I migliori film di stasera (sab. 29 marzo 2014) sulla tv in chiaro

La croce di ferro di Sam Peckinpah, Rai Movie, ore 21,15.

'La croce di ferro'

Quando apparve nel 1977 questo film del celebrato Sam Peckinpah, il regista che aveva sedotto i bad boys delle più trucide ed estreme rivoluzioni di quegli anni con Il mucchio selvaggio e ne era diventato un idolo, fu uno shock. Perché La croce di ferro osava l’inaudito, raccontare la guerra dei tedeschi e dal punto di vista dei tedeschi, infrangendo un tabù che nel cinema europeo e americano durava da decenni. Non per niente si trattava di una produzione made in Germany (con partecipazione britannica), con un cast che miscelava attori angloamericani – James Coburn, James Mason, David Warner – a star della Germania come Senta Berger e Maximilian Schell (scomparso l’anno scorso). Film sanguinolento, corrusco, limaccioso, in cui appaiono al loro massimo grado, e allo stato di purezza, l’estetica del massacro di Peckinpah e il suo addentrarsi nella ferinità dell’umano per restituirla e forse esaltarla in forma di spettacolo. Film tenebroso, dark quant’altri mai, avvolto perennemente in una assenza di luce in cui gli uomini in guerra si perdono inghiottiti dal fango, dal fumo, dallo sporco. Un incubo, un delirio. Siamo, ebbene sì, in Crimea nell’anno 1943. La penetrazione tedesca in Russa si è fermata a Stalingrado, ora sono i sovietici al contrattacco. Il dramma vede contrapposti due militari in campo tedesco, due incarnazioni differenti del mestiere della armi. Rolf Steiner, ufficiale degradato dopo essersi rifiutato di eseguire un ordine disumano, è l’eroe adorato dalla truppa, ammirato per il suo coraggio e la sua lealtà. Il capitano Stransky è un borioso, vanesio e incapace rapresentante della casta prussiana, un cattivo militare che non sa fare la guerra, non la conosce, ma vuole a ogni costo conquistarsi la croce di ferro, il massimo riconoscimento al valore della Wehrmacht. Tra i due sarà scontro, e Stransky non esiterà a ricorrere ai mezzipeggiori, la menzogna, la manipolazione, l’esercizio improprio del potere. Un mostro. Ne esce una ballata macabra, una danza di morte che sembra venire dalle viscere del medioevo teutonico. Un mondo senza pietà, come sempre in Peckinpah, in cui a salvarsi, e a salvare gli altri, son solo gli uomini che, virilmente, sanno mettersi alla prova e sfidare l’impossibile. Ambiguo, certo, ma Peckinpah lo è sempre, lo è sempre stato, anche nel ‘rivoluzionario’ Il mucchio selvaggio. La glamourizzazione e feticizzazione della violenza e del sangue sono elementi costitutivi e fondanti del suo cinema, inutile scandalizzarsi perché stavolta le applica alla guerra dei tedeschi. La croce di ferro, attraverso la figura del bravo, eroico soldato Steiner, ci manda a dire che ci furono anche tedeschi leali in guerra, che non tutti i tedeschi furono nazisti, che non si può e non si deve identificare la Germania con il nazismo, che si può essere giusti anche in una guerra ingiusta e sbagliata. Certo, operazione ideologica, tesa a fornire un’immagine ripulita e meno ripugnante dei tedeschi in guerra, e quanto legittima spetta agli storici di mestiere dire. Ce n’è  però abbastanza per sovvertire, ancora oggi, parecchie certezze e consolidati giudizi e pregiudizi. A 37 anni di distanza, questo di Peckinpah resta un oggetto cinematografico che non ha perso niente della sua carica perturbante ed esplosiva.

Mani di velluto di Castellano & Pipolo, Iris, ore 21,07.
Spaventoso successo all’epoca – correva l’anno 1979 – come del resto succedeva a tutti i prodotti della ditta Castellano & Pipolo. I quali, poggiandosi a divi popolari come Adriano Celentano e Renato Pozzetto, recuperarono in chiave medio-bassa e plebea la commedia carina e piccoloborghese dei telefoni bianchi. Con qualche strizzata d’occhio perfino alla sophisticated e screwball comedy americana. Certo, cinema al grado zero per assenza di ogni eleborazione e azzardo linguistici, narrativi, strutturali, stilistici, che però al pubblico piacque immensamente. Mani di velluto è forse la meno corriva e più carina delle commedie del duo, con il suo protagonista (Celentano) inamorata di una ladra di mestiere (Eleonora Giorgi, e già questo cultizza il film). Diciamo che Mani di velluto ruba qualcosa perfino a Mancia competente di Lubitsch.

L’anticristo di Alberto De Martino, Iris, ore 1,05.
No, non l’Antichrist maledettissimo di Lars Von Trier, prova generale in fatto di sesso esplicito di Nymphomaniac. Trattasi invece di un esorcistico italiano dei primi anni Settanta, arrivato sull’onda dell’esplosivo successo del film di Wlliam Friedkin. Anche qui possessioni demoniache, ma in chiave nazionale, anzi nazional-popolare, riallacciandosi acutamente questo L’anticristo, anche se non dichiaratamente, alla tradizione della tarantate e degli esorcismi, fenomeni mirabilmente studiati e analizzati dall’antropologo Ernesto De Martino un paio di decenni prima, e che al cinema già avevano ispirato il bellissimo Il demonio di Brunello Rondi. Che il regista si chiami Alberto De Martino suona come una bella coincidenza, e chissà se tra i due intercorresse una qualche parentela (mi piace pensare di sì). In questo B-movie, ormai culto delle fanzine e webzine e dei ragazzacci del cinema di genere, si sentono anche echi di un altro meraviglioso classico del nostro cinema, il Malombra di Mario Soldati. Ippolita, di aristocratica dinastia romana, non riesce più a camminare. I medici non ce la fanno a rintracciare una causa convincente, forse si tratta di blocco psichico causato dal trauma della perdita della madre. Durante una visita a un santuario in Ciociaria (meraviglia!), Ippolita viene a contatto con la realtà dei posseduti e della pratica esorcistica. Si scoprirà che il suo male dovuto a una presenza in lei di un’antenata strega. Grandissimo cast. Accanto alla protagonista Carla Gravina (che rivaleggia con Linda Blair), attrice-feticcio degli anni Settanta, ci sono Mel Ferrer, Arthur Kennedy, Mario Saccia, Umberto Orsini, Anita Strindberg, Remo Girone.

Miranda di Tinto Brass, Cielo, ore 21,35.
Del 1985, arriva dopo l’incredibile successo, misurato in miliardi e miliardi di lire, di La chiave di Tinto Brass. Il quale cavalca l’onda del softcore, o del sesso quasi esplicito importato in un film mainstream, e si inventa questo assai efficace Miranda: stessa formula, stessi clamorosi incassi del precedente. Lanciato con uno dei claim più sfacciati della storia del nostro cinema: La chiave ha aperto la porta, Miranda la spalanca. Difatti la protagonista, Serena Grandi, nel film della sua vita, mostra il seno esagerato e apre parecchio le cosce di fronte alla cinepresa. Il plot vorebbe essere una rilettura della Locandiera di Goldoni, con Mirandolina che diventa Miranda e si sposta nella bassa padana negli anni Cinquanta. Lei deve mandare avanti un’osteria da sola, dopo che il marito è stato dato per disperso in guerra, e se la deve vedere con parecchi pretendenti, cui si concede e si sottrae, amando per davvero solo il suo garzone di bottega. Il Brass più pop(olare). Con Andrea Occhipinti sex symbol di quegli anni. Confrontare questa Serena Grandi con quella riacomparsa in La grande bellezza.
Le cronache di Narnia: il principe Caspian di Andrew Adamson, Italia 1, ore 21,10.
Il secondo della saga Narnia. Un successo, ma non così grande come nelle aspettative dei produttori, che pensavano di replicare il trionfo del Signore degli anelli. Anche qui siamo nel campo dell’epica fantasy, però con molti sottotesti e rimandi religiosi  e cristologici (l’autore dei libri da cui il ciclo filmico è tratto, C.S. Lewis, era un inglese profondamente credente).

Gremlins di Joe Dante, Italia 1, ore 0,00.
Io questo film di Joe Dante, anno 1984, me lo ricordo paurosissimo e repellente oltre ogni (mia) aspettativa. Film notevole comunque, che rovescia quella che all’inizio pare una fiaba, o un classico racconto di Natale, in racconto orrorifico dei peggiori, in una perfetta e implacabile fabbrica di incubi. Un ragazzino riceve, siamo in pieno Christmas time, come regalo dal padre un delizioso animaletto di peluche, solo deve attenersi nel trattarlo a qualche regola. Regole subito infrante, ed ecco l’oscura vendetta. Il giocattolo si trasforma in mostriciattolo che a sua volta ne crea altri, gli orrendi Gremlins del titolo. Si entra nel classico genere cinematografico con umani assiedati da mostri di vario tipo, alieni, zombies, anche animali, come nel caso degli Uccelli hitchockiani. Produce Spielberg. Grandissimo successo di pubblico.

La duchessa di Saul Dibb, La Effe, ore 22,00.
Quella duchessa del Settecento di nome Georgina Spencer assomiglia molto a Lady Di. Anche lei va in sposa a un tipo noioso che non ama, anche lei farà discutere per l’eccentricità dei comportamenti e degli amori. Questione di Dna, visto che Georgina è una lontana antenata proprio di Diana. Punta tutto su questo parallelismo il film del 2008 con protagonista l’adorata (almeno da me) Keira Knightley. Discreto successo, però inferiore alle attese. Resta comunque un solido period movie di quelli che gli inglesi san fare benissimo, con tutte le crinoline al posto giusto e senza i manierismi che affliggono gli analoghi prodotti italiani (sempre più rari, dati i costi ormai proibitivi).

Tu partirai con me di Don Hartman, Rete Capri, ore 21,00.
Rom-com del 1949 di cui nessuno si ricorda più, nonostante la presenza di Robert Mitchum (non così a suo agio nella commedia). Uno di quei film che solo Rete Capri ha il coraggio di mettere in prime time, nel suo ciclo bianco & nero. Un impiegato di un grande magazzine a una giovane vedova di guerra con figlioletto a carico. Tutto comincia col sospetto acquisto da parte di lei di un trenino, seguiranno innamoramento e amore. Sullo sfondo, Natale  a Manhattan. Con Janet Leigh, allora poco più che esordiente.

Tu chiamami Peter, biopic di Peter Sellers; la7d, ore 21,20.
Film del 2004 che ricostruisce vita e morte di Peter Sellers (questo difatti è il titolo originale). Vita complicata e travagliata. Rapporti difficili con la madre e poi con le donne tutte. Un amore vero con Britt Ekland destabilizzato e mandato in crisi dalle ossessioni di lui. I contrasti con il regista che più l’aveva amato, Blake Edwards. La deriva nell’alcool e nelle sostanze alteranti. Con Geoffrey Rush e Charlize Theron come Britt Ekland.

O come Otello di Tim Blake Nelson, Mtv, ore 23,30.
Tentativo di ripetere con l’Otello l’operazione fatta (e perfettamente riuscita) da Baz Luhrmann sul Romeo e Giulietta shakespeariano. Dunque, ambientazione contemporanea, frenesia adrenalinica, furori giovanilistici. Tutto ruota intorno a una squadra di basket. Ma stavolta qualcosa non funziona. Con Mekhi Phifer e Julia Stiles.

La chiave di Tinto Brass, Cielo, ore 0,15.
Incredibile che lo passino in tv. Incredibile, se si pensa all’aura maledetta e scandalosissima che si porta dietro dai tempi della sua apparizione su grande schermo (correva l’anno 1983, e fan trent’anni e passa). Film epocale, per più versi. Per il suo autore Tinto Brass, che schiantò il box office e si affermò come signore dell’erotismo nel famoso immaginario collettivo, e mica solo italiano. Per come inserì la rappresentazione del sesso, e il sesso esplicito o quasi, nel cinema medio-mainstream. Per il lancio di Stefania Sandrelli, una che veniva da Germi-Bertolucci-Scola-Pietrangeli, quale opulento simbolo del sesso nazionale e oggetto di ogni possibile sogno e voglia di possesso. Ispirato a un romanzo di Tanizaki, una storia morbosa assai ambientata nella Venezia, territorio brassiano per eccellenza, ai tempi del fascismo e dell’entrata in guerra dell’Italia. Protagonista la strana coppia formata dall’inglese direttore della Biennale (però!) e dall’albergatrice veneziana sua moglie. Lei legge il diario in cui lui racconta le proprie fantasie sessuali (dopo che lui ha lasciato in giro volutamente la chiave di dove l’aveva rinchiuso perché la moglie vi accedesse), lei comincia a scriverne uno suo. Il risultato è che si dan da fare entrambi, e insieme, per scatenare al massimo il proprio desiderio e le proprie voglie. Tormenti e piaceri, e si sfiora voluttuosamente il kitsch con scene ormai leggendarie come lei che fa pipì sul selciato. Trapela un senso di verità, comunque, perché Brass al sesso come via verso l’estasi crede davvero. Sandrelli assoluta dominatrice. Con lei Frank Finlay e Franco Branciaroli. Cameo di Ugo Tognazzi.

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