Un grande film stasera (tardi) sulla tv in chiaro: L’UOMO DI LONDRA di Béla Tarr (dom. 6 apr. 2014)

L’uomo di Londra, Rai 3 (Fuori orario), ore 1,10.
The Man From London.previewbela-tarr-the-man-from-londonBéla Tarr, il suo nome oggi (e ancor più da quando, dopo Il cavallo di Torino, ha deciso di non girare più film) oggetto di devozione, nome che equivale a cinema estremo, iper autoriale, cinema che ripudia ogni compromissione con il mercato, ogni vellicamento dei gusti del pubblico-massa, per farsi pura visione e cammino e ascesi verso quella cosa che chiamiamo arte. Cinema che anche per la sua mole – i film dell’ungherese Tarr possono durare ore e ore, son fiumi che scorrono inesorabili e lenti – si dichiara minoritario, assaporando la propria diversità e facendosene scudo e vanto. O lo si ama o lo si odia. Io sto tra quelli che lo amano, eppure mi rendo conto di come le sue opere così aristocratiche e poco compiacenti possano suscitare reazioni di rigetto. L’uomo di Londra, del 2007, non è nemmeno tra i suoi più noti, pur essendo stato lanciato a Cannes, dove peraltro non ottenne nessun premio. Incredibilmente tratto dal romanzo di un narratore puro come Georges Simenon, quanto di più lontano si possa immaginare dal cinema inesorabile, austero e perfino punitivo (e ampiamente antinarrativo) del gran magiaro. Il quale, nel suo uso del bianco e nero, pieno di squarci e lampi espressionistici e ombre sinistre, si colloca nella scia dei più radicalmente ascetici autori europei, da Dreyer ad Antonioni al conterraneo Miklos Jancso, forse un suo maestro, soprattutto nell’uso (e abuso?) del piano sequenza, del take infinito senza tagli. Questo L’uomo di Londra, prima che per ciò che racconta, è sbalorditivo per come lo fa. Per blocchi sovrapposti e allineati, se ricordo bene una dozzina, ognuno girato in un solo piano sequenza, in un’esibizione virtuosistica di abilità da lasciare senza fiato, come se assistessimo alle giravolte rischiose di un acrobata sospeso sopra le nostre teste. Di una perfezione e sapienza anche tecnica come oggi credo pochissimi siano in grado di fare (forse Scorsese, ecco). Mirabolante. Siamo in un qualche porto francese, di notte. Dopo che un treno ha scaricato tra fumi e fuliggini i suoi passeggeri quasi al limitare dei docks, vediamo un uomo aggredito, una lotta intorno a una valigia che supponiamo essere preziosa (e difatti è piena di soldi), un uomo del porto che dall’alto osserva la scena. Lui, un povero everyman senza risorse e con famiglia a carico, deciderà di imposessarsi di quella valigia e svoltare. Sarà invece l’inizio dei suoi guai. Anche perché da Londra arriva un tosto investigatore deciso a far luce sulla faccenda. Un torvo dramma di avidità, meschinità, appetiti inconfensabili, inganni, doppi e tripli giochi, puro Simenon insomma. Che però per Bela Tarr è solo un pre-testo per un esercizio che chiamare di stile sarebbe riduttivo, piuttosto esercizio e sperimentazione del linguaggio-cinema e della forma-cinema, spinti fino ai loro limiti estremi e al punto di esplosione (e di non-comunicazione con lo spettatore). Con squarci sul porto e su una livida Francia entre-deux-guerres che son citazione e omaggio al gran cinema di Carné di quel periodo. Operazione altamente concettuale, che rasenta l’astrazione e il gioco di pure forme. Tra gli attori, quasi tutti unghersei, c’è anche Tilda Swinton quale popolana francese (e che in francese recita), in uno dei suoi ruoli camaleontici che la rendono irriconoscibile (e un giorno o l’altro si dovrà pur dire qualcosa di questa sempre più accentuata tendenza al fregolismo e alla mimetizzazione di Tilda).

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