Film stasera sulla tv in chiaro: I FIORI DELLA GUERRA di Zhang Yimou con Christian Bale (giov. 27 marzo 2014)

I fiori della guerra (The Flowers of War) di Zhang Yimou. Rai 3, ore 21,05.
Il film non è mai uscito nei cinema italiani. Ripubblico la recensione scritta dopo la proiezione al Festival di Berlino 2012.20125232_1Megaproduzione cinese con star occidentale (Christan Bale) costruita apposta per sfondare sui mercati internazionali. Ma il film, gonfio di cliché e girato senza convinzione né partecipazione da Zhang Yimou, irrita e delude. Un melodramma bellico che butta via l’occasione di raccontare degnamente uno dei momenti cruciali della Cina moderna, il massacro di Nanchino del ’37 per opera degli occupanti giapponesi.
20125232_4Jin líng Shi San Chai (The Flowers Of War), regia di Zhang Yimou. Con Christian Bale, Ni Ni, Atsuro Watabe.
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Già un film parlato in gran parte in mandarino (e solo un po’ in inglese qua e là) con sottotitoli solo in tedesco non è il massimo, soprattutto dopo che ti sei fatto mezza Berlino in metrò per andarlo a vedere in una cinema a casa di Dio, e perdipiù in una sera che nevica. Non è per fare del vittimismo, mica mi obbliga nessuno, me ne potevo stare in albergo, era così per fare un po’ di cronachetta e per dire che anche i festival non sono sempre delle feste. Poi, arrivi, ti vedi il film e ti dici, tutto qui? Perché qualche attesa per questo The Flowers of War presentato alla Berlinale fuori competizione c’era, per via della regia del conclamato maestro del cinema cinese Zhang Yimou, uno che in decenni di carriera ha attraversato di tutto, dal film storico-laccato (Lanterne rosse) al neorealismo in mandarino (La storia di Qiu Ju) al wuxiapian (La città proibita), passando pure per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino. Oddio, che ormai il signor Yimou fosse approdato al disincanto e anche al cinismo del tuttofare, qualche sospetto ce l’avevamo già, ma questo bruttissimo The Flowers of War conferma le peggiori supposizioni. Un film che butta via l’occasione di trattare decentemente una pagina di storia orribile e importante del Novecento cinese, la presa da parte dei Giapponesi della città di Nanchino nel 1937 costata la morte di 250mila persone. Invece ci racconta una storia farcita di cliché che neanche più negli anni Cinquanta sarebbe stata sopportabile, con dialoghi che oggi nessuno può prendere sul serio, soprattutto si intravede dietro ogni inquadratura, ogni sequenza, ogni snodo narrativo, ogni carattere, il freddo calcolo di costruire un prodotto internazionale, ma di quell’internazionale anonimo e sciapo e senza carattere e identità come certa cucina (adesso c’è la fusion, ma certe volte è solo la stessa sbobba) che faccia soldi sui mercati esteri e magari si porti a casa anche qualche premio, che dà sempre lustro. Per l’operazione si chiama un maestro rispettato e ormai pronto a tutto, un attore occidentale in ascesa e molto rispettabile e neo-oscarizzato come Christian Bale, si scrive un copione fortemente patriottico-nazionalista e antigiapponese così l’imprimatur istituzionale è assicurato e il sostegno pure, si condisce il tutto con un filo di melò. Un americano ladro e imbroglione di nome John Miller chissà come e chissà perché a Nanchino proprio nel momento peggiore, penetra in una chiesa cattolica non ancora distrutta dalle bombe (Winchester Cathedral, come la vecchia canzone) con annesso collegio delle fanciulle, allo scopo di ramazzare qualcosa, i soldi delle offerte, ori, argenti, qualunque cosa. Trova niente, e la sua battuta non finissima: “Ma come, non ci sono soldi in una chiesa cattolica, nemmeno un po’ di oro?” fa molto ridere il pubblico berlinese luterano e antiromano e antipapista (ah, Worms!). Alla fin fine il ladrone si ritrova intrappolato lì, insieme a un gruppo di virginali studentesse terrorizzate e a un giovane prefetto imberbe ma coraggioso che è rimasto l’unico a vegliarle. Dal vicino bordello semidistrutto arrivano a cercare riparo alcune prostitute, non le vogliono naturalmente, ma loro con i tacchi a spillo e gli abiti attillati e i boa svolazzanti scavalcano il muro di cinta e oplà, eccole dentro, tra l’orrore delle timorate fanciulle del collegio. Una bellezza a vedersi (sono la cosa migliore dl film), tutto un frusciare di sete stampate e capelli ondulati, boccucce laccate e unghie di ogni possibile colore, e ciglia meravigliosamente arcuate, avete in mente Marlene in Shanghai Express?, ecco, un’eleganza così moltiplicata per dodici, qualcosa che da sola ci fa capire e sentire cos’era la Cina prima della grande glaciazione maoista, viziata, viziosa, pervertita, pensatela come volete, ma di una squisitezza e estenuazione irripetibili. Perfette, strepitose, a confronto della povera divisa blu da orfanelle delle studentesse. Intanto oltre le mura la situazione è sempre peggio, bombe, spari, sangue. Non è che il film allestisca dei grandi set di battaglia però, come ci si sarebbe aspettato da una produzione cinese che può ancora contare sulle masse a basso costo, no, si combatte sempre in quell’angoletto di strada, i soldati tra cinesi e nipponici saranno sì e no qualche decina, lo spettacolo è minimo, insomma l’impressione è che si sia risparmiato (e l’esterno della chiesa è tutto in digitale, di un’artificialità da videogame abbastanza imbarazzante). Il ladrone Miller si mette una tonaca per meglio mimetizzarsi e lì avviene una specie di miracolo, le ragazze incominciano a prenderlo per un prete vero tant’è credibile, Father John di qua e Father John di là, e Father John aiutaci e proteggici tu, e quando irrompono i giapponesi lui ci va dentro pesante con la falsa identità di prete per tenere lontani quei bastardi infoiati che naturalmente sono li lì per stuprare in chiesa le buone collegiali (e viene in mente La ciociara). Sono poi guerricciole interne tra le buone ragazze timorate di Dio e perbene e le prostitute aduse a ogni peccato. Ma alla fine le prostitute si redimeranno, e il ladro John sempre più Father John si trasformerà in un eroe. Ora, se solo Zhang Yimou ci avesse creduto davvero e non ci avesse messo solo la mano sinistra del mestierante, ne sarebbe potuto uscire un improbabile ma scatenatissimo melodramma molto anni Quaranta-Cinquanta, genere quei film hollywoodiani ambientati in Cina sempre con bianchi missionari e cinesi cristiani in pericolo per colpa o di altri cinesi pagani o di giapponesi invasori ecc. Diciamo, La locanda della sesta felicità con Ingrid Bergman, o meglio ancora il cultissimo Missione in Manciuria (7 Women), ultimo film di John Ford, cui potremmo aggiungere 55 giorni a Pechino. Anche il personaggio di Christian Bale, quello del farabutto che si redime e diventa eroe, ha ascendenze cineletterarie illustri, come il prete del Potere e la gloria di Graham Greene (e anche Il generale Della Rovere di Montanelli-Rossellini se vogliamo), solo che il povero Bale, malservito da una sceneggiatura sciagurata, per tutta la prima parte fornisce la peggiore interpretazione della sua carriera che in certi momenti ti vien voglia di menarlo dal tanto che esagera in ghigni e tic da ubriacone. Un film pompier perché, alla fin fine, di propaganda, senza però nè il kitsch nè tantomeno il camp di certo meraviglioso pompierismo. Restano solo le prostitute, fantastiche, e una nuova attrice di bellezza fantasmagorica, una di quelle bellezze da urlo che solo il cinema cinese sa sfornare a ripetizione. Si chiama Ni Ni, e da sola, lei sola, merita la visione del film.

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