Al cinema. Recensione: SUPERCONDRIACO mette insieme due film diversi. Il secondo funziona, il primo per niente

128981Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute, un film di Dany Boon. Con Dany Boon, Kad Merad, Alice Pol, Jean-Yves Berteloot, Judith El-Zein.
561578Mi aspettavo molto da questo nuovo lavoro del francese Dany Boon, l’attore-autore di una commedia perfetta quale Giù al Nord. Invece, delusione. La prima parte, tutta centrata sulle fobie da contagio del protagonista Romain, ansima e non fa mai ridere. Si va meglio nella seconda, quando Supercondriaco si trasforma in una classica commedia di equivoci e scambio di persona. Solo che è un altro film, che con la prima parte non c’entra niente, e comunque è troppo tardi per risollevare la situazione. Però in Francia successo colossale, 27 milioni incassati in 10 giorni. Voto 5 e mezzo.
141743Io per Dany Boon ho il massimo rispetto, almeno da quando vidi un bel po’ di anni fa, recuperato in un’arena estiva, il suo Chez Les Ch’tis, in Italia diventato cervelloticamente Giù al Nord. Quella commedia perfetta, costruita intorno a stereotipi etnici e incrociati pregiudizi all’interno della Francia contemporanea, per me fu una folgorazione. L’ho adorata, e ne vengo travolto ogni volta che mi capita di rivederene un pezzo. Furono incassi vertiginosi in patria, anzi record di sempre, che sarebbe stato infranto in seguito solo dal colossale successo di Quasi amici. Da noi invece Chez Les Ch’tis non lo andò a vedere praticamente nessuno, as usual, avrebbe invece fatto sfracelli la sua fedelissima trasposizione italiana scena-per-scena dal titolo Benvenuti al Sud. Già, uno dei più grandi incassi del nostro cinema dell’ultima decade è in realtà il remake di quel film francese. Operazione peraltro vidimata dallo stesso Boon, che si ritagliò pure, a sancire l’accordo e ribadire l’imprimatur, un cameo nel film di Luca Miniero (era il cliente francese dell’ufficio postale). La controprova di quanto Boon sia bravo e indispensabile è venuta da Benvenuti al Nord, mediocrissimo sequel di Benvenuti al Sud, nel quale difatti lui non c’entrava nulla (non c’è mai stato un sequel di Chez Les Ch’tis a geografia capovolta). Con queste premesse mi aspettavo tanto, ma proprio tanto, da questo suo nuovo Supercondriaco, fedele traduzione una volta tanto dell’originale Supercondriaque. Supercondriaco nel senso di iper-ipocondriaco, di ipocondriaco espanso, intensificato, enhanced, all’ennesima potenza. Romain Faubert, il bislacco protagonista (lo stesso Boon), ha una vita squassata e impedita dalle sue fobie, in primis quella dei virus, batteri e altri microesseri secondo lui letali, e contagiosissimi. Occasione e pretesto per una serie di battute e scene che vorrebbero essere travolgentemente divertenti e purtroppo non lo sono mai. Parafulmine di ogni paranoia di Romain è il suo povero medico, il dottor Dimitri Zvenka (Kad Merad, fedele complice e sodale delle avventure cinematografiche di Dany Boon), che vorrebbe liberarsi di lui, ma non ce la fa, o non può, essendoglisi oscuramente affezionato: “è stato il mio primo paziente, il primo a venire da me quando ancora non guadagnavo un centesimo”, si giustifica con la moglie (psicanalista) che lo spinge a disfarsi dell’insostenibile Romain. Intanto in scena entrano altre figure e figurine. La madre di Dimitri (“figliolo, ti avevo detto di non sposare una psicanalista!”). La sorella di Dimitri, Anna, fedele custode delle memorie e dell’identità della loro famiglia, emigrata due generazioni prima da un oscuro paese est europeo (situato nei Balcani? oppure, come sembrerebbe più probabile, nel Caucaso?) chiamato Tcherkistan, paese ora percorso dalla ribellione contro una superpotenza occupante molto simile a quella russa, e ogni riferimento a faccende simil-cecene è casuale ma non così casuale. Anna, sposata a un bellimbusto in carrierissima, si occupa di assistere e ospitare (a casa del povero fratello però) gli esuli clandestini scappati dal Tcherkistan in guerra, in una assai godibile parodia e caricatura della beneficenza milionaria politicaly correct alla Angelina.
Per un buon tre quarti d’ora però il film si trascina perlopiù penosamente tra momenti che vorrebbero essere ilari e son solo mesti. L’ipocondria, anzi fobia di virus e batteri di Romain, non riesce quasi mai a diventare un generatore di risate (nostre), tant’è che Dany Boon – come rendendosi conto della debolezza del suo racconto – a un certo punto svolta il film verso tutt’altra direzione, quella della classica comedia basata sullo scambio di persona, un modello narrativo vecchio come il mondo, letteralmente. Ecco che il paurosissimo Romain vien preso per Anton Miroslav, l’eroico, venerato e ultramacho capo della resistenza del Tcherkistan scappato in Francia e sulle cui tracce ci sono tutti, polizia francese, amici e soprattutto nemici. L’everyman scambiato per un eroe, con tutti i possibili e immaginabili qui pro quo del caso. Si finisce con un viaggio avventuroso nel Tcherkistan che rimetterà ogni cosa al posto suo. Bene, in questa seconda parte finalmente si ride e Dany Boon azzecca dei grandi momenti, come quello della prigionia e del suo compagno topo. Ma è troppo tardi per risollevare un film sgangheratissimo, che è in realtà due film diversi giustapposti, con il primo che non funziona mai e il secondo che funzionerebbe se non ci fosse il macigno del primo a farsi sentire. Non mi capacito come l’autore di quel perfetto Chez Les Ch’tis abbia potuto toppare tanto clamorosamente. Comunque Supercorndriaque in Francia sta facendo il botto – 27 milioni in nei primi 10 giorni di programmazione -, a conferma di quanto il suo autore sia amato. Alla fine, le cose migliori o perlomeno più interessanti  di Supercondriaco sono i suoi sottotesti, i suoi sottotemi laterali e derivati, le piste narrative apparentemente oeriferiche. Penso all’ossessione identitaria, incarnata in questo film da Anna, la sorella del medico, e a quanto pesino ancora le appartenenze etniche e culturali in un mondo che si autoproclama multiculturale, ma che è in realtà sfrangiato e diviso, percorso al suo interno da infinite incrinature e faglie. Penso a come l’appartenenza identitaria si faccia sentire con forza anche a distanza di generazione, quando l’integrazione e l’assimilazione con la società ospitante sembrano perfettamente conseguite. In fondo, erano anche i temi che percorrevano sottotraccia Giù al Nord, e che qui ritornano prepotenti. Son le vere ossessioni di Boon, altro che la fobia dei germi del suo protagonista.

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