Recensione. ALLACCIATE LE CINTURE di Ozpetek, un (brutto) mélo di sesso, amore e lacrime che rischia di diventare il guilty pleasure dell’anno

foto-allacciate-le-cinture-4-lowAllacciate le cinture, un film di Ferzan Ozpetek. Con Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini, Francesco Sanna, Carla Signoris, Luisa Ranieri, Paola Minaccioni, Elena Sofia Ricci, Giulia Michelini.foto-allacciate-le-cinture-2-lowLei è una ragazza assai bon ton, lui un rozzo maschio proletario per di più illetterato. Sarà molto sesso e un po’ di amore, con successivo matrimonio e successiva, prevedibile crisi. Finché a lei capita qualcosa di serio, e piombiamo nel mélo più sfrenato. Con la scena più imbarazzante da parecchio tempo in qua. Intorno, il solito coro di figurine e figurette da film di Ozpetek. Film da bocciatura, ma con un suo oscuro appeal che ne farà un guilty pleasure. Piacerà moltissimo. Voto al film: 3. Voto come guilty pleasure: 8.foto-allacciate-le-cinture-10-lowfoto-allacciate-le-cinture-14-lowDa che parte cominciare per parlare (male) di questo film? Partiamo dalla ormai stracultistica scena di sesso tra Kasia Smutniak sul lettino d’ospedale – lei è malatissima e pure in chemio – e il marito Francesco Arca fotografato nel fulgore scultoreo dei suoi bicipiti e tatuaggi. Non ce n’è, o si mette mano al kleenex per asciugare le lacrime o ci si incazza e si mette mano alla pistola o ci si abbbandona senza remore al kitsch & camp (ho scelto la terza). Quella scena è il vertice, o l’abisso, di un film imbarazzante per come si inoltra nel mélo più scatenato prendendosi molto sul serio e senza il minimo sprezzo del ridicolo. Per non parlare di cose, come i due sulla spiaggetta dal mare verde ‘che signora mia neanche ai Caraibi’, che così cartolinesche non si vedon più nemmeno nei filmucci vacanzieri su Youtube da ‘adesso ti mostro in che figherrimo posto sono stato’ e poi ripostati su Fb. Dialoghi inascoltabili che, volendo mimare il linguaggio della cosiddetta gggente, costringono gli attori a fingere una naturalezza impossibile e costrittiva. Un Salento (ancora!, e subito dopo Una donna per amica) usato come sfondo e dépliant da viaggio organizzato per una storia del tutto astratta dai luoghi in cui si svolge e che potrebbe essere ambientata in un qualsiasi altrove, in Friuli, a Frosinone, in Valtellina, a Matera, insomma in un qualsiasi posto dove ci sia una Film Commission disposta a fornire supporto logistico e facilitazioni varie. Difatti, ogni personaggio parla con l’accento del suo attore, in una babele in cui il salentino trapela rarissimamente e che comunica allo spettatore un senso di irrealtà e artificialità.
Come sempre negli Ozpetek-movies, anche questo si presenta con una folla di personaggi e figurette e figurine a far da coro, non sempre voci necessarie e drammaturgicamente giustificate anzi spesso no, intorno a un asse narrativo principale costituito dalla storia tra Elena (Smutniak) e Antonio (Arca). Spezzata in due tronconi temporali, una prima parte nel 2001, la seconda dieci anni dopo, con un qualche andirivieni e flashback forse per simulare una struttura autorial-avantgarde. Allora: Elena lavoro in un caffè nella Lecce storica e chic, ha per amico un collega gay (figura immancabile nel cinema di Ozpetek), ha un fidanzato bello e pure ricco (Francesco Scianna) del quale però è stanca. Finisce coll’innamorarsi o, per meglio dire, fremere carnalmente per un meccanico dall’aria truce e pure illetterato messosi con la sua migliore amica. Ultracamp le scene in cui lei occhieggia lui, intuendo che quel tipo lì, per quanto cafone, rozzo e impresentabile (o forse proprio per quello) diventerà l’uomo della vita. Così è, difatti. Prima le fughe sulla spiaggetta-paradiso di cui sopra con scopate letteralmentre selvagge, poi da sposati con figli a carico e la solita crisi e i soliti rinfacci e rimbrotti reciproci da Scene da un matrimonio de noantri. Con lo storico tronista mariadefilippiano Francesco Arca idolizzato e feticizzato dalla macchina da presa che coglie ogni pretesto narrativo per metterlo a nudo e solcare dorsali, addominali, bicipiti e quant’altro. Che lui non reciti o non sappia recitare in fondo poco importa, visto che gli tocca (come Zeudi Araya nei suoi film anni ’70) di essere solo un corpo, anzi il corpo del film, missione che bisogna dire assolve egregiamente. Con, come già si è scritto, una certa somiglianza fisica con il giovane Volonté, ma solo quella, perché per il resto a separare i due c’è l’abisso. Poi arriva per Elena, nel frattempo affermata imprenditrice con un bar-ristorante di travolgenrte successo, la malattia, il cancro, e di più non dico, ovvio. Diciamo un mischione di Love Story, Scene da un matrimonio, La bella e la bestia con un filo di Un tram che si chiama desiderio per via della signorina perbene attratta dai modi rudi del maschio proletario. Il che se vogliamo, è il vero motore drammaturgico, per quanto sottotraccia e abbastanza occulto, di Allacciate le cinture ed è anche quanto gli conferisce un appeal da irresistibile guilty pleasure. La tua testa può anche rifiutare il film (come si fa a non arrabbiarsi quando le lacrime di lei e lui vengon montate in parallelo con le gocce della flebo?), ma il resto del nostro corpo non ce la fa a non lasciarsi coinvolgere. “Non mi è piaciuto, però ho pianto come una fontana”, mi ha detto una ragazza all’anteprima stampa. Ragione per la quale questo brutto film diventerà un successo al box office. Scommettiamo?

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2 risposte a Recensione. ALLACCIATE LE CINTURE di Ozpetek, un (brutto) mélo di sesso, amore e lacrime che rischia di diventare il guilty pleasure dell’anno

  1. clara scrive:

    film Bellissimo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! CAST SUPER!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. Oscar Wilde scrive:

    Sono d’accordo su tutto!

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