Goodbye to Berlin (dopo il 43esimo film)

Stadmite, la stazione del metrò - linea U2 - vicina al mio hotel. La mia stazione di riferimento

Stadtmitte, la stazione del metrò – linea U2 – vicina al mio hotel. La mia stazione di riferimento

da Starbucks, vista sul Sony Center

da Starbucks, vista sul Sony Center

'Le Beau Danger' di René Frölke, su Norman Manea

‘Le Beau Danger’ di René Frölke, su e con Norman Manea

Prendo il titolo a prestito da Christopher Isherwood, e che lui dall’altra parte del cosmo mi perdoni, ma non ho resistito alla citazione, ecco. Sono in partenza dopo 12 giorni di Festival di Berlino e 43 film, alcuni eccellenti, parecchi buoni, qualche ciofeca. Scrivo dal primo piano di Starbucks, quello figo del Sony Center, mica quello caotico e parecchio lercio (con tutta la gente che ci passa e piccolo com’è) vicino al Palast e all’Hyatt. Primo piano, dicevo, con tanto di vista sul Sony e relativa cupola che la notte si illumina di blu e rosa (un po’ sporchiccia però, dovrebbero darle una ripulita). Sotto di me – è domenica –  gente che va gente che viene, che mica per niente era l’incipit di Grand Hotel con la Garbo ambientato proprio in un hotel berlinese, il mitologico Adlon, e gente che entra al CineStar, uno dei cinema della Berlinale (lì ieri mi son visto due film). Eccomi reduce fresco fresco dal mio 43esimo, e ultimo, film da spettatore di questo festival, visto all’Arsenal, piccola sala qui sotto nel basement della Haus der Film, insomma la cineteca. Un doc della sezione Forum, la più sperimentale dunque la più avanguardistico-berlinese, sullo scrittore rumeno, esule dall’86 negli Stati Uniti, Norman Manea, realizzato da un giovane regista tedesco, René Frölke, poco più che un ragazzo, che alla fine ha scambiato, come si usa qui, qualche parola con il pubblico. Titolo, Le beau danger. Io son scappato via dal dibattito perché va bene tutto, ma un film così punitivo non mi capitava da un pezzo, e ‘sti benedetti giovani autori dovebbero imparare a essere un po’ meno narcisi e attaccati alla forma e un filo di più alla comunicazione. Dunque: un doc su uno scrittore di cui per quaranta minuti non ci viene mai detto il nome, lo si fa vedere solo di sguincio e in immagini tremolanti e rigate in bianco e nero, quando le immagini non sono di un misterioso bosco e di varia microfauna (vermi ecc.). Perché lo schermo è occupato perlopiù da brani lunghissimi, interminabili, di libri che si suppongono dello stesso Manea. Peccato che i testi siano solo e rigorosamente in tedesco senza uno straccio di sottotitoli in inglese. Si annoiavano pure i berlinesi, figuriamoci gli altri. Se non son scappato è perché mi trovavo al centro della fila e non volevo disturbare troppi spettatori. Grazie a Dio a un certo punto del penitenziale film si sente parlicchiare in italiano. Siamo difatti al salone del libro di Torino dove Manea è ospite. L’avanguardistico giovane regista tedesco ci dà però appena il tempo di afferrare qualcosa e poi toglie il sonoro, taglia le immagini, vira su altro, giacché non sta bene essere troppo didascalici, e comunque quei pochi sottotitoli di spiega che si degna di mettere sono ancora e sempre in deutsch. Man mano che si procede qualcosa di più si capisce, scopriamo che Manea è in giro per il mondo forse a lanciare un libro, lo vediamo dopo Torino a Bucarest, dove riceve una laurea honoris causa, poi nella città della Bucovina dove è nato e da dove a cinque anni è stato deportato quale ebreo in un lager. Eccolo al cimitero ebraico, davanti alle tombe si immagina di parenti e conoscenti (le lapidi portano in gran parte come data di morte la stessa, il 7 luglio 1942, come luogo lo stesso, Cernauti, che immagino sia il nome rumeno di Czernowitz. Che in quel giorno sia avvenuto un massacro di ebrei?). Quindi un giro a Buenos Aires, e il ritorno a casa, la casa dell’esilio, in America, nell’università dove insegna. Qualche raro squarcio a colori, ma è quasi sempre il b/n a dominare. Uno di quei documentari assai moderni e nuovi che non spiegano, cercano una comunicazione indiretta e non didascalica, perlopiù emozionale e visuale, adottando strategie di rappresentazione assai eleganti ed ellittiche. Il risultato è un prodotto formalmente e visivamente molto interessante, ma che non ci dice nulla di Norman Manea. Una bella, classica, tradizionalissima intervista avrebbe potuto dirci di più. Il giovane regista fichissimo produce un film fichissimo e ostico, però di una povertà contenutistica e informativa da far cascare le braccia. L’impressione, a dirla tutta, è che il giovanotto poco sapesse di Manea prima di girarci il film, e poco sappia anche dopo averlo girato.

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