Recensione. IN GRAZIA DI DIO di Edoardo Winspeare: parte molto bene, poi si affloscia nel solito accomodamento all’italiana (qui alla salentina)

In grazia di Dio esce giovedì 27 marzo, distribuito da Good Films. Ripubblico (con qualche aggiornamento) la recensione scritta lo scorso 12 febbraio dopo la proiezione del film al Festival di Berlino nella sezione Panorama.20143354_1In grazia di Dio, un film di Edoardo Winspeare. Con Celeste Casciaro, Laura Licchetta, Barbara De Matteis, Anna Boccadamo, Gustavo Caputo.
In grazia di Dio (Quiet Bliss) Angelico Ferrarese, Laura Licchetta ©Cosimo CorteseSalento. Una famiglia perde la fabbrica tessile con cui campava causa concorrenza cinese. Tutto sembra disgregarsi. Ma son le donne di famiglia a tenere duro, soprattutto la madre-matriarca e Adele, la sorella maggiore. Uno Speriamo che sia femmina in versione Sud oggi, Italia oggi. Che parte molto bene, come un piccolo, crudele Buddenbrook de noantri, poi, come tanto cinema italiano, non trova più il coraggio di vivisezionare e andare a fondo e media, edulcora, si inventa happy ending a ripetizione, nella solita rimozione e fuga dal reale. Con l’ambiguissima morale del ben venga la crisi economica, che così riscopriamo la dolcezza del vivere semplice. Motivo per cui piacerà moltissimo agli zerochilometristi e agli appassionati della decrescita alla Latouche. E con tutte le sue cartoline salentine finirà, come La grande bellezza, con lo strapiacere all’estero. Voto 6 meno

il regista Edoardo Winspeare

il regista Edoardo Winspeare

In grazia di Dio (Quiet Bliss) una scena del film ©Cosimo CorteseZooPalast sala 1 gremito ieri sera alle 22,00 per la proiezione ufficiale, in pompa magna, dell’unico film italiano presentato a Panorama, In Grazia di Dio del salentino Edoardo Winspeare. Con perfino una lunga e caotica coda che l’organizzazione del cinema ha gestito al peggio (non si capiva quale fosse indirizzata alla sala 1 e quali alle altre sale, un disastro). Val la pena ricordare che per Panorama non sono previsti premi ufficiali della Berlinale, niente Orsi insomma, ma solo quelli del pubblico, chiamato a votare attraverso apposite cartoline. Molte, molte file riservate ieri sera in sala, non le ho contate ma di sicuro erano le più numerose che avessi mai visto a questa Berlinale, file con tanti cartellini riservato per il regista, per il cast che coincide in parte con la famiglia Winspeare (la moglie è la protagonista Adele e sua figlia lo è anche nel film), più altri invitati che qualcuno dentro all’organizzazione sussurra essere almeno un centinaio. Un gruppo caloroso e assai bendisposto di amici, se proprio non vogliamo usare l’orrida parola claque. Tant’è che si sentiva parlare pugliese, si rideva anche alla battute in salentino stretto (e grazie a Dio che per me brianzolo immigrato a Milano c’erano i sottotitoli in inglese) e insomma si coglieva un’aria da piccola patria emigrata per l’ocasione in terra germanica. Enormi applausi alla fine, ma la domanda è: erano i cari e appassionati amici o c’era anche l’entusiasmo dei berlinesi e di stranieri vari? Certo, questo In grazia di Dio è il solito film italiano destinato a piacere più fuori dai confini nazionali che in patria, esattamente come La grande bellezza, per via del suo Sud bellissimo ed eternamente uguale a se stesso, come pietrificato nel tempo – olivi, mare che neanche ai caraibi, muri e case bianche e calcinate dal sole, e chiese barocche –  e però un mondo baciato sì dal sole ma ombroso e corroso, sempre in preda a possibili disgrazie, povertà o impoverimento, e un erompere continuo di passionalità e istintualità espresse attraverso un sovraccarico linguaggio del corpo in stile Sofia Loren e Anna Magnani tanto caro ai nord europei e agli americani. Con qualche differenza rispetto alla tradizione della nostra commedia all’italiana e dei nostri melodrammi neorealisti. Questo è un film, troppo lungo (due ore e venti, mannaggia), che ripropone sì molti cliché, però girato in modo assai sciolto e leggero, con una immediatezza indie, con una lingua che mima quella reale, in presa diretta, naturalmente, con ampi momenti di semi improvvisazione quasi jazz e rap. Un film nato e prodotto lontano da Roma, e si vede e si sente. Al centro una famiglia, soprattutto le donne di questa famiglia, ché In grazia di Dio sembra una riedizione in chiave salentina e anni Duemila di Speriamo che sia femmina. Un clan che vive della sua fabbrica tessile retta dai due fratelli maggiori, ma il lato forte è lei, la sorella Adele, una tosta, una che tien su da sola la baracca, e che quando capisce che non sarà più possibile competere con i cinesi decide di vendere. Anche perché sono indebitati con una finanziaria e han l’acqua alla gola. Il fratello se ne andrà in Svizzera, dove già a suo tempo era emigrato il padre. Invece Adele con la madre, la sorella aspirante attrice e nullafacente, la figlia studentessa e fancazzista pure lei e appassionata solo di amori e scopate con i ragazzotti del paese, si ritira, venduta la casa di famiglia, in una piccola masseria vista mare e meraviglioso oliveto intorno. Vivranno di agricoltura e galline. Di baratto e immersione nella natura, cosa che piacerà infinitamente ai proliferanti zerochilometristi, ma getta sul film un’ombra esantissima di implausibilità. Succederanno molte altre cose, in una commedia familiare ed extrafamiliare dai caratteri molto ben delineati, amara e insieme anche parecchio divertente, con momenti comici costruiti e/o improvvisati senza un momento di noia. Però. Però i limiti ci sono, e son quelli di tanto cinema italiano. Le incongruenze narrative, i salti e i buchi di sceneggiatura. La prima parte, glaciale ritratto anche se appena mascherato dal ridere di una crisi di famiglia oggi in Italia, di questa Italia, di un piccolo ma pur sempre terribile Crepuscolo degli dei/Buddenbrook, ha un suo indubbio coraggio, la seconda invece smussa, media, edulcora, cazzeggia, cade nel piacionismo e nella paraculaggine. Ci si avvia verso un happy end improbabile, grazie a un incongruo deus ex machina (l’ex compagno di scuola di Adele impiegato a Equitalia), per non parlare della incomprensibile trasformazione della figlia zoccola e slandra che passa in due mesi dal non saper nemmeno scrivere correttamente canottiera a discettare di Kirkegaard. Sì, certo, c’è di mezzo una maternità, ma basta a spiegare una simile cambiamenti? No che non basta. Per grazia di Dio ha il peccato, non solo veniale, del piacionismo, del non guardare e del non guardarsi davvero fino in fondo. Poi certo, ci si diverte, si applaude. Qui a Berlino la masseria con vista mare e gli ulivi intorno han fatto orgasmare il nordico e prussiano pubblico. Ma basta?

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