I migliori film di stasera (giov. 3 apr. 2014) sulla tv in chiaro

14 film. Due Lars Von Trier, un Gondry, un Arthur Penn, uno Stephen Frears, un John Carpenter, un Mike Nichols (con la coppia Meryl Streep-Jack Nicholson). Un film del ’41 sceneggiato da Billy Wilder. Un docu sugli Eames, coppia del design americano. E ancora ancora ancora.

Le onde del destino di Lars Von Trier, Iris, ore 21,06.
18399314In questo Breaking the Waves – tale il titolo originale – del 1996 Lars Von Tier mette già molto, moltissimo di quel che ritroveremo nel suo Nymphomaniac (in uscita oggi nei cinema). Innanzi tutto il sesso inestricabilmente connesso al sacro, all’oltreumano, all’esperienza religiosa e perfino mistica. Sesso come mezzo e via di ascesi al sublime, ma discesa all’inferno, calvario, espiazione, sacrificio, offerta di sé. Godimento e sofferenza. I giullari del sesso liberazionista sempre allegro e giulivo come porta verso la felicità e l’autorealizzazione si astengano da Von Trier, molto più cupo, ombroso, complesso e anche premoderno, gotico, medievaleggiante. Bess, la protagonista, l’eroina di Le onde del destino, è santa e puttana insieme, ed è l’una perché è anche l’altra. Santa e martire, votando se stesso al sacrificio attraverso il sesso praticato con una moltitudine di uomini per amor del proprio uomo e per oscura ottemperanza a un imperativo interiore. Beth vive in un villaggio della Scozia vicino al Mare del Nord, è un cuore semplice, un’anima pura, forse gravata da un lieve ritardo psichico. Si innamorerà di Jan, operaio scandinavo di una piattaforma petroliferà, lo sposerà contro il parere di tutti, gli si dedicherà completamente, in una dedizione perfino oltraggiosa. In seguito a un incidente sul lavoro, Jan rimane paralizzato e non può più fare l’amore con lei. Le chiederà di far l’amore con altri uomini e poi di raccontarle i dettagli,a in una sorta di rapporto surrogato. Beth accetterà, sperando e pregando che il suo sacrificio possa guarire il marito. Ci sarà un finale che ricorda quello di Ordet del grande conterraneo di Von Trier, Carl Theodor Dreyer. Con uno degli attori feticcio di LVT, Stellan Skarsgård (lo ritroviamo in Nymphomaniac) e con una meravigliosa Emily Watson che si portò a casa una quantità di premi, ma non l’Oscar, per cui fu comunque candidata. Enorme film. Indispensabile, imprescindibile.

Europa di Lars Von Trier, ore 23,51.
Il terzo film di Von Trier, anno 1991, e, per quanto mi riguarda, il mio primo impatto con il suo cinema. Se ricordo bene, visdi Europa all’Anteo, qui a Milano, e fu una gran rivelazione. Non s’era mai visto un cinema così, potente (fino a tratti alla magniloquenza), epico anche nel raccontare e mettere in scena il micro, il dettaglio. Neoespressionista, visionario, ma di una visionarietà mai celibe e autoriferita e chiusa in se stessa, e invece messa al servizio di un’interpretazione del mondo e della storia (intendo la Storia). Un senso dello stile come pochi in quegli anni, consapevole della grande tradizione inconografica europea, arte, ma anche il cinema classico. In bianco e nero, con squarci qua e là a colori, Europa è un viaggio – anche onirico, anche delirante – nella Germania dell’immediato dopoguerra, la Germania sconfitta, in macerie, sgomenta per l’abisso in cui è sprofondata e in cui ha fatto sprofondare tutto il continente. La Germania distrutta che s’era vista in film come Scandalo internazionale di Billy Wilder e Germania anno zero di Rossellini, ricostruita retrospettivamente e anche fantasticamente come antro del nulla, proiezione del male, inferno dei vivi e dei morti. Un treno la attraversa, sopra ci sta Leopold Kessler, tedesco americano tornato adesso che la guerra è finita nel paese delle sue radici, impiegato come addetto alle cuccette per la compagnia ferroviaria Zentropa (che diventerà poi il nome della società di produzione di Von Trier, più che mai attiva anche oggi, anzi pilastro del sistema cinema danese). Finirà con il conoscere gli Hartmann, proprietari della Zentropa, famiglia collusacon il nazismo e ora impegnata nel tentativo di riciclarsi nella nuova Germania. Leopold si innamorerà di una di loro, rimanendo impigliato in un reticolo di ambiguità e doppiezze. Visivamente straordinario. Con molti debiti, voluti e riconosciuti, al cinema espressionista tedesco e in particolare a Metropolis di Fritz Lang (la scena dell’orologio). Ma ci sono anche echi, chissà quanto consapevoli, di La caduta degli dei di Visconti e di un bel po’ di Fassbinder, di cui ritroviamo qui una delle attrici-feticcio, Barbara Sukowa. Protagonista Jean-Marc Barr, un fedelissimo di Von Trier, presenta anche in Nymphomaniac (volume secondo), dove gli tocca la parte più terribile. Presenze cultistiche di Udo Kier e Eddie Constantine.

The Queen, Rai 3, ore 21,05.
Non sono, in genere, un grande estimatore del cinema inglese e The Queen non mi ha fatto cambiare idea, nonostante la sbalorditiva performance di Helen Mirren che le ha fatto giustamente guadagnare l’Oscar (e, mesi prima, la Coppa Volpi come miglior attrice a Venezia). Il docudrama sulla grande crisi che investi Buckingham Palace e fece traballare la monarchia dopo la morte di Diana certo dà parecchi punti alle fiction di casa nostra e resta un luminoso esempio di libertà d’opinione della democrazia inglese. In quale altro paese si potrebbe fare un film sulle massime cariche dello stato come questo, rispettoso sì ma non in ginocchio? Film parecchio interessante per come ricostruisce il privato della regina e della sua corte senza però indulgere al voyeurismo e alla tentazione demitizzante. Regia infallibile di Stephen Frears. È l’inglesità fatta di battute di caccia, tazze di tè, cappellini e orride tappezzerie che a me proprio non va giù. Sorry. (È anche il motivo per cui non mi ha entusiasmato nemmeno Il discorso del re). Gran sceneggiatura di Peter Morgan.

Gangster Story (Bonnie & Clyde) di Arthur Penn, Italia 7 Gold, ore 23,15.
Insieme a Easy Rider, il film che traghettò – era il 1967 – il cinema americano dai prodotti maintream e un po’ bolsi per famiglie verso qualcosa che fosse in sintonia con le nuove generazioni, che intercettasse le loro inquietudini, i loro ribellismi e le loro rivolte sognate e mancate, la loro pretesa di ergersi a discontinuità e frattura nella storia contrapponendosi alla generazione dei padri. Gangster Story muove il cinema verso quella che sarebbe stata chiamata la New Hollywood e avrebbe dominato mercati e immaginari per tutti gli anni Settanta, e scusate se è poco. Un regista sempre rimasto abbastanza ai margini della macchina cinema come Arthur Penn, un outsider, prende una sceneggiatura, meravigliosa, di Robert Benton ispirata a una coppia criminale della Grande Depressione, e ne cava qualcosa di memorabile, importante, epocale, probabilmente al di là delle sue stesse intenzioniu. È che Penn, in una messinscena insieme stilisticamente rigorosa e nervosa, muscolare, adrenalinica, celebra il diritto alla ribellione, la rabbia antisistema, le pulsioni anarchiche e di opposizione, contestazione e antagonismo. Probabile che il pubblico di allora non aspettasse altro per rispecchiarsi, e fu difatti un successo travolgente in tutto il mondo, con molte nomination all’Oscar (due soli vinti, però). Visto oggi, depurato dalle incrostazioni e proiezioni collettive di allora e senza quelle lenti deformanti, resta un bellissimo film, una ballata selvaggia su due disgraziati, forse nemmeno troppo acuti di mente, che in un’America derelitta come quella del 1930 si mettono insieme per darsi al crimine. Lei è una piccola Bovary in cerca di fuga, lui è il ragazzo che un po’ per amore un po’ per rabbia la appoggerà in quel sogno. Armi in pugno, svaligeranno negozi e banche, imbarcheranno complici volenti e pure nolenti nelle loro male imprese. Sarà un’escalation. Uccideranno poliziotti, e finirà male, molto male, in una sequenza che ancora oggi resta una lezione di cinema. Penn dà corpo alla rabbia antagonista che ha sempre serpeggiato nella società americana, nelle sue viscere, per tutti i primi decenni del Novecento, e insieme costruisce una perfetta operazione nostalgia. Nostalgia di quelle rabbie e voglie ribelli, ma anche di un mondo stilisticamente impeccabile. Gangster Story è il primo grande film consapevolmente retrò e vintage della storia del cinema, Bonnie e Clyde sono iconizzati in vestiti perfetti e incantevoli e ricchi di glamour. Le gonne di Faye Dunaway – semplicemente meravigliosa, indimenticabile – manderanno al macero la moda delle minigonne e rilancerà quelle sotto il ginocchio, anzi al polpaccio. Dal mini al midi, e anche quella fu una rivoluzione (o una restaurazione?). Warren Beatty al massimo del suo sex appeal, anche se il film alla fine se lo ruba lei, Faye Dunaway. Con una glamourizzazione della violenza e del dìsangue in cui Arthur Penn anticipa (con Sergio Leone e Peckinpah), molto cinema futuro, quello di Tarantino per esempio.

Eames: architetti, pittori, designer, La effe, ore 23,15.
Charles e Ray Eames, marito e moglie, coppia professionale di massimo successo, probabilmente i designer americani più famosi del Novecento. Tra anni Quaranta e  Cinquanta (ma la loro influenza arrivò anche oltre) imposero attraverso il loro marchio su larga scala il razionalismo, o sguardo e l’attitudine dela mnodernità negli oggetti d’uso per interni domestici e lavorativi. Ma allargarono il loro talento all’architettura, alla fotografia, all’arte, perfino al cinema. Ancora oggi un culto assoluto, amati e citati e recuperati da legioni di creativi e interior decorator. Questo docu del 2011 di Jason Cohn e Bil Jersey ricostruisce la loro avventura, con sguardi anche all’interno della loro vita privata. La voce narrante è di James Franco, il quale, si sa, non manca mai nelle operazioni cine-indipendenti e assai cool che hanno a che fare con il mondo dell’arte e i suoi più o meno immediati dintorni. Tra gli intervistati, anche il regista-sceneggiatore Paul Schrader (American Gigolo, The Canyons).

Heartburn – Affari di cuore di Mike Nichols, Rai Movie, ore 21,15.
Mike Nichols mette in cinema – siamo nel 1986 – il libro parecchio autobiografico dell’immensa Nora Ephron. La quale in Heartburn racconta, criptandola appena e con altri nomi, il suo matrimonio e poi la crisi con Carl Bernstein, uno dei due eroi giornalistici del caso Watergate. Molto newyorkese, molto liberal, un film diventato un classico del cinema al femminile. Con la gran coppia Meryl Streep e Jack Nicholson. Più Jeff Daniels, Maureen Stapleton e perfino Milos Forman.

Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter, Rai Movie, ore 23,40.
No, non uno degli innumerevoli sequel e cloni, poprio l’orriginale, l’autentico, il primo e fondativo. Quello girato con un pugno di dollari da John Carpenter nella sua stagione d’oro (era il 1978) e destinato non solo a incassare un’enormità di soldi in tutto il mondo, ma rinfondare il genere horror, virandolo verso il sangue esplicito e abbondante, il feticismo quasi pornografico della violenza, della lcerazione e mutilazione dei corpi. Slasher movie, cinema del taglio, della ferita, celebrazione e glorificazione delle lame letali. Carpenter prende un’istituzione della cultura pop americana e della vita collettiva come la notte di Halloween, e ne fa lo sfiondo e il contenitore e l’oscuro motore di una galleria di deformità fuori e dentro gli umani, di delitti e terrori. Un ragazzo nella notte di Halloween uccide la sorella. Molti anni dopo scapperà dalla prigione in cui era stato rinchiuso, tornerà al paesello e ricomincerà, ovvio, a uccidere, e la gran cerimonia del sangue sarà di nuovo ad Halloween. Carpenter è magistrale nel montare il suo teatro della minaccia e della crudeltà e, coraggiosamente, decostruisce la narrazione, sbarazzandosi di ogni suerpfluità e concentrandosi, focalizzandosi sui momenti della violenza. Operazione che già aveva fatto Dario Argento, cui Halloween deve qualcosa, ma che Carpenter radicalizza, mettendo a punto un nuovo paradigma cui tutto l’horro successivo farà riferimento, fino a oggi. Con il grande Donald Pleasance e Jamie Lee Curtis (scena che chissà perché mi è rimasta imporessa. la ragazza giù nel basement che riempie la lavtrice, mentre l’assassino è lì in agguato).

L’arte del sogno di Michel Gondry, Rai Movie, ore 1,25.
Per i critici della generazione 30-40, uno dei film capoitali della scorsa decade. Michel Grondy lascia l’America, dove aveva girato Se mi lasci ti cancello con due star del calibro di Jim Carrey e Kate Winslet, e torna a casa, a Parigi, per un film dichiaratamente più piccolo e personale, ma anche assai ambizioso. Che rappresenta allo stato puro, quasi distillati, i suoi prediletti temi: il passaggio tra reale e irreale, la costruzione di universi paralleli mentali. Qui un ragazzo si rifugia della realtà onirica per ottenere quelle gratificazioni che la vita gli nega. Innamorato ma non corrisposto della vicina, otterrà piena sodisfazione facendosi amare da lei in sogno. Aereo, lieve, ma anche perturbante, per la vena psicotica, di follia vera e dura che inesorabilmente lo percorre (e che percorre tutto Gondry). Corse un po’ troppo programmatico e dimostrativo, e di un escapismo a volte (almeno per me) irritante. Da rivedere e da confrontare con l’altro gran film che fa dei sogni materia di spettacolo e narrazione, Inception. Attenzione, c’è quella meravigliosa creatura che è Charlotte Gainsbourg, mentre lui è il vitalistico Gael Garcia Bernal, uno fatto della rara materia di cui son fatte le star, e ultimamente sottoutilizzato.

Double Impact con Van Damme, Rete 4, ore 23,57.
Un Van Damme-movie del 1991, con il muscolare action hero belga che si fa in due, interpretando due gemelli che, separati dopo l’assassinio dei genitori, si ritrovano dopo un quarto di secolo. E sarà congiunta vendetta.

Fighting di Dito Montiel, Mediaset Italia 2, ore 21,11.
Secondo film del regista ispanico-statunitense Dito Montiel, che aveva convinto molti con l’esordio di Guida per riconoscere i tuoi santi. Ancora una storia di strada, stavolta con un ragazzo venuto dalla provincia profonda a New York, senza mezzi e senza prospettive, che si ritrova catapultato nel mondo degli incontri di lotta clandestina: diventerà uno star. Fighting è costantemente in bilico tra A e B-movies. Ha i suoi estimatori, ma anche detrattori, che l’hanno trovato troppo violento e compiaciuto rispetto a Guida.

Legend di Ridley Scott, Rai 4, ore 23,43.
Un flop, però parecchio interessante, di Ridley Scott. Il quale, e siamo ancora nell’85, si avventura nei territori allora cinematograficamente poco esplorati del fantasy. E, come spesso gli capita, ri-fonda un genere. Con un Tom Cruise agli albori (erano 28 anni fa). Da rivalutare.

Austin Powers in Goldmember, Mtv, ore 21,10.
Nell’area anglofona la serie Austin Powers è un culto assoluto, con i suoi deliri kitsch & trash e i suoi omaggi ai più sfrenati e folli anni Sessanta (con escursioni nei Settanta). Tutto un bric-à-brac di décor e abiti molto Swinging London con derive hippizzanti, frikkettone-californiane, new dandy-new romantic. Però l’universo di riferimento, stilistico e non solo, resta il James Bond di quegli anni, di cui Austin Powers è la consapevole parodia. Parecchi sconfinamenti nella zona della commediaccia scurrile, con goliardate e varie pesantezze corporali-sessuali. Mike Myers nei film della sua vita, qui sdoppiato tra il ruolo di Austin Powers e quello del Dottor Male, qualcosa tra No e Goldfinger. Con Michael Caine e Michael York e cameos eccellenti in abbondanza: Tom Cruise, John Travolta, Steven Spielberg, Danny DeVito, Kevin Spacey, Gwyneth Paltrow, Britney Spears, Quincy Jones. Della serie questo è il capitolo numero 3. Pare ne sia in cantriere un quarto.

La porta d’oro di Mitchell Leisen, Rete Capri, ore 21,00.
Chi mai lo conosce? Allora: è un film del 1941, e tra gli sceneggiatori figura nientemeno che Billy Wilder, la qualc osa è una garanzia. Protagonista un gigolo rumeno bloccato da pastoie burocratiche in Messico e disposto a tutto pur di entrare negli Stati Uniti e ottenere la cittadinanza. Una storia che suona assai attuale e con molte, molte affinità con quanto (e se ne legge in cronaca) capita oggi dalle nostre parti. Perché il suddetto signore, di nome George Iscovescu, per poter avere l’agognata cittadinanza seduce una ingenua fanciulla e la sposa. Il guaio è che, una volta arrivato in America, scoprirà di essere davvero innamorato di lei e quindi se la dovrà vedere con l’amante molto, molto arrabbiata. Gran cast: Charles Boyer, Olivia De Havilland e Paulette Goddard. La porta d’oro è ovviamente l’accesso all’America.

Pelham 1-2-3, ostaggi in metropolitana, Cielo, ore 23,10.
Un commando di banditi capitanato da un cattivissimo John Travolta sequestra un convoglio della metropolitana di New York con tanto di passeggeri-ostaggio. Tratta con lui Denzel Washington. Alta tensione. Di Tony Scott, il fratello bravo e sottovalutato di Ridley, scomparso lo scorso 19 agosto in modo tragico (si è ucciso buttandosi da un ponte di Los Angeles). Questo film rappresenta piuttosto fedelmente il suo cinema, action serrato, scarsa psicologia, uomini che si muovono in un mondo brutale e che brutalmente agiscono, che si trovino dalla parte del bene o del male. Ma a distinguerlo è anche la glamourizzazione, la ripulitura di materiali sporchi e cattivi attraverso una messinscena molto glossy, patinata, secondo un’estetica parente dei fashion magazine e della pubblicità. Il protagonista Denzel Washington è stato il suo attore-feticcio, in un sodalizio culminato in Unstoppable (notevole) del 2010, l’ultimo Tony Scott.

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