a pallone dei ragazzi nel playground e le loro scorribande, e con molte minuzie quotidiane di nessun interesse. Per un momento ho sperato che il film svoltasse verso una specie di Strategia del ragno bertolucciana in versione cecena, ma figuriamoci, quando si aprono finestre su qualcosa di appena appena disturbante la regista blocca e spranga, non sia mai che qualcuno si infastidisca. Così ci dà l’ennesimo film politicamente correttissimo e anodino di cui non sentivamo il bisogno. Però all’anima engagée di tanti critici è molto piaciuto, e se si instaurano i giusti equilibri geopolitici in giuria, potrebbe anche (immeritatamente) vincere qualcosa.

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