Recensione. FELICE CHI È DIVERSO: un “come eravamo” omosessuale firmato Gianni Amelio

Pssolini con (da sx) Franco Citti, NInetto Davoli e l'Ettore Garofalo di 'Mamma Roma'.

Pasolini con (da sx) Franco Citti, Ninetto Davoli e l’Ettore Garofalo di ‘Mamma Roma’.

Gianni Amelio

Gianni Amelio

Felice chi è diverso, un documentario di Gianni Amelio. Con le testimonianze, tra gli altri, di Paolo Poli, Ninetto Davoli, John Frances Lane, Corrado Levi.

Un’indagine sull’era (grossomodo tra fine fascismo e fine anni Sessanta) in cui in Italia l’omosessualità era invisibile, sotterranea, clandestina, non detta. Gianni Amelio cerca di ricostruire attraverso la stampa, la tv, il cinema di quel tempo, come l’omosessuale (non ancora gay) fosse rappresentato. Progetto interessante, anche se i materiali sono abbastanza scarni e spesso disomogenei. Solo che il regista ha poi aggiunte delle testimonianze di omosessali che quel tempo l’hanno vissuto, e sembra di entrare in un altro film. Ottime, nobili intenzioni, risultato assai deludente. Voto (purtroppo) 5.
Schermata 2014-03-05 a 18.40.38Schermata 2014-03-05 a 18.41.24Ora, massimo rispetto per il signor Gianni Amelio, un maestro vero del nostro cinema tra tanti finti maestrini, uno che ci ha dato cose come Lamerica (capolavoro!), Colpire al cuore, Il ladro di bambini, Così ridevano, e che arrivato all’età di anni 69 si rimette in gioco girando  un documentario sull’omosessualità, punto sempre sensibile dalle nostre italiche parti. Accompagnandone la presentazione con l’ammissione, durante una ormai celebre intervista – please, mettiamo in mora l’abusata e usurata formula ‘coming out’ – di essere omosessuale. Chapeau. Però, spiace dirlo, questo suo doc è inferiore alle aspettative, mettendo insieme materiali eterogenei senza una coerente strategia discorsiva e, diciamo così, teorico-concettuale. Felice chi è diverso (da un verso abbastanza sibillino di Sandro Penna, cantore di un’omosessualità preliberazionista e pre-gay: “felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”) l’ho visto al Berlino Festival qualche settimana, dov’era – in prima mondiale – nella sezione Panorama Dokumente, a una proiezione con lo stesso Amelio presente. Pubblico assai ben disposto, attesa non dico spasmodica ma certo elevata – Berlino è una delle città tradizionalmente più gay-friendly al mondo, la Berlinale il festival che dà più spazio a film omosessuali (decine anche quest’anno) – e però, a fine screeening, applausi educati e di cortesia, non un’ovazione. Non ho assistito al successivo Q&A tra pubblico e regista – al solito dovevo correre a un’altra proiezione -, ma l’impressione è stata quella di un esito non travolgente. (Se qualcuno c’era e ne ha avuto una percezione diversa, please, scriva, commenti e dica la sua, grazie.) Aggiungo, per la cronaca, che Felice chi è diverso è stato poi ignorato sia dal pubblico votante il miglior film della sezione Panorama Dokumente, sia dalla giuria dal Teddy Award destinato al miglior film a tema gay della Berlinale, premi entrambi andati al doc svizzero Der Kreis (The Circle), che purtroppo non sono riuscito a vedere. Cerco di capire, e di spiegare, perché un film di nobili intenzioni come questo di Amelio, e anche coraggioso la sua parte, si sia rivelato così deludente rispetto alle sue stesse premesse e promesse. Il progetto di raccontare la condizione omosessuale in Italia grossomodo dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, prima che esplodessero i movimenti gay di liberazione e il panorama (esistenziale, sociale, antropologico) mutasse radicalmente, era, e resta, degnissimo. Un ‘come eravamo omosessuali’ ai tempi della repressione e dello stigma, del ludibrio e dell’esclusione, della vergogna e dell’ignominia, andando alla ricerca di come i media – stampa, cinema, televisione – allora raffiguravano gli uomini che amavano altri uomini (del lesbismo nel doc non si parla). Dunque, non un’indagine su chi erano e come viveano gli omosessuali, ma sulla rappresentazione datane dai mezzi di comunicazione. Che risulta poi essere la parte più interessante e meglio riuscita, pur se non così omogenea, di Felice chi è diverso. Solo che a questa narrazione il regista ne aggiunge un’altra, con le testimonianze di chi quell’esclusione l’ha vista e vissuta, che finiscono con l’essere, letteralmente, un altro film e un altro racconto. Del resto lo stesso Amelio in un’intervista ha ammesso di essersi trovato, dopo le ricerche d’archivio sulla rappresentazione mediatica del gay con un materiale troppo limitato, da qui la decisione di integrarlo con la voce (e le facce) di chi conserva memoria di quel passato, e lo ha attraversato. Ma i due livelli non si compenetrano mai, indebolendo tutta la costruzione e lacerando anche quel minimo di compattezza raggiunto con la galleria di documenti tratti da stampa, tv e cinema. Documenti italiani, italianissimi, con riferimenti così autarchici da risultare, temo, impenetrabili per un pubblico straniero, e forse anche così si spiega il tiepido esito berlinese. Chi fuori dai nostri confini potrà mai capire Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi che in Un, due, tre mimano e parodizzano la sfilata di un sarto effemminatissimo simil-Schubert? O il travesti di Paolo Poli in una Rai ancora in bianco e nero? O le caricature e i sarcasmi e i veleni antimosessuali di giornali come Il borghese e Lo specchio? Stampa di destra estrema come oggi non è neppure pensabile. Con il gay chiamato di volta in volta invertito, capovolto, appartenente al terzo sesso o all’altra sponda, o addirittura, dopo gli scandali e i processi a Pasolini, e dopo i suoi ragazzi di vita letterari e non solo letterari, chiamato ‘pasolinide’. Cronacacce nere in cui si additavano alla pubblica esecrazione i ‘balletti verdi’. Eppure, in quell’omofobia vetusta e arcaica, di lazzi beceri e battute grevi, c’era del mestiere, c’era spesso una scrittura sofisticata, una volgarità e rozzezza paradossalmente colte e perfino raffinate se paragonate alla barbarie odierna dell’insulto diretto e generalizzato, alla nostra quotidiana guerra feroce di tutti contro tutti. L’omosessualità mai veniva esplicitamente detta e citata (del resto Oscar Wilde la definiva “l’amore che non osa definire il proprio nome”), sicché anche ogni discorso omofobico passava attraverso la pratica dell’allusione, del clin-d’oeil allo spettatore, obbligando lo scrivente a, come dire, un certo tasso di inventiva. Non manca la scena del Sorpasso di Dino Risi in cui Gassman spiega a un attonito Trintignant perché quel vecchio servo di casa venga chiamato occhiofino. “Occhiofino, finocchio. Chiaro?”. È il solo frammento di cinema mentre manca, peccato, il Giò Stajano della Dolce vita, sorta di ermafrodita biondo che si aggira tra feste e deboscie, comparendo anche nel famoso finale sulla spiaggia con pesce-mostro arenato. Stajano, nipote del gerarca fascio-macho Starace, fu tra anni Cinquanta e Sessanta una delle presenze forti, e un’icona, dell’omosessualità italiana, uno dei primi ad allegramente dichiararsi e a non nascondersi. Meriterebbe un biopic, per la sua incredibile e a volte turbinosa vita, con un cambio di sesso negli anni Settanta e, più tardi, un ritorno alla religione e il desiderio, impossibile, di farsi suora. Peccato che in Felice chi è diverso non ci sia traccia di lui/lei.
Dominante è la figura di Pasolini, ricordato nei suoi guai giudiziari per ‘corruzione di minorenni’. Solo che è di una tale potenza, la figura di Pasolini, da concentrare su di sé l’intero film rischiando di farlo deragliare su altre linee narrative. Non aggiunge molto, anzi aggiunge molto poco, la testimonianza di Ninetto Davoli che racconta come lui e Pasolini ci conobbero, per caso, sul set di La ricotta. “Non sapevo che avebbe cambiato la mia vita” dice Davoli. Il quale però non fa il minimo accenno all’omosessualità dello scrittore-regista, sicché la sua presenza in questo doc appare quantomeno incongrua, se non surreale. Ma è tutto il materiale a essere assemblato senza un percorso e senza un’idea forte, che non sia quella – alquanto generica – del ‘com’erano repressi gli omosessuali’. Quanto alle altre testimonianze, anche singolarmente interessanti, sono spesso molto lontane e dissimili. Cosa c’è mai in comune tra un sottoproletario siciliano e un altoborghese? Poco, pochissimo. Tanto che alla fine si resta confusi, con l’impressione di una condizione omosessuale non così univoca, ma frastagliata e diversificata a seconda del censo, del livello di istruzione, dell’appartenenza sociale e perfino geografica, in cui c’era chi perdeva lavoro e famiglia, e chi veniva tacitamente tollerato e viveva la sua gaytudine senza traumi devastanti. Come l’ex militante democristiano il quale riusciva benissimo, nel tacito consenso generale, a conciliare le sue passioni private con l’impegno in politica. Nel silenzio, ovvio. Con la rivelazione di come uno dei nomi di spicco della Dc, Fiorentino Sullo, fosse stato costretto a sposarsi per coprire il suo essere omosessuale. Ma le voci che ascoltiamo in questo segmento di Felice chi è diverso sono davvero troppo difformi, con qualcuno che lascia trapelare perfino una certa nostalgia canaglia da ‘si stava meglio quando si stava peggio’. Ecco, in mancanza di una direzione e soprattutto di un punto di vista critico, ogni frammento vaga senza riuscire a saldarsi in un quadro coerente. Cosa rimane di questo film? Corrado Levi che ricorda di essere stato sposato e di avere due figli, il solito magnifico Paolo Poli con l’aneddoto di sua madre, maestra Montessori, alle prese con una bambina che di colpo vien scoperta essere un bambino, il critico teatrale inglese John Frances Lane e il suo compagno Giuseppe, che ora l’ha portato giù al paesello natio, nella Calabria profonda, “perché John ormai fa fatica a muoversi e qualcosa dovevamo pur fare”. Frammenti. Molecole irrelate. Con un finale a Bergamo alta, la stessa Bergamo in cui Amelio aveva girato Colpire al cuore, dove un ragazzo sui 18 anni racconta di come anche oggi portarsi dietro la propria gaytudine non sia così facile, anche se meno tormentoso e complicato di un tempo. Un finale incongruo: che c’entra mai con tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento?
Una mia personale curiosità. Nei credits si cita parecchio materiale d’archivio Rai utilizzato, tra cui anche Controfagotto di Ugo Gregoretti, ritenuto a tutt’oggi uno dei programmi più innovativi e progressivi della nostra tivù in bianco e nero. Ecco, mi piacerebbe sapere quali sono le immagini di Gregoretti che ha usato Amelio.

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