Recensione. UNA DONNA PER AMICA: il mestiere di Veronesi non riesce a salvare un film costruito sul niente

1623574_436603863138082_1933949951_nUna donna per amica, un film di Giovanni Veronesi. Con Fabio De Luigi, Laetitia Casta, Monica Scattini, Geppi Cucciari, Virginia Raffaele, Valeria Solarino, Valentina Lodovini, Adriano Giannini.
1979706_436604649804670_458973811_nPuò esistere l’amicizia uomo-donna? Intorno a questo fintissimo dilemma, di cui visibilmente non importa niente a nessuno, ruota con gran fatica il film. Che vaga in un deserto narrativo e, nonostante Veronesi sappia girare con fluidità ed eleganza, non decolla mai davvero. Peccato. Che poi non se ne può più di film con location Salento, ormai trasformato nel presepe del nostro cinema. Voto 5+
1902835_436802033118265_182519555_nSi può costruire un film sul poco, anzi sul niente? Sì che si può, se alla mancanza di una storia e di solide narrazioni si sopperisce con le armi dello stile, con la leggerezza e la grazia, con dialoghi scintillanti e acuminati, con un marivaudage lieve e fragile come una bolla di sapone e altrettanto iridescente. Un certo Rohmer, per dire. Giovanni Veronesi non è Rohmer, però bisogna riconoscergli che ce la mette tutta a girare bene, con fluidità e mestiere, questo non-storia, questo nulla che ahinoi nulla resta senza alcuna possibilità di riscatto, nonostante la regia assai consapevole e per niente dozzinale. Perché, scusate, a chi volete che importi il dilemma vetusto quanto irrilevante se possa esistere davvero amicizia tra un uomo e una donna? Che poi dovrebbe costituire il pilastro narrativo su cui poggiare film, e invece lo sbriciola. Una di quelle finte questioni che, ricordo, andavan forte sui magazine femminili una ventin d’anni fa quando si era in carenza di argomenti per riempire le troppe pagine, e produceva articoletti e articolesse che puntualmente non riuscivan mai a sciogliere il dilemma nonostante l’intervento di un fottio di psicologhe da strapazzo e da talk show. Ora, io non so e non capisco perché Veronesi si sia impantato in una simile fangosa palude, vedo solo come ansima e si ingegna a condurre in porto l’impossibile impresa e come erca di metter le pezze.
Lui è tal Francesco (un Fabio De Luigi che non ce la fa a riscattarsi dal macchiettonismo zeligiano e cabaret-televisivo) finito per via di un matrimonio poi fallito in Salento, lei è la mezzofrancese Claudia (Laetitia Casta, bravina suvvia, non così disastrosa come l’han dipinta certuni). Amici, solidali, complici, insomma tutto ma non quella cosa là, la scopata, sesso niente, neanche nel pensiero. Lei un po’ scassamarroni, di quelle donne ciclone che portan quasi per tara genetica scompiglio e disordine (salutare?) ove passano. Il regolarino – lui fa l’avvocato difatti – e la sregolatrice, in una coppia che riproduce l’archetipale Susanna di Howard Hawks. Solo che, ovvio, qua mica ci sono Kataharine Hepburn e Cary Grant, e un po’ bisogna accontentarsi. Trame, tramette, sottotrame, sottostorie, personaggi laterali e effetti-affetti collaterali. La cliente matta di Francesco, in galera per avr castrato il marito presunto traditore (Geppi Cucciari, che al cinema non trova mai il passo e soprattutto il tono giusto, vedi anche L’arbitro). La sorella tossica di Claudia, apparentemente fuori e invece la più saggia e quella che vede più lontano di tutti, una specie di piccola pizia (Valeria Solarino, brava come al solito, anche perché si ritrova per le mani il personaggio meno scontato del film). L’assistente di lui, innamorata di lui, che sta per farcela a farsi da lui sposare poi però (Valentina Ludovini, sempre il più bel décolleté del cinema italiano). Una guardia forestale molto simile al curator di animali di un famoso spot d’amaro meridionale che fa capitolare Claudia e se la sposa. Dunque, lui sta per sposarsi con un’altra, lei si è già sposata con un altro. Pensate che Francesco e Claudia non sian più amici? Ovvio che non sia così. I due si ripigliano, fino a una conclusione di film che stranamente ricorda proprio Rohmer, quello grandissimo di La mia notte con Maude. Ora, le cose fastidiose son tante, troppe in questo cineprodotto italiano, tali da impiombarlo senza rimedio. First: l’insopportabile Fabio De Luigi. Poi l’inconsistenza del dilemma sulla possibilità-impossibilità dell’amicizia uomo-donna che stende su tutta la storia un senso di nullità, di vuoto, creando un gorgo che inghiotte anche i momenti in cui il film sembra poter decollare. Vogliamo poi parlare della location? Il Salento, anora! Bello come no?, ma ormai trasformato in un grumo paesaggistico di retorica, in un’arcadia fuori da ogni tempo e ogni possibile realtà, in presepe preferito dal nostro cinema per ambientarvi le sue storie escapiste – grazie, ovvio, anche alla solertissima Apulia Film Commission. Tant’è che in questi ultimi tempi m’è capitato di vedere ben tre film girati e incapsulati in un Salento-cartolina fintissimo, buttato lì a far da sfondo e contenitore bello quanto inerte, questo di Veronesi, tre settimane fa In grazia di Dio di Edoardo Winspeare presentato alla Berlinale e, più recente e peggiore di tutti, il nuovo Ozpetek di Allacciate le cinture (esce il prossimo giovedì). Nell’altra colonna, quella dei segni più, possiamo mettere la mano sicura di Giovanni Veronesi, che riesce ogni tanto con il suo uso leggero e quasi aereo della mdp a trasformare il nulla del racconto in qualcosa. Riuscendo a farci credere che sia possibile anche da noi, oggi, in questo mondo, in questo clima, in questo pasaggio storico, un cinema di minimi movimenti e battiti del cuore come capita a certo cinema franese o indie americano. La missione impossibile resta impossibile, e Veronesi purtrppo non ce la fa, non può farcela. Lo aspettiamo con una storia per le mani meno vacua.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.