Alain Resnais a Cannes 2012. Recensione del suo VOUS N’AVEZ ENCORE RIEN VU: Orfeo nell’oltre-vita

Alain Resnais, meravigliosamente elegante con la sua camicia rossa, a Cannes 2012 a presentare il suo 'Vous n'avez encore rien vu'.

Alain Resnais, meravigliosamente elegante con la sua camicia rossa, a Cannes 2012 a presentare il suo ‘Vous n’avez encore rien vu’.

Ripubblico la recensione di Vouz n’avez encore rien vu (Non avete ancora visto niente) dell’appena scomparso Alain Resnais, scritta dopo la presentazione del film in concorso al festival di Cannes 2012. Un film che, con la leggendaria leggerezza e soavità del suo regista, tratta della morte e di come attraversarla, attraverso la riproposizione e riconsiderazione del mito di Orfeo. Un’opera straordinaria, di abbagliante perfezione, mai arrivata in Italia.

Resnais sul set del film

Resnais sul set del film

Vous n’avez encore rien vu, regia di Alain Resnais. Con Sabine Azéma, Pierre Arditi, Anne Consigny, Mathieu Amalric, Lambert Wilson, Michel Piccoli. In Concorso per la Palma d’oro.
045110A 90 anni Alain Resnais colpisce ancora con un film di sublime eleganza. Anche questo è, come Amour di Haneke, una riflessione sul fine-vita. Ma qui si preferisce la chiave del neomitologico, attraverso la messinscena rituale dell’Eurydice di Jean Anouilh.

Resnais sul set del film

Resnais sul set del film

Dicono: ma è un film senile. Certo, come no? Alain Resnais ha 90 anni, e questo film è carico di tutta la sua storia e sapienza registica, e nello stesso tempo incantato, aereo, come senza peso, un esercizio di stile condotto con mano sicura e invidiabilmente leggera. Il drammaturgo Antoine d’Anthac prima di suicidarsi manda un messaggio agli attori che nei vari anni hanno recitato il suo capolavoro Eurydice: dovranno ritrovarsi tutti insieme nella casa preferita dal defunto e assistere alla registrazione-video di una giovane compagnia che ha rimesso in scena la commedia, giudicarla, se necessario intervenire con suggerimenti e consigli. Una sorta di speciale, molto speciale rito funebre. In realtà Alain Resnais prende a prestito il testo dell’Eurydice di Jean Anouilh, gran drammaturgo del teatro parigino tra le due guerre e oltre, un’attualizzazione del mito classico con una Euridice che fa parte di una compagnia di attori e un Orfeo giovane violinista. Si innamorano, scappano insieme, verranno inseguiti dall’ex amante di lei, poi in un incidente Euridice perde la vita. Interviene il misterioso Henri, che offre una chance all’inconsolabile Orfeo: potrà ritrovare l’amata ai confini dell’oltretomba, a patto però che non la guardi in faccia fino a quando le luci dell’alba non avranno allontanato la notte. Se trasgredirà, la perderà per sempre. Ma Orfeo non resiste, si volta a guardarla, ed Euridice viene di nuovo inghiottita dalle tenebre. C’è solo un’altra chance, ed è quella che anche Orfeo scenda nel regno dei morti e resti con lei per sempre nell’oltretomba. Così sarà. Ora, se Haneke la morte l’ha affrontata come abbiamo visto in Amour mettendoci crudamente davanti agli occhi il degrado fisico e lo stadio terminale di una vita, Resnais la affronta e anche la esorcizza con questo testo-riflessione-meditazione di Anouilh, forse datato ma di sicuro, così almeno emerge da Vous n’avez encore rien vu, ancora altamente evocativo. La morte secondo Anouilh e questo Resnais è un viaggio da cui si può tornare e/o in cui si può sprofondare mantenendo qualcosa della vita terrena. Certo non è il Nulla, l’assoluto zero, piuttosto un Altrove. (E adesso, proprio mentro sto scrivendo, vedo sui maxischermi scorrere le immagini di un elegantissimo Alain Resnais che in camicia rossa, cravatta nera e classico trench – piove, piove ancora su Cannes! – percorre il tappeto rosso e sale la Montée des marches). Ma torniamo a Eurydice: Resnais incomincia mostrandoci su video le immagini della nuova messinscena giovane, una versione modernista-brutalista più anni Sessanta-Settanta che dei nostri anni Duemila, secondo i codici e i canoni di un avanguardismo assai vetusto. Ma anche questo contribuisce a rendere il film un oggetto a sè, fuori dal tempo, fuori contesto, irrelato rispetto all’oggi, il che è una delle ragioni del suo potere fascinatorio. Nella piccola platea della casa di campagna del defunto, gli attori delle precedenti, storiche messinscene guardano non entusiasti la nuova versione e man mano loro, i vecchi interpreti, si sovrappongono ai nuovi, ripetono le battute, poi gliele rubano, le anticipano, fino a rimettere in scena loro stessi intere parti di Eurydice. Teatro nel teatro. Teatro nel teatro nel cinema. Sembra di assistere a un tardo pirandellismo (però, che differenza abissale rispetto al’ultimo Ozpetek), ma anche a un ritorno di Alain Resnais agli sperimentalismi dei suoi lontani, fondamentali capolavori come L’anno scorso a Marienbad, con il tessuto narrativo continuamente decostruito, scheggiato e ricostruito secondo l’allora dominante teoria (moda?) strutturalista, con duplicazioni, rifrazioni, rispecchiamenti, ripetizioni più o meno differenti. Oltre alla coppia giovane Euridice-Orfeo della videoregistrazione, tra gli ospiti della villa ce ne sono ben altre due delle messinscene precedenti, quelle composte da Pierre Arditi e Sabine Azéma, e da Lambert Wilson e Anne Consigny (tutti gli attori vengono convocati e chiamati nella scena iniziale con i loro veri nomi, e tali li mantengono per tutto il film). Sicchè in certi momenti assistiamo alla stessa scena recitata-ripetuta da ben tre coppie Orfeo-Euridice diverse, magari con l’aiuto dello split screen, e chi come me ricorda questi vecchi, adorabili gochi cineteatrali di un tempo non può non rimanerne ancora soggiogato. Il film, di sublime eleganza e stratosferico stile, giunge al suo finale, che è più sorprendente di quanto non ci si aspetti. Ti rimane addosso una sensazioni di leggiadria, incanto, fragilità preziosa. Un discorso sulla morte condotto con infinita, anche stoica grazia. Intorno al gran Resnais parecchi dei suoi attori preferiti, Lambert Wilson, Pierre Arditi, Anne Consigny e naturalmente Sabine Azéma. Poi, ripensando al film, mi è tornato in mente un’altra rilettura cinematografica dello stesso mito, Il testamento di Orfeo di Jean Cocteau.

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