I migliori film di stasera (merc. 19 marzo 2014) sulla tv in chiaro

12 film. Compresi un Ferreri, un Gilliam, un Lumet.

Gilda, Rete Capri, ore 21,00.
gilda2“Gilda, sei presentabile?”. E lei, rovesciando la testa e mostrandoci una clamorosa cascata di capelli. “«Io? Lo sono più del necessario!». E fu subito, detto senza esagerazione alcuna, leggenda. Anno 1946: nell’America appena uscita, come mezzo mondo del resto, dalla guerra, Gilda – ovvero Rita Hayworth – conquista tutti. Mélo di amore-odio, ma più il primo del secondo ovvio, tra lei e il guardiaspalle Johnny del losco marito. I due si devon essere già conosciuti, già amati e abbondantemente odiati in passato, anche se non capiamo cosa sia successo davvero, e quando il marito di Gilda scompare si rimettono insieme, si sposano. Ma è ‘na sofferenza continua, lei fugge, lui la insegue. Un tormento. Nonposso starti né lontano né vicino. Ma il plot non conta granché, conta per quanto del delirio amoroso ci sa restituire, per gli abissi di ambiguità e non detto che spalanca, per la sua storia sconnessa e come febbricitante frutto di coscienze alterate e menti e cuori impazziti. Una proiezione onirica, mitologica, dove tutto è funzionalizzatio e finalizzato alla costruzione della dea Gilda/Rita Hayworth, destinata a essere tra le creatue più famose e resistenti della storia del cinema. Lei che canta e balla (insomma, ancheggia) mentre si sfila i guanti, scena iconica che si è impressa nelle menti globali e non è più andata via, e tuttora rifatta da nugoli di female impersantor. Due canzoni come Amado mio e Put the Blame on Mame, e la prima così persistente che se vai sul metrò trovi ancora oggi uno tzigano che te la suona col suo tzigano violino. Questo è il cinema, ecco. Con Glenn Ford nel film che lo marchiò per sempre. Di Charles Vidor, da non confondere con King.

The Last Shot, Rai Movie, ore 21,15.
Un regista-sceneggiatore trova finalmente un produttore disposto a finanziare un suo film. Ma è solo un agente Fbi sotto copertura. Commedia degli equivoci che svolta presto in action. Non male, nonostante la debole riposta da parte del pubblico. Diretta dal Jeff Nathanson già autore delle sceneggiature degli spielberghiani The Terminal e Prova a prndermi. Con Alec Baldwin e Matthew Broderick.

Il sesto senso, Iris, ore 21,09.
Film-sensation del 1999 che ha segnato una svolta nel thriller e fondato un vero e proprio genere tra psicologia e parapsicologia. Successo enorme e inaspettato che impose il suo regista, l’indiano M. Night Shyamalan, tra i moneymaker di Hollywood. Shyamalan cercherà invano di ripetere l’impresa, anche con titoli interessanti come The Village, senza però riuscire più a raggiungere l’esito di Il sesto senso. Uno psichiatra dell’infanzia, Bruce Willis, prende in cura un bambino che soffre di strane visioni e che sostiene di parlare con i morti, di essere visitato da loro. Sembra un caso clinico, uno dei tanti, si rivelerà molto di più. Con un finale che è uno dei più sensazionali del cinema degli ultimi decenni. Ormai un classico. Haley Joel Osment è il bambino-attore più inquietante che si sia mai visto, insieme al Christian Bale dell’Impero del sole di Spielberg. 

Overlook Hotel – Stanza 237, La effe, ore 23,40.
Chi se lo fosse perso i giorni scorsi su La Effe, lo recuperi stasera, ne vale la pena. Uno strambo, e assai affascinante e perturbante, documentario che l’anno scorso ha fatto il giro di parecchi festival, da (se ricordo bene) Cannes a Locarno (lì me lo ricordo benissimo, invece), e che in America è poi diventato un piccolo ma solido culto (su Rotten Tomatoes ha ottenuto il 93%). La stanza 237 è quella, misteriosa, dell’Overlook Hotel dello Shining kubrickiano, la stanza alla quale è stato vietato l’accesso al piccolo Danny. Ma lui ci entrerà, attirato (guidato?) da una pallina. Cosa c’è dentro? Cosa ha visto? Certo da quel momento Danny non sarà più lo stesso, e quando il padre Jack entrerà nella stanza maledetta la sua mente comincerà a distorcersi nel delirio. Ecco, questo film – che è un omaggio devoto a Kubrick e al suo capolavoro di paura – ci informa delle ipotesi più estreme e paranoiche, e pure farneticanti, fatte dai cultori di Shining su quella room 237 e sui (presunti) significati nascosti nel film. Shining visto come narrazione e trama esoterica in cui andare oltre l’apparenza per scoprire, attraverso indizi criptati disseminati dall’autore, la verità celata. Siamo dalle parti della follia e delle conspiracy theories, ma si tratta di una follia ben strutturata che ci cattura e ipnotizza (no, convincerci no). C’è quello assolutamente certo che Kubrick, al soldo della Nasa, abbia girato il film del finto sbarco sulla Luna e che lo lasci intuire proprio nella stanza 237. E ancora: Shining come racconto criptato dell’Olocausto, o del massacro dei nativi americani. Tant’è che Stanza 237 si trasforma in un film-labirinto, in una disorientante stanza degli specchi da cui, alla Orson Welles, ci sembra impossibile uscire. Occhio al regista Rodney Ascher, potremmo risentirne parlare. Encomiabile il suo eroico sforzo di illustrare ogni passaggio, ogni commento, con scene kubrickiane (non solo da Shining) e tratte di film di altri autori, in un tripudio cinefilo e citazionista.

Donnie Darko, Cielo, ore 21,10.
Di come un piccolo film indie accolto nell’indifferenza alla sua uscita assurga con il passare del tempo alla status di cult. Anzi, a modello di ogni cult. Donnie Darko, un Jake Gyllenhaal giovanissimo (era il 2002), è un teenager disturbato, forse schizofrenico, in cura da uno psicanalista cui racconta di aver per amico una creatura allucinatoria, un coniglio gigante che lo spinge ad azioni rischiose. E che gli ha rivelato che la fine del mondo è vicina. Un repertorio da perfetto manuale di psichiatria (sembra una lezione sulla schizofrenia), che però nelle mani del regista Richard Kelly diventa un film inclassificabile tra esoterico, sci-fi e teen-movie, un attraversamento tra reale e fantastico piuttosto inquietante e decisamente originale. Di Richard Kelly è uscito un paio di anni fa The Box, che ripropone parecchi elementi di Donnie Darko, anche se all’interno di una gabbia più rigida da film di genere. Certo, ci si chiede oggi se quella di Kelly e Donnie Darko sia stata vera gloria oppure effimera e casuale. Aspettiamo il prossimo film.

Neda vive! (For Neda), La effe, ore 22,25.
Documentario realizzato dal filmmaker Antony Thomas per l’HBO su Neda Agha-Soltan, la studentessa iraniana uccisa dalla polizia nel giugno 2009 durante una manifestazione anti-regime a Teheran. Morte filmata e fotografata dai manifestanti e postata in rete, trasformando Neda in simbolo e martire di quella rivoluzione mancata. Occasione, anche, per ripensare a quella stagione di proteste di piazza – a innescarle fu l’esito di elezioni ampiamente pilotate – che sembravano poter cambiare faccia all’Iran, e invece no. Successe tutto prima delle priavere arabe, di cui furono in qualche modo il modello, e sembrano secoli fa.

Nitrato d’argento, Rai Movie, ore 0,45.
L’ultimo film di Marco Ferreri, anno 1996, il suo film testamentario che è anche presa d’atto della fine del cinema, della morte di un certo cinema, che è rimembranza e nostalgia di quel che è stato e non è, non sarà più. Tra documentario e fictionalizzazione (molta), Ferreri ripercorre cento anni di cinema, dalla sua invenzione al quasi-Duemila, con frammenti, schegge, spezzoni di film che han fatto storia e colonizzato le nostre menti e la nostra immaginazione. Ma Nitrato d’argento, uno dei composti chimici necessari a imprimere le pellicole, è soprattutto un omaggio e una celebrazione della sala cinematografica, la sala buia dove tutto può succedere e dove tutto è successo, luogo di ombre e fantasmi in cui ognuno può essere sé e altro da sé. Luogo di destini che si incrociano, di sogni e di molti peccati. Il film non fu bene accolto, e c’è ancora chi sghignazza pe la scena di Iaia Forte partoriente tra le poltrone. Girato a Budapest, in uno di quei cinema-cattedrale come non ce ne sono più e che erano, letteralmente, il tempio in cui si officiava il rito delle luci e delle ombre sullo schermo.

L’esercito delle dodici scimmie, Iris, ore 23,03.
Non sono un grande estimatore di Terry Gilliam (che ha comunque il suo bel gruppo di devoti), lo ritengo un enorme talento ingorgato e autoreferenziale che continua a girare a vuoto in una orsonwellesiana sala degli specchi senza più trovare la via d’uscita. Però il suo cinema bigger than life merita rispetto, anche se qualcuno un giorno deve avergli detto che è il nuovo Fellini e lui deve avergli creduto. L’esercito delle dodici scimmie è ancora uno dei suoi film digeribili. E poi c’è il richiamo di star come Bruce Willis e Brad Pitt.

Terzo grado, Rai 4, ore 21,10.
Un film di Sidney Lumet merita sempre la visione, anche quando non sia, come questo Terzo grado del 1990, all’altezza delle sue cose maggiori. Ancora una volta Lumet si muove in quella zona grigia tra legalità e illegalità, tra legittima difesa dell’ordine e la prevaricazione. Un poliziotto dai modi spicci e brutali vien messo sotto inchiesta da un giovane procuratore, in una contrapposizione drammaturgicamente classica tra cinismo-realismo e idealismo. Emergerà un groviglio di colpe e collusioni. Com Nick Nolte, Tim Hutton e Armand Assante.

Red Eye, Rai 4, ore 0,10.
Si conoscono all’aeroporto, si ritroveranno poi seduti uno accanto all’ra durante il volo. Sembra all’inzio una rom-com, questo film di Wes Craven. Ma la propensione del suo regista al cinema di paura già ci allerta e ci fornisce qualche indizio di quel che verrà. Difatti man mano il film scopre le sue carte e mostra di essere un thriller d’alta quota con venature da spy-story. Lisa (una Rachel McAdams quasi agli esordi) capisce che il suo compagno di viaggio (il sempre ambiguissimo Cillian Murphy, con quella faccia che si ritrova da eterno efebo perverso) sta complottando per uccidere un uomo politico. Che, guardacaso, alloggerà proprio nell’abergo di cui la famiglia di lei è proprietaria. Film trascurato dalla grande critica e dal grande pubblico, ma assai amato da uno zoccolo duro di estimatori.

Saw, l’enigmista, Mtv, ore 23,00.
Thriller-horror del 2004 che fu a suo tempo abbastanza innovativo, inserendo nel genere un tocco di cerebralità e astrazione concettuale. Vite umane appese a un enigma, come nel mito della Sfinge, come nella fiaba crudele di Turandot. Due uomini si svegliano in un lurido bagno incatenati uno di fronte all’altro. In mezzo a loro il cadavere di un altro uomo. Presto si renderanno conto di essere prigioniero di un crudele padrone che li mette contri e li sottopone ad enigmi e ordini cui dovranno rispondere per salvarsi. Clima claustrofobico, e il terrore che cresce di scena in scena. Un porn violento, certo, ma con una bizzarria e con un’invenzione alla base non così corriva. Questo film sarà il primo di una lunga serie.

Doberman, Cielo, ore 23,20.
Astenersi anime belle. Questo è un film fine anni Novanta (1997 per l’esattezza) della stagione pulp-cannibale più sanguinolenta ed efferata, quando – Tarantino maestro – i registi giovani si facevano largo con overdose di lame, pistole e ogni altro oggetto possibile di offesa. Dobermann, francese, tratto da una graphic-novel, è una survoltata fino all’isteria crime-story, anzi polar come usa dire in terra di Francia, che ruota intorno alla strana banda capitanata dal belluino Dobermann, tutti estremisti del sangue che incarnano una vasta gamma di perversioni e depravazioni. Il film è la messa in scena delle male azioni della ghenga, inseguita da un pugno di sbirri disposti a tutti e se possibile anche più efferati degli assassini cui danno la caccia. Naturalmente Dobermann è Vincent Cassel, nel suo periodo più testosteronico ed eccessivo, ma è un attore così grande, a mio parere uno dei testa di serie europei, che gli si perdona il repertorio di ghigni cui ricorre. Lei, la pupa del capo, è Monica Bellucci, qui in uno dei suoi film con il marito Cassel (il massimo della coppia sarà Irréversible di Caspar Noe, capolavoro e film necessario). Lo so che è tra le attrici più odiate (a Venezia lo scorso settembre ho assistito al suo quasi linciaggio durante e dopo la proiezione di Un été brûlant), lo so che dicono che sia negata a recitare, ma io la adoro. Bellucci riempie lo schermo e l’immaginazione, è una presenza che ti incatena, e qui è in una delle sue cose migliori di sempre. Una donna del boss innocente nella sua follia e degenerazione, travolta dall’amore e dalla devozione (e quando rotea quella lingua fiammeggiante non la si dimentica). Gli odiatori di professione della Bellucci hanno scritto che in questo film fa la sua gran figura anche perché ha la parte di una sordomuta, dunque non deve recitar parlando. Perfidie. Io la adoro lo stesso, e adoro questo film-fumettaccio diretto da Jan Kounen, regista che dopo s’è un po’ perso, peccato.

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