Recensione: I FRATELLI KARAMAZOV, Dostoevskij recitato in acciaieria in un film ceco (e un po’ polacco) di rara potenza. Con oscillazioni pirandelliane tra finzione e vita

karamazovi1I fratelli Karamazov, di Petr Zelenka (Repubblica Ceca/Polonia, 2008). Da Fiodor Dostoevskij. Con Ivan Trojan, Igor Chmela, Martin Mysicka, David Novotny, Radek Holub, Lenka Krobotova. Al cinema con Distribuzione Indipendente.
karamazovi3Un compagnia teatrale parte da Praga per raggiungere l’acciaieria polacca (parzialmente dismessa) di Nowa Huta dove metteranno in scena I Karamazov di Dostoevskij. La storia tremenda del padre e dei suoi quattro figli variamente ribelli si intreccia ai fuori scena, ai conflitti tra attori e regista, al dramma privato di un operaio della fonderia. Finale pirandelliano sconvolgente, alla Sei personaggi. La parte dostoievskiana funziona mirabilmente, meno il resto. Però questo film, di rara potenza, è da vedere (a Milano lo danno al Beltrade, per le altre città vedere sul sito distribuzioneindipendente.it). Voto 7
Karamazovi4Cinema-teatro. Teatro-cinema. Cinema e teatro. Però, inutile lambiccarsi su quale sia lo statuto di questo I fratelli Karamazov, meglio darsi alla visione, guardare, osservare, abbandonarsi al flusso delle immagini e soprattutto della parole e però mantenersi ragionanti e non schiavi di quel che oggi viene volgarmente catalogato sotto l’ignobile categoria ‘emozioni’. Riflettere su cosa ci sa dire ancora Fëdor Dostoevskij, e si rimane sbalorditi per come entra nel sottosuolo delle menti e delle anime scoperchiandole come nessuno prima, e come pochissimi dopo. Implacabile nel mostrarci ogni psichica crudeltà, ogni tortura, ogni flagellazione soprattutto se praticata tra parenti che, condividendo il sangue, dovrebbero condividere gli affetti, e invece no. Gli abissi in cui riesce a trascinarci ci fan paura ancora oggi, e sulla sua grandezza non aggiungo altro, non è possibile, ogni parola sarebbe vacua. Allora, questo film. Proveniente dalla Repubblica Ceca, e non è che da quelle parti ne arrivino molti nelle nostre sale, e se è per questo pure nei vari festival la presenza ceca resta marginale. Non proprio freschissimo, risalendo I fratelli Karamazov al 2008, e però, benché molto amato e premiato in patria, e pure nominato dal suo paese per la corsa all’Oscar al migliore film in lingua straniera, scarsamente circolato fuori. Altamente raccomandabile, innanzi tutto perché ci mostra una potente versione teatrale di uno dei massimi romanzi di Dostoevskij, e per il come lo fa, calandolo in uno scenario di, se non archeologia, modernariato industriale e per come intreccia scena e fuori scena. Cortocircuitando la finzione e il reale, e intrecciandoli, secondo la lezione pirandelliana, soprattutto dei Sei personaggi di cui sembra nel finale di intravedere una citazione, se non proprio un ricalco.
Da Praga una compagnia di attori abbastanza sgangherata – tutti sghignazzanti e grevi e abbastanza lontani dal cliché del teatrante posseduto dal demone dell’arte – sta andando in pullmino in Polonia, a Nowa Huta, dove ai tempi dell’impero sovietico fu edificata la più grande acciaieria del mondo comunista, manifesto materiale della potenza tecnologica raggiunta dal proletariato (meglio: dalla dittatura del). Fatta volutamente sorgere a due passi dalla Cracovia di Wojtyla, centro culturale della Polonia, alla cui nobiltà intellettuale i padroni comunisti volevano contrapporre la materialità e il primato ferrigno della fabbrica, di una cattedrale del sudore operaio. Ora, negli enormi spazi vuoti di questa acciaieria in crisi e in parziale dismissione appena acquistata dagli indiani Mittal, padroni planetari del ferro e delle fonderie, si organizza un festival di teatro “finanziato dall’Unione europea”, avverte la guida polacca (e vien da pensare a quante bagattelle son di competenza Ue). Allora, via con le prove, tra vetrate sfondate, enormi ganci arrugginiti, sotto quelle volte maestose, dentro quelle corrose architetture industriali real-socialiste di imponente bellezza, in un esempio da manuale di quel che è stato chiamato ruin porn, il puntare sfacciatamente e impudicamente sul fascino non discreto delle rovine e del decadente e decaduto, dal Colosseo in giù. Dostoevskij si prende la scena, penetra i corpi degli attori in una sorta di possessione, ipnotizza gli scarsi operai spettatori che si aggirano tra ciò che resta della grandeur della fonderia. Tra di loro, un uomo il cui figlio il giorno prima s’è spezzato la spina dorsale cadendo proprio lì da uno dei pericolosi ponti sospesi arrugginiti, e ora tra la vita e la morte. Un dramma vero che comincia a ossessionare gli attori e a riverberarsi sul loro recitare. Recitare assai fisico e muscolare, in un’interpretazione brutalista del testo voluta dal dittatoriale regista, nella quale i corpi si affrontano e si scontrano, le voci si alterano fino alla violenza verbale e all’insulto sanguinoso. Un palcoscenico che si fa anticamera dell’inferno, con Karamazov padre alle prese con i suoi tre figli e il quarto illegittimo, finora ritenuto dagli ignari fratelli solo un servo e nato da un amore ancillare del demoniaco padre-padrone. Si parte da lui, da Karamazov senior, già morto, ucciso da colpi ripetuti alla testa (ma da chi? davvero dal figlio Ivan, che viene accusato del delitto, o da altri?), e man mano i fatti si snoderanno in flashback. Intanto, assistiamo fuori scena agli scontri tra uno degli attori e il regista che, per impedirgli di tornare a Praga a girare un film, gli sequestra i documenti (e il povero ostaggio che gli grida dietro: “Questi erano trucchi che usava Kusturica per tenere sul set gli zingari di Underground!”). Così, in questo complesso ma non labirintico film, sono almentro tre gli strati narrativi. Il romanzo dei Karamazov sulla scena, i brandelli di vita della troupe e, ancora fuori scena, il povero padre con il figlio in coma che diventa lo spettatore privilegiato e ossessionato di quelle prove. A connetterli, mi pare, il tema della paternità o, specularmente, quella dell’essere figli, perché pure la rivolta dell’attore contro il regista-boss è sotto il segno freudiano di Edipo. L’entrare e uscire dalla finzione, il suo riflettersi sulla vita, e le interferenze della vita sulla scena, sono altamente suggestivi e benissimo orchestrati, come se un urlo comune, un comune strazio, si propagasse da un livello all’altro della narrazione. Petr Zelenka riesce a farci pervenire un senso di violenza e compassione, e gli attori, in quella cattedrale della fatica, ci sembrano davvero dei lavoratori del recitare, operai-massa del teatro messi al servizio (resi schiavi?) del testo e delle idee del dispotico metteur-en-scène. Dostoevskij ci inchioda e stravince anche stavolta. Ma non tutto torna, anzi. A non funzionare sono i fuori scena. La parte dedicata alle tensioni all’interno della troupe è troppo esigua, abbastanza casuale e non sempre connessa all’asse del racconto. Il finale (che naturalmente non rivelo, ci mancherebbe) fa venire in mente l’urlo straziato del padre dei Sei personaggi di Prandello: “signori, questa è realtà, realtà!”, e ci scuote, ma il suo rispecchiamento nel testo di Dostoevskij è imperfetto, lacunoso e piuttosto forzato, agganciandosi solo al subplot che ruota intorno al personaggio di Snegirëv. Questo film realizza solo parzialmente le sue ambizioni, non tanto per una insufficienza di regia, quanto per una vistosa carenza di sceneggiatura nella parte extra-dostoievskiana. E però, coma usa dire, avercene. Inquietante la scena antisemita, ripresa alla lettera da Dostoevskij, in cui la ragazza Lisa si rivolge a uno dei fratelli Karamazov, Alioscia, l’uomo di fede, chiedendogli se davvero, come ha letto in un libro, gli ebrei a Pasqua praticano delitti rituali sui bambini. Con lui che ambiguamente risponde: “Non lo so”. È il momento più disturbante del film, non tanto e non solo perché ci ricorda i demoni che anche in Dostoevskij dimoravano, ma perché il regista mette in scena fattualmente quel dialogo senza fornirci una spiega, una glossa, un’interpretazione purchessia. Senza prendere, questa almeno è stata la mia impressione, le distanze dal testo.

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