Recensione: L’IMPOSTORE. Il piccolo texano scomparso e il ragazzo che si spacciò per lui

theimposter1_erikwilsonL’impostore (The Imposter), un documentario di Bart Layton. Da giovedì 10 marzo al cinema. Distribuzione Feltrinelli Real Cinema. theimposter4_erikwilsonSan Antonio, Texas, 1994: un ragazzino di tredici anni di nome Nicholas Barclay scompare. Tre anni dopo, a Linares, Spagna, vien trovato un giovane uomo che sostiene di essere Nicholas. Ma è davvero lui o un simulatore? La risposta il film ce la dà subito. Ed è solo l’inizio di una storia con risvolti e colpi di scena incredibili. Un doc che è anche uno dei migliori thriller degli ultimi anni. Voto 7+
theimposter2_erikwilsonCom’è vero signora mia, la vita è un romanzo, la realtà supera ogni immaginazione. Vedere per convincersene questo tiratissimo L’impostore, un documentario che è, inaspettatamente, un thriller tra i più avvincenti e coinvolgenti degli ultimi anni. Girato un paio di anni fa da Bart Layton e transitato da un nugolo di festival, Sundance in testa, è stato perfino shortlisted per l’Oscar (categoria miglior doc), portandosi quindi a casa un Bafta. Adesso, con questo fior di curriculum, si presenta a noi distribuito da Feltrinelli Real Cinema, marchio che sta portando in Italia film-verità sempre più interessanti; si parte con le sale, si approderà poi all’home video e presumibilmente, come già altri film della casa, ai palinsesti di La Effe. Sempre meglio al cinema, però. Non perdetevelo, esce giovedì 20 marzo, acchiappatelo, e non vi fate bloccare dalla parola documentario. Che stavolta  non equivale davvero a noia e mancanza di appeal.
Senza frizzi e fronzoli autoriali, ma andando dritto al centro della sua storia cercando di restituircela al meglio, The Imposter parte da San Antonio, Texas, uno di quei luoghi un po’ derelitti di case prefabbricate, roulotte, main street e poco altro che a noi gente d’Europa ci si stringe il cuore appena a vederli. Da lì, un giorno del giugno 1994, scompare un ragazzino di tredici anni di nome Nicholas Barclay. Mai più saputo niente, come succede ogni anno a migliaia di bambini e ragazzini in America, e non solo lì. Fino al colpo di scena. Tre anni dopo, anno 1997, in Spagna, a Linares, vien trovato rannicchiato in una cabina telefonica un ragazzo che per un po’ se ne sta zitto e che, dopo una notte di pensamenti e ripensamenti, dichiara di essere Nicholas. Com’è possibile sia finito lì dall’altra parte dell’oceano? La verità, o meglio una parte della verità, la scopriamo subito. Chi dice di essere lo scomparso è in realtà un impostore, un simulatore, lo sappiamo imediatamente perché è proprio lui, oggi, a raccontarci la storia, e la sua storia, e come montò l’impostura (e dunque non ditemi che sto spoilerando). La cosa clamorosa cui si fa fatica a credere è come la sorella dello scomparso, arrivata a Linares dal Texas, lo riconosca e lo accetti come suo fratello e se lo porti a San Antonio, dove anche il resto della famiglia (madre, cognato, ma non il fratello maggiore) non ha esitazione. Sì, è lui, è proprio Nicholas, non può che essere Nicholas. Che importa se gi occhi son marroni anziché blu come l’originale? Col tempo si cambia, no? Con quel che gli sarà toccato poi, abusi di ogni tipo, poveretto.
Sì, certo, son passati tre anni, si cambia, oh come si cambia, però la non somiglianza tra i due resta lampante, tant’è che il simulatore si è dovuto tingere i capelli di biondo e farsi a razzo dei tatuaggi per sostenere la propria recita di fronte alla famiglia Barclay. Ora, il punto (uno dei punti) è proprio questo. Perché la famiglia Barclay si autoinganna così clamorosamente?, e si rimane basiti di come prima di loro sian cascati nella trappola la polizia spagnola, i responsabili dell’istituto dove il ragazzo era stato ospitato dopo il ritrovamento, il console americano in Spagna e quant’altri, che se fosse successo a noi italiani subito ad automassacrarci, ecco, siamo i soliti incapaci, la nostra polizia fa pena ecc. ecc. Non si può non pensare, intanto che il film ci passa davanti, a quel che successe in Italia dopo la prima guerra mondiale, quando un tizio rinchiuso in manicomio e subito ribattezzato dalle cronache come lo smemorato di Collegno, fu riconosciuto nonostante le molte evidenze contrarie dalla famiglia Canella come un proprio congiunto scomparso al fronte. Le prove nel frattempo emerse lasciavano pensare si trattasse di un certo Bruneri, un truffatore, ma la famiglia Canella non volle saperne e se lo tenne in casa fino alla sua morte. Dal che si deduce quanto possa essere potente il bisogno di illudersi e autoingannarsi per non dover riconoscere la verità di una scomparsa. Ecco, per un po’ vedendo L’impostore mi sembrava di assistere al remake in terra americana del caso Bruneri-Canella. A un certo punto però il film svolta, prende un’altra piega, va da un’altra parte, trasformandosi in un vero thriller. La domanda fondamentale resta: perché la famiglia Barclay ha accettato quel simulatore come proprio figlio? Solo per autoilludersi o c’è dell’altro? Non dico una parola di più, dico solo andatevi a vedere il film che se lo merita. Il regista Bart Layton fa un lavoro eccellente di ricostruzione e anche di indagine, lasciando parlare davanti alla macchina da presa parecchi dei protagonisti. Non solo il simulatore (che dirà di chiamarsi Frédéric Bourdain e di essere francese), ma la sorella, la madre, il cognato del vero Nicholas Barclay, e coloro che investigarono sul caso in America e cominciarono a intuire qualche scomoda verità. Al di là della incredibile trama resta il gran personaggio, davvero romanzesco e bigger than life, di Frédéric, simulatore (forse) per pulsione interiore, per necessità psichica, un personaggio del quale avremmo voluto sapere di più e di più.

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