I migliori film di stasera (lun. 31 marzo 2014) sulla tv in chiaro

Una giornata particolare, Rai Storia, ore 21,16.
journee_particuliereNel giorno della visita del Führer a Roma due vite ai margini si incontrano, quella di uno speaker Rai omosessuale che sta per essere mandato al confino per “comportamento depravato”, e quella di una casalinga disperatissima, con troppi figli e un marito ottuso e fascistissimo. Cortocircuito tra esistenze a lato della Grande Storia, pur se per motivi diversi. Scopriranno entrambi qualcosa grazie all’altro, lei orizzonti meno soffocanti, lui un barlume di comprensione, fors’anche accettazione. Ettore Scola rimette insieme nei tardi anni Settanta la coppia Marcello Mastroianni-Sofia Loren e la detourna genialmente in ruoli fuori dai suoi cliché. Risultato ottimo, soprattutto per la Loren, dimessa e non più vamp, forse qui nel suo ultimo grande film. Non è – nel suo programmatico didascalicismo – quel capolavoro di cui molti critici, soprattuto francesi, hanno parlato, però un buonissimo, molto onesto film diventato con il tempo un classico. Mastroianni, meraviglioso per finezza e levità, ottenne la nomination all’Oscar.
La vita segreta delle parole, La Effe, ore 21,15.
Quando arrivò nei cinema – era il 2005 – sembrò segnare la nascita di un’autrice di rispetto, la catalana Isabel Coixet. Immediatamente immessa nelle liste dei derictors più promettenti, dei cineasti del comani ecc. ecc. Coixet è poi impercettibilmente slittata, se si eccettua per Lezioni d’amore, nel cono d’ombra, e ricordo come l’anno scorso alla Berlinale il suo Another Me non abbia suscitato un grande interesse. Credo che la sua cosa migliore resti questa. Film non dei soliti, già a partire dal bellissimo titolo. Con un qualcosa che ricorda, anche se con più pudore e meno acensioni melodrammatiche e mistiche, Le onde del destino di Lars Von Trier. Hanna è una ragazza croata dall’udito assai compromesso trasferitasi in Inghilterra. Si ritroverà, un po’ per caso un po’ per scelta, ad assistera come infermiera un uomo, Josef, rimasto ustionato durante un incendio su una piattaforma petrolifera nel Mare del Nord (ecco i riferimenti a Von Trier). Lei sordastra, lui quasi cieco. Sarà una comunicazione faticosa di parole e segni corporali che riuscirà però a connettere i due, portandoli a rivelare e dire cose segrete di sé. Niente è come appare, tutto sta celato nel profondo. Sarah Polley, la regista-attrice canadese che con il suo docu Stories We Tell ha avuto recentemente un gran successo americano, è Hanna, Tim Robbins è Josef.
I magnifici sette, Rai Movie, ore 21,15.
Anno 1960, John Sturges gira il remake western dei Sette samurai di Akira Kurosawa, ed è un immenso successo, con un titolo che diventerà proverbiale. Chiamato dalla gente di un villaggio messicano tiranneggiato da un’orda selvaggia di sgherri, Chris (Yul Brinner) mette insieme un manipolo di uomini pronti a tutto pur di riportare l’ordine. Più che un film un archetipo cinematografico, ormai. Film fecondo, nel sendo letterale di film che ha fecondato e partorito un nugolo di titoli successivi. Cast tutto maschile strepitoso. Accanto al protagonista Yul Brinner c’è uno Steve McQueen che troverà qui il suo lancio, e poi Horst Bucholz, Eli Wallach, Charles Bronson, James Coburn. Da vertigine. Fatto, rifatto (e pure strafatto) in un’immensità di spaghetti western e american-western (es. Il mucchio selvaggio) e poi dal cinema orientale di Hong Kong, Corea e Giappone: cito solo Seven Swords di Tsui Hark e 13 assassini di Miike (così si torna al Giappone di Kurosawa da cui tutto era partito).
Pugni, pupe e marinai, Tv2000, ore 21,20.
Uno dei tanti film seriali prodotti dal nostro cinema tra anni Cinquanta e Sessanta con soldati – preferibilmente marinai – in libera uscita in fase di acchiappo e belle ragazze che, quando parton le grandi manovre, un po’ ci stanno un po’ no. Film girati alla svelta e però fatti da professionisti seri e veri, commediucce con comici del momento e belle ragazze in fiore o già fiorite, qualche ammicccamento sessuale ma mica troppo che allora non si poteva e non si usava, doppi sensi sì, sulla scia dell’avanspettacolo. Con tipi e tipe da spiaggia che così si può far vedere qualche bikini. La pattuglia degli attori comprende Ugo Tognazzi e Raimondi Vianello allora coppia fissa (siamo nel 1961), il fusto Maurizio Arena, Gloria Paul, Grazia Maria Spini. Cameos di Enzo Tortora, Don Lurio, Armando Trovajoli e Angelo Lombardi l’amico degli animali. Dirige, con una certa eleganza e classe, Daniele D’Anza, che poi in tv ci darà il memorabile Il segno del comando.
La grande luce (Montevergine), Rete Capri, ore 21,00.
Scatenatissimo melodramma girato nel 1939 da Carlo Campogalliani mescolando passioni, oniore conulcìato, onestà vilipesa, equivoci fatali, e una religiosità popolare venata di elementi pre-cristiani all’ombra del grande santuario irpino di Montevergine. Qui, nel villaggio intorno alla chiesa, un probo fabbro viene ingiustamente accusato di omicidio. Se ne dovrà fuggire in Argentina, dove però se la dovrà vedere con una poco di buono che lo infama e lo incastra. Ritorno al paesello in cerca di vendetta, ma la devozione per la Madonna lo farà desistere dall’insano proposito. Da urlo. Imperdibile. Con Amedeo Nazzari, Leda Gloria e Emilio Petacci (non parente).
Pelham 1-2-3 – Ostaggi in metropolitana, Cielo, ore 21,30.
Un commando di banditi capitanato da un cattivissimo John Travolta sequestra un convoglio della metropolitana di New York con tanto di passeggeri-ostaggio. Tratta con lui Denzel Washington. Alta tensione. Di Tony Scott, il fratello bravo e sottovalutato di Ridley scomparso lo scorso 19 agosto in modo tragico (si è ucciso buttandosi da un ponte di Los Angeles). Questo film rappresenta piuttosto fedelmente il suo cinema, action serrato, scarsa psicologia, uomini che si muovono in un mondo brutale e che brutalmente agiscono, che si trovino dalla parte del bene o del male. Ma a distinguerlo è anche la glamourizzazione, la ripulitura di materiali sporchi e cattivi attraverso una messinscena molto glossy, patinata, secondo un’estetica parente dei fashion magazine e della pubblicità. Il protagonista Denzel Washington è stato il suo attore-feticcio, in un sodalizio culminato in Unstoppable (notevole) del 2010, l’ultimo Tony Scott.
Fearless, Rai 4, ore 21,13.
Colossale produzione cino-hongkonghese della scorsa decade che celebra con grandi mezzi e senso dello spettacolo l’eccellenza nazionale in fatto di arti marziali. E lofa raccontando e mettendo in scena la vera storia di Yuanjia Huo, maestro di comattimento tra Otto e Novecento. Dirige Ronny Yu, protagonisti Jet Li e Michelle Yeoh. Nel 1910, in una Cina in dissoluzione e preda ambita da ogni potenza straniera, Yuanjia Huo sfida tre lottatori europei e un giapponese, in una gara che è metafora fin troppo trasparente di un paese nell’angolo costretto a combattere per la sopravvivenza. Durante l’attesa dell’incontro decisivo in flashback assistiamo alla vita di Yuanjia Huo, dagli anni della formazione a quelli della difficile affermazione. Una storia individuale che si fa rappresentativa di un paese, di una nazione, di un’identità collettiva. Enorme successo in patria e ottimo esito anche sui mercati stranieri. Non il solito film di arti marziali.
Sexy Beast – L’ultimo colpo della bestia, Rai Movie, ore 23,35.
Quando ho visto il nome del regista di questo Sexy Beast ho fatto un sobbalzo: Jonathan Glazer. Non proprio uno qualunque. Un autore britannico dei più eccentrici e meno classificabili, che una decina di anni fa sconcertò Venezia con Birth (con una Nicole Kidman all’apice), e che lo scorso settembre ha ri-sconcertato Venezia, e fatto incazzare i recensori più bon ton, con il suo Under the Skin, opera visionaria con una Scarlett Johansson aliena-killer venuta sulla terra. Glazer è regista assai personale, non trascurabile. Dunque cerchiamo di vedercelo Sexy Beast, che segna il suo esordio nel lungometraggio dopo molto lavoro in publicità e videomusica. Dell’anno 2000, ha per protagonista un solido attore come Ben Kingsley, nella parte classica di un malavitoso ritiratosi dall’atività criminale. Naturalmente, come sempre in questo sub-genere, il passato ritorna, un amico difatti gli prospetta di partecipare a un colpo in una banca e lui, l’incauto, non rifiuterà. Film tutto all’interno del genere crime, ma è interessante vedere come l’esplosivo talento di Glazer e la sua propensione al visionario ne forzino i confini.
Gone Baby Gone, Iris, ore 23,19.
Dopo l’Oscar andato l’anno scorso al suo Argo come migliore film, il Ben Affleck regista è ormai un solido punto fermo del cinema americano. Pochi gli avevano dato credito quando girava Argo, eppure il suo secondo film, The Town, era molto, molto bello. Ma già dal suo primo, questo Gone Baby Gone del 207, s’era capito che l’Affleck director era meglio dell’Affleck attore. Tratto da un noir del Dennis Lehane di Mystic River e di Shutter Island, Gone Baby Gone si muove in una East Coast dalle atmosfere cuperrime e ambigue. Si investiga sulla scomparsa di una bambina, si scopriranno cose orrende, complicità e fosche collusioni all’interno delle stesse istituzioni. Un film tutto in famiglia. Se Ben se ne sta dietro la macchina da presa, a far da protagonista è il fratello Casey. Ci sono anche Morgan Freman e Michelle Monaghan, appena rivista in True Detective.
Whore – Puttana, Cielo, ore 1,20.
Anomalo film del 1991 di Ken Russell. Anomalo, perché il regista inglese abbandona i suoi deliri barocchi, le sue immagini fantasmagoriche e mirabolanti, il suo gusto per la deformazione, e ci consegna un ritratto di donen quasi documentaristico, da cinéma-vérité. Il che sulla carta sembrerebbe quanto di meno kenrusselliano possa esserci. Liz è whore, puttana, a Los Angeles. Lavora per strada, in casa, in albergo. Rivolgendosi brechtianamente e godardianamente alla macchina da presa, è lei stessa a raccontare la propria vita, che è una via crucis, un calvario, una stazione del dolore dopo l’altra. Non possiamo non pensare proprio a un capolavoro di Godard, Vivre sa vie, anche lì storia di una prosituta e del suo inferno. Qui si attraversano minacce, ricatti, pestaggi, aggressioni. Russell filma e mostra con occhio implacabile, mentre Theresa Russell – in una impressionante identificazione con il suo personaggio – ci mostra di che carne e sangue e sofferenza si componga il mestiere di puttana. Ken Russell riesce lo stesso a immettere nel film ila sua propensione per l’eccesso, l’oltremisura, consegnandoci una vita immersa nel buio, nel fango, e con un incombente senso di minaccia, di claustrofobia.
Road to Nowhere, Rai 3, ore 1,10.
Monte Hellman: leggendario autore indie americano, uno degli uomini-simbolo del fare cinema al di fuori degli studios e dagli schemi, liberi dai vincoli commerciali, assecondando solo le proprie pulsioni, propensioni e visioni. Road to Nowhere Hellman lo presenta a Venezia 2010, e ne esce con un premio. Assegnatogli da una giuria presieduta da Quentin Tarantino, suo amico e complice di altre avventure professionali (Monte era stato produttore esecutivo del primo lungo di Quentin, Le iene). Conflitto di interesse? Abbastanza, Se poi tenete conto che a vincere il Leone d’oro quell’anno fu Somewhere di Sofia Coppola, che di Tarantino era stata la fidanzata, c’è da farsi più di una domanda. Tutto questo non inficia il valore e l’interesse di Road to Nowhere, classico esempio di cinema sul cinema, metacinema in cui i piani della finzione e della realtà si intersecano e si contaminano e influenzano. Con in più un che di hitchockiano e di La donna che visse due volte (una donna e il suo doppio). Il regista Mitchell Haven vuol girare un film su uno scandalo di finanza e sesso in cui era stata implicata una donna di nome Velma Duran (come la Velma di Addio, mia amata di Raymond Chandler, e già questo). Durante il casting si ritrova con la vera Velma, presentatasi però sotto falso nome. Sarà l’inizio di un entrare-uscire tra realtà e rappresentazione, e di una finzione che si fa imitazione della vita e viceversa. In un cameo c’è Fabio Testi.
Red Eye, Rai 4, ore 0,38.
Si conoscono all’aeroporto, si ritroveranno poi seduti uno accanto all’ra durante il volo. Sembra all’inzio una rom-com, questo film di Wes Craven. Ma la propensione del suo regista al cinema di paura già ci allerta e ci fornisce qualche indizio di quel che verrà. Difatti man mano il film scopre le sue carte e mostra di essere un thriller d’alta quota con venature da spy-story. Lisa (una Rachel McAdams quasi agli esordi) capisce che il suo compagno di viaggio (il sempre ambiguissimo Cillian Murphy, con quella faccia che si ritrova da eterno efebo perverso) sta complottando per uccidere un uomo politico. Che, guardacaso, alloggerà proprio nell’abergo di cui la famiglia di lei è proprietaria. Film trascurato dalla grande critica e dal grande pubblico, ma assai amato da uno zoccolo duro di estimatori.
Donne sull’orlo di una crisi di nervi, La7, ore 1,15.
Il film che nel 1988 chiude il primo periodo di Almodóvar, il più selvaggio, quello ruspantissimo ed estremo, anche il mio preferito (quello di La legge del desiderio e Matador, per dire). Il film, anche, che trasforma il suo cinema in un prodotto più smussato e mainstream, che conserva sì le provocazioni e gli inconfondibili almodovarismi, ma addomesticati a uso delle platee già globalizzate. Un prodotto a modo suo perfetto, costruito con sapienza assoluta (Almodovar è un grande sceneggiatore, sempre, un costruttore di macchine narrative abile come pochi, al di là dell’apparente naïvité), che mescola i temi trasgressivi della movida madrilena, la wildness erotica, con un andamento da commedia popolare e insieme sofisticata. Gli slittamenti nel folle, nel paradossale, nel surreale, sono allo stesso tempo molto iberici e debitori della screwball comedy della Golden Hollywood. E poi, donne, donne e ancora donne. Questo film è un coro femminile con voce solista, quella di Carmen Maura/Pepa, protagonista e mattatrice così debordante da sembrare uscire e travalicare lo schermo. Donne, come nel paradigmatico film cukoriano. Pepa è stata molata dall’amante Ivan, ed è combattuta tra il desiderio di vendetta (quella famosa scenda del letto incendiato) e la voglia più o meno confessata di ricatturarlo, anche perché ha scoperto di essere incinta di lui. Intanto, nel suo appartamento con terrazza e vista meravigliosa sulla skyline di Madrid (immagini che hanno contribuito a rendere sexy la città e tutta la Spagna nella mente dello spettatore globale trasformandole in irresistibili calamite per turisti) riceve amiche, ospiti casuali e ospiti intenzionali. Un viavai da pochade, da vaudeville. La moglie del suo amante, il figlio di lui (un giovane Antonio Banderas allora attore feticcio di Almodóvar, come Carmen Maura era la sua attrice totemica), poliziotti alla ricerca di terroristi arabi, altre presenze. Con un gazpacho al sonnifero che Pepa confeziona e che avrà effetti collaterali imprevedibili. Sentimenti anche urlati, equivoci, girotondi amorosi, imprevisti. Un implacabile congegno narrativo che il regista mette in moto e manovra con assoluta sicurezza. Si ride molto e si resta ammirati dalla grazia e dall’intelligenza del manovratore. Successo enorme in tutto il mondo, America compresa. Candidatura all’Oscar e atto ufficiale di nascita del mito Almodóvar. Titolo che diventerà proverbiale e verrà saccheggiato da publicità, stampa e quant’altro (e ancora oggi citato e saccheggiato). Donne sull’orlo di una crtisi di nervi diventerà anche nel 2010 un musical a Broadway, che non ce la farà però a duplicare il successo del film.

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