I migliori film di stasera (mart. 8 apr. 2014) sulla tv in chiaro

14 film. Un Leone d’oro, un Oscar. Registi come Aronofsky, Rodriguez, Kasdan, Apatow, Avary. Un Garcia Lorca in un video Rai. E altro ancora.

The Wrestler di Darren Aronofsky, Rai Movie, ore 23,10.
04Leone d’oro a Venezia 2008 e gran successo in tutto il mondo. Soprattutto, resurrezione di Mickey Rourke, recuperato da Darren Aronofsky per l’indimenticabile protagonista, un ex campione di wrestler oltre il viale del tramonto che per sopravvivere si esibisce nei circuiti più periferici e scalcinati. Il gusto forte, barocco-pop, quasi heavy metal di Aronofsky trova la sua perfetta espressione in questo The Wrestler (e il regista avrebbe adottato lo stesso approccio anche nel suo successivo Black Swan, trattando senza cedimenti estetizzanti una materia apparentemente leggiadra come il balletto classico per cavarne un’altra parabola sulla competizione e la lotta selvaggia per la sopravvivenza). Attenzione, in arrivo nei cinema, il 10 aprile, il nuovo Aronofsky, il già molto discusso e molto costoso Noah con Russell Crowe e relativa arca-container in legno.

Grand Hotel di Edmund Goulding, Rete Capri, ore 21,00.
00251270_c6313663_0Giovedì 10 aprile esce nei nostri cinema il nuovo Wes Anderson, Gran Budapest Hotel, prsentato in prima mondiale al festival di Berlino e da qualche settimana nei cinema americani con ottimo esito al box office. Tra i modelli cui Anderson ha guardato ci sono – per sua stessa ammissione – i film di Lubitsch, i racconti di Stefan Zweig e anche questa mitologica commedia del 1932, girata a Hollywood agli esordi del sonoro da Edmund Goulding, e però tratta da un romanzo tedesco, e ambientata in un hotel berlinese di alta fascia che molto, molto somiglia all’Adlon. Con uno dei più famosi incipit della storia del cinema, quel ‘Gran Hotel: gente che viene, genete che va’ pronunciato da un personaggio fuori campo poidiventato proverbiale e pure facile, popolarissima metafora di quel groviglio assai casuale che è la vita. Bene, stasera Grand Hotel va in tv, ed è il caso, se non lo si fosse mai visto, di afferrarlo al volo. Tra i molti buoni motivi per guardarselo, la presenza di una Greta Garbo al suo massimo storico, più John e Lionel Barrymore, Joan Crawford, Wallace Beery. Nell’unità di luogo costituita dall’Hotel e dalle sue stanze, si svolgono più storie, destinate in parte a collidere e influenzarsi l’un l’altra. Una famosa danzatrice russa (Garbo) si innamora di un aristocrativo dagli ottimi modi ma di nessuna sostanza patrimoniale,e che in realtà è un ladro (ecco, i solito echi lubitschiani che rispuntano). Un volgare e prepotente industriale, molto alla Grosz (in fondo, siamo a Weimar, no?, maltratta un suo dipendent e vuole farsi la segretaria. Rondò di destini, con la grazia e anche il disincanto di un cinema che non è più, e che purtroppo non è nemmeno più possibile e replicabile. Oscar 1932 per il migliore film.

El Mariachi di Robert Rodriguez, Rai 4, ore 23,21.
Nascita ufficiale, – siamo nel 1992 – del fenomeno Robert Rodriguez, che non solo sarà compagno di avventure pulp di Tarantino, ma che con questo suo lavoro segnerà uno spartiacque, anzi un nuovo ricominciamento per il cinema indipendente americano. El Mariachi è il suo primo film e, benché giatto (assicura la leggenda, cui francamento non ho mai creduto troppo) con soli settemila dollari, diventa un gran successo allo specialty box office e fa convergere su Rodriguez l’attenzione delle major. Che gli daranno poi i soldi per girare il sequel (e quasi remake) Desperado con Antonio Banderas. Qui, nel film-matrice primo e primigenio, Banderas non c’è, solo oscuri nomi messicani. Com’è messicana la storia, quella di un ragazzo la cui massima aspirazione è diventare un grande mariachi, un suonatore di chitarra. Ma si ritroverà coinvolto in una trucidissma storia di boss, sgarri e vendette e, scambiato per un alto, finirà in guai grossi. Rodriguez mette a punto il suo paradigma, poi rimasto immutato fino a oggi. Violenza enfatizzata in uno spettacolo baroccamente ispanico che molto deve al culto centroamericano del sangue e della morte, e però con una visione pop e fumettara già pronta a tramutarsi in quello che di lì a poco verrà detto pulp. Non proprio il mio cinema, ma questo film a modo suo ha fatto storia, bisogna riconoscerlo.

Cecità (Blindness) di Fernando Meirelles, Rai 5, ore 21,15.
Film ambiziosissimo che inaugurò Cannes 2008, ma che non ebbe poi il successo sperato. Alla base, un romanzo che si potrebbe definire di sci-fi esistenziale del Nobel portoghese José Saramago, pieno di allusione al futuro prossimo venturo e fortemente desideroso di costituirsi come parabola anche troppo didascalica e dimostrativa. Cosa succede quando per un imprevedibile evento migliaia di persone si ritrovano rinchiuse, separate dal mondo, costrette in una di quelle che Erwin Goffman chiamava istituzioni totali? Saramago ipotizza il caso e lo analizza con sguardo da scienziato sociale, cavandone un racconto allarmante. Oggi (o forse domani, in una distopia molto simile al nostro mondo) scoppia una misteriosa epidemia che porta uomini e donne rapidamente alla completa cecità. I malati, perché non propaghino il contagio, vengono rinchiusi in nuovi, terribili lazzeretti, dove finiscono anche un medico e una moglie, lui senza vista, lei finta cieca per poter stares con lui. Sarà la testimone di come quell’umanità ghettizzata finirà col reagire. Succedpno cose terribili, parte delle vittime si trasformano in carnefici, si instaura un agglomerato sociale, una specie di regime totalitario, in cui vigono le leggi dei più forti o dei più abili a sopravvivere attraverso l’inganno e la sopraffazione. Film che non ce la fa a liberarsi dei pesanti intenti didascalici della storia di partenza, ma che resta un interessante e anche generoso tentativo di imettere nel cinema mainstream un discorso complesso. Con Mark Ruffalo, Julianne Moore, Gael Garcia Bernal. Alla regia il brasiliano Fernando Meirelles di City of God, gran successo della scorsa decade.

Wyatt Earp di Lawrence Kasdan, Iris, ore 21,00.
Ambiziosissimo western dei primi anni Novanta che tentò una narrazione poco epicizzante e mitologizzante, e assai aderente ai fatti storici, della già molto raccontata storia di Wyatt Earp, Doc Holliday e la sfida all’O.K. Corrall. Smisurato – tre ore e un quarto -, fu un grandioso flop che affossò la carriera del suo regista, che pure aveva messo a segno successi come Il grande freddo e Turista per caso. Forse, il western più disastroso di sempre insieme a I cancelli del cielo di Cimino. Di Wyatt Earp si ricostruisce tutto minuziosamente e con rigore filologico, dai suoi inizi di fuorilegge e biscazziere alla stagione della legalità come sceriffo duro e puro, alla guerra in cui, affiancato da Doc Holliday, riuscirà a sconfiggere il clan rivale e criminale dei Clanton e che culminerà nella famosa sfida all’O.K. Corrall. Kevin Costner come Wyatt mostra le sue qualità e i suoi molti limiti (legnosità, inespressività), Dennis Quaid è Doc, Isabella Rossellini è Kate, moglie di Wyatt. Da riconsiderare.

Tatanka di Giuseppe Guglielmi, Rai Movie, ore 21,15.
Arriva sulla free tv un picoclo film italiano che un paio di anni fa ha fatto il giro di qualche festival internazionale con un discreto esito. Diretto da Giuseppe Gagliardi nello stile ipercinetico e energetico di certo action-sportivo americano, è tratto da un racconto di Roberto Saviano contenuto nella raccolta La bellezza e l’inferno. Ove si racconta di due amici che crescono nella Marcianise dominata e regolata dai clan camorristici, uno diventa un malavitoso, l’altro un pugile, grazie a un allenatore-mentore che trova sulal sua strada. Una storia alla Scorsese, solo che qui siamo nelle periferie degradate della Napoli sotto legge criminale e non nelle piccole italie di New York. Con echi del nuovo neorealismo, tra Romanzo criminale e Gomorra. Protagonista il pugile Clemente Russo, assai cinegenico, che se la cava più che bene. Altrove sarebbe già una star.

Codice d’onore di Rob Reiner, la7, ore 21,10.
Qualcosa di tragico è successo a Guantanamo (però siamo in tempi pre-Torri Gemelle e pre-internamento di veri o presunti militanti islamici). Nella base-enclave americana a Cuba un soldato è morto, si sospetta ucciso per punizione e ritorsione da due commilitoni. Si imbastisce il processo, e man mano emergeranno inquietanti tasselli di realtà, un codice rosso non scritto cui però si attengono rigidamente tutti i militari della base, vertici militari in preda alla hybris e sfuggiti a ogni controllo. Un film del 1992 che fu uno degli immensi  successi del giovane Tom Cruise, qui nel ruolo dell’avvocato difensore che si addentra coraggiosamente nel dedalo di menzogne e mezze verità, e un film che oggi negli Stati Uniti è considerato un classico. Da noi fu un discreto successo, ma non incise così nel profondo come in patria. Codice d’onore ha il merito di non fermarsi di fronte ai santuari militari, ha il torto di sposare e propagandare un pacifismo abbastanza sommario e di maniera. Restà però un court movie serratissimo scritto come Dio comanda. Demi Moore in una delle parti migliori della sua carriera, Jack Nicholson è il cattivo generale, e lo incarna tirando fuori quel lato demoniaco che ha più volte mostrato, da Shining a Batman a The Departed.

La verità sull’amore di Thomas Gilou, Iris, ore 1,05.
Titolo scemo e banalizzante di un commedia che non lo è per niente, che anzi tratta con toni lievi e divertiti il tema assai sensibile e di questi tempi centrale dell’appartenza etnico-religiosa e dell’identità. Titolo originale: La verità se io mento!, diretto nel 1997 dal francese Thomas Gilou, cui si aggiungeranno negli anni ben due sequel, a dimostrazione del successo ottenuto in patria (non in Italia però) dal film. Parigi. Il disoccupato Edie Vuibert viene assunto da un commerciante ebreo di tessuti convinto eroneamente che sia anche lui irarelita. Il capo lo prende a benvolere, lo introdurrà nella sua famiglia e Edie finirà con l’innamorarsi di sua figlia. Sempre fingendosi ebreo e non avendo il coraggio di rivelare di essere in realtà un goy. Una classica commedia degli equivoci che gioca però con gli stereotipi etnici fino a polverizzarli. Molto interessante. Con Richard Anconina che presta la sua faccia da duro alla commedia, Richard Borhringer e Vincent Elbaz. C’è anche il figlio maggiore di Delon, Anthony.

Guardia del corpo (The Bodyguard) di Mick Jackson, Rete 4, ore 21,15.
Da vedere per lei, Whitney Houston, qui al suo apice professionale e divistico, e direi fisico, in questo film del 1992, dunque prima, molto prima che incominciasse la sua discesa e caduta. Era impossibile, guiardandola allora, anche solo immaginare quello che poi sarebbe successo. In Guardia del corpo è bellissima e trionfante, in un personaggio che in qualcosa le assomigliava, quello di una cantante pop troppo amata per non essere anche odiata, e minacciata da un fan ossessivo e persecutore. Per proteggerla arriva un bodyguard, anzi il re delle bodyguard. Battibecchi, finte incomprensioni, poi succede qualcosa tra i due. Lui è Kevin Costner, pure al suo apice in questo film che lo trasformò in modello di riferimento per legioni e milioni di giovani maschi in tutto il mondo. Grazie a lui, o per colpa sua, il mestiere di guardia del corpo divenne sciaguratamente glamorous e appetibile, un nuovo approdo sognato da giovani uomini proletari che si facevano i muscoli in plaestra e con quelli speravano di farsi strada. Film che rappresenta molto bene le mitologie del suo tempo, che paraltro durano ancora oggi, il successo, la prevalenza dell’immagine, il potere della bellezza, la scultorea perfezione dei corpi. Film magari mediocre, ma che importa, a importare sono le due star protagoniste e tutto il mondo (di valori/non valori) che veicolano. Incredibilmente scritto da Lawrence Kasdan, però diretto da Mick Jackson. Milioni e milioni di ragazze aspiranti cantanti si sarebbero da allora ispirate a Whitney Houston, riprendendo e riproponendo (basta aver seguito un qualsiasiasi talent per redersene conto) il pezzo che lei eseguì proprio in questo film, e che resta a tutt’oggi il suo più celebre, quello che definitrivamente la rappresenta, I Will Always Love You.

Le regole dell’attrazione di Roger Avary, Mtv, ore 23,00.
Tratto da un romanzo di Bret Easton Ellis, tosto come un romanzo di Bret Easton Ellis. Un campus dove si fa molto sesso anonimo e violento, si consuma molta droga, ci si profonda in piccoli abissi. Nichilismo anni zero. Roger Avary, il regista, si porta dietro la fama di tarantiniano, anche perché ha collaborato alla sceneggiatura di Le iene e Pulp Fiction. Il suo è sì un cinema di scenografica violenza come quello di Quentin, però lui ha una bella identità di autore in proprio. Lo dimostra in questo crudele college movie, ma anche nel sanguinoso film-di-rapina Killing Zoe del 1994.

40 anni vergine di Judd Apatow, Mediaset Italia 2, ore 21,18.
Il primo grande successo (2005) al box office del regista-sceneggiatore Judd Apatow, il film che lo ha elevato a King of the Comedy dei giorni nostri. Da vedere e, perché no, anche da studiare per chi ne abbia voglia, perché contiene tutto il suo cinema (e un bel pezzo di pop culture attuale): non solo l’abilità di Apatow nell’intercettare il sentire del pubblico maschio-giovane contemporaneo, non solo la sua sapienza artigianale nel raccontare e dipanare fatti e personaggi, ma soprattutto il suo coraggio e il suo quasi demoniaco talento di trarre divertimento da temi sgradevoli. Judd Apatow è un braveheart che osa entrare nell’inconscio laddove la commedia non ha mai osato. Qui tutto ruota intorno a uno sfigato ancora vergine a 40 anni (lo interpreta Steve Carell). Vi sembra una cosa da ridere? Apatow ne estrae invece qualcosa di irresistibile e insieme profondo e non privo di pietas. Questo è il suo cinema. Oltre a Carell ci sono in 40 anni vergine anche un’0attrice di carattere come Catherine Keener, Paul Rudd, Seth Rogen (il regista-interprete del recente Facciamola finita) e Leslie Mann, alias signora Apatow.

Wristcutters: una storia d’amore di George Dukic, La Effe, ore 0,40.
Sundance-movie del 2006, ultra-indie e mai pervenuto, a quanto ricordo, nei cinema italiani. Un piccolo cult, e un piccolo caso. Per come tratta, attraverso il surreale, un tema sensibile quale il suicidio. Come si intuisce dal titolo, che vuol dire quelli che si tagliano i polsi. Il film immagina che ci sia un mondo parallelo, un al di là, in cui gli wristcutters si ritrovano e vivono un’altra vita, in cerca di una felicità negata o non trovata nell’al di qua, ma anche ripercorendo paure e angosce del mondo che hanno lasciato. Dove adesso si trovano, tutto è senza luce, come depotenziato. Il suicida Zia si mette sulle tracce della sua ex Desirée. Incontrerà, in questo viaggio da nuovo Orfeo, altri che si sono ammazzati, come un bizzarro musicista ukraino (e la musica difatti è quella dei Gogol Bordello). Dirige Goran Dukić. Soggetto dell’israeliano Etgar Keret, scrittore, autore di graphic novel. Attenzione: partecipazione eccellente di Tom Waits.

La casa di Bernarda Alba di Daniele D’Anza, Rete Capri, ore 23,00.
Il film, o meglio il video, di uno storico allestimento per la Rai in bianco e nero (era il 1971) del drama foschissimo e torbidissimo di Federico Garcia Lorca. Un all-women dove il maschio non si materializza mai in scena, ma è evocato, desiderato, fantasticato e fantasmatizzato, in un’assenza che si fa ossessivamente incombente e pregnante. Diretto da uno dei più solidi registi tv di quella stagione Rai, Daniele D’Anza, che proprio nello stesso anno propagherà con Il segno del comando il mistero e l’orrore tra le masse degli italiani. Spagna profonda, profondissima, calda, cupa, sudata. La matriarca Bernarda Alba, rimasta vedova, impone il lutto stretto alle cinque figlie, anzi le costringe alla reclusione per anni, in uno di quei deliri mortiferi da mater mediterranea che la vita dà e la vita toglie. La madre come oscura potenza ctonia, creatrice e castrante. C’è chi si rassegna, tra le figlie, e chi si ribella. Finirà in tragedia, ovvio. Il trionfo e il tripudio degli abiti neri, l’apoteosi del corpo femminile segregato, occultato, cancellato, eppure presente, onnipresente. Datato forse, e però che succulento piatto rispetto alle sciape pietanze che il teatro d’oggidì, inteso come nuova drammaturgia, ci propina. Con un cast pazzeso. Oltre a Sarah Ferrati nel title role (eh signora mia, non ci son più attrice così), Giulia Lazzarini, Nora Ricchi, Adriana Asti, Fulvia Mammi.

I cavalieri della maschera nera di Pino Mercanti, Tv 2000 (canale 28 dt, 140 sky), ore 21,20.
Onesto cappa e spada italiano del 1947, con però un cast di rispetto, Paolo Stoppa, Massimo Serato, Carlo Ninchi e Otello Toso. A ispirarlo è uno dei romanzi più amati dalle masse tra Otto e Novecento, I Beati Paoli, ricostruzione in modi alquanto liberi della storia e delle vicende di una setta segreta che nella Sicilia sotto dominazione spagnola del Seicento si opopse al potere e alimentò una forma di resistenza. Società clandestina cui, se ricordo bene, qualcuno riconduce le origini della mafia. Qui i Beati Paoli si attivano per dare una mano a un bravo ragazzo cui i prepotenti e e i potenti han rapito la fidanzata. Da vedere se, come me, si è interessati al cinema di genere italiano post-bellico.

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