I migliori film di stasera (ven. 11 apr. 2014) sulla tv in chiaro

Katyn di Andrzej Wajda, Rai Movie, ore 22,55.
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Da noi è circolato pochissimo, questo fondamentale (più per motivi extracinematografici che strettamente filmici) Katyn del decano e maestro – un maestro vero – del cinema polacco Andrzaj Wajda, il signor regista di Cenere e diamanti e L’uomo di marmo, per dire. Del 2007, enorme successo di pubblico in patria, e da noi semiclandestino, e ricordo di averlo acchiappato al volo quasi per caso qui a Milano al cinema Palestrina. Da vedere e vedere e vedere, e dunque quella di stasera è un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Importante e imperdibile, perché rievoca una pagina di storia del Novecento polacco se possibile ancora più infame delle molte, troppe pur spaventose di quegli anni Quaranta di guerra d’Europa. Ed è quel massacro di Katyn in cui, nel 1940, i sovietici invasori del paese fecero fuori 22mila ufficiali dell’esercito polacco fatti prigionieri, per tagliare la testa a una possibile, potenziale resistenza armata. La messa a morte per fucilazione in serie voluta e progettata a Mosca, ma che poi – a guerra finita, a Polonia annessa all’impero del socialismo reale – venne attribuita da Mosca ai tedeschi, onde stornare da sé l’odio popolare e scaricarlo sui già odiati, et pour cause!, nazisti. Aggiungendo l’inganno, la riscrittura falsificante della storia, all’orrore. Ce n’è voluto, perché nella Polonia ancora sovietizzata e poi della ritrovata libertà e sovranità, fosse spezzata la depistante versione ufficiale del massacro e fosse dissepolto e restituito il vero. Questo film, narrativizzando e romanzando ma restando rigorosamente fedele al nucleo dei fatti, si inserisce in questa necessaria demolizione della versione sovietica, la divulga attraverso lo strumento cinema, e non per niente è stato affidato a un simbolo nazionale come Waida. Il quale, anche scrivendo la sceneggiatura, come filo narrativo per ricostruire le cose usa quello di una famigliua coinvolta nei fatti. Una famiglia che intende rappresentare tutte le famiglie polacche di allora. Settembre 1939. Dopo lo scellerato patto Molotov-von Ribbentrop tedeschi e sovietici invadono insieme, da lati opposti, la Polonia e se la spartiscono, ed è l’inizio della WW2. Anna e la figlia, e suo padre, sono a Cracovia, nella zona sotto controllo tedesco (e non si può non pensare a Vogliamo vivere! di Lubitsch), il marito Andrzej, ufficiale di cavalleria, finisce invece in mano sovietica. Come gli altri ufficiali, verrà deportato in un posto imprecisato. Finirà nelle fosse di Katyn. Non aspettatevi invenzioni cinematografiche e arditezze stilistiche da questo film, che fa al meglio il mestiere suo senza esulare e esondare dallo scopo che si prefigge, raccontare e far conoscere quello che è successo. Tutto è piegato a questo, e rende Katyn un oggetto filmico assai classico e a momenti anche convenzionale. Ma c’è un cinema che sperimenta ed esplora, e un altro che si fa racconto basico e, ebbene sì, necessariamente semplice di una storia e della storia (non metto la maiuscola per pudore), ed è questo il caso. Please, cercate di vederlo.

The Iron Lady di Phyllida Lloyd, Rai 3, ore 21,08.
Biopic di Margaret Thatcher che, almeno in Italia, non è piaciuto granché, finendo con lo scontentare tutti. E che invece non è niente male. Gli anti-thatcheriani l’han trovato troppo accomodante verso la signora, i thatcheriani (che da noi sono pochi) non hanno apprezzato di vederla ritratta come una vecchina in preda a demenza senile. C’è da discutere intorno a questo film. Però su Meryl Streep tutti d’accordo: mostruosa, capace di restituire la Thatcher in ogni dettaglio. In una performance di mimesi perfino inquietante. (qui la recensione completa)

La guerra dei vulcani di Francesco Patierno, Rai 5, ore 21,15.
Gran bel documentario del 2011, e appassionante, di Francesco Patierno, il regista del recente (e sottovalutato) La gente che sta bene. Documentario che, partito da Venezia, ha poi fatto il giro di molti festival, piacendoi parecchio. Anche perché ricostruisce e ripropone una storia irresistibilmente italiana di quelle che fanno impazzire il mondo, con al centro persone che si chiamano Roberto Rossellini, Anna Magnani e Ingrid Bergman, e scusate se è poco. La guerra dei vulcani, bellissimo titolo, è quella che oppone il Rossellini (con la consorte Bergman) di Stromboli alla Anna Magnani interprete di Vulcano di William Dieterle. Una rivalità filmica che è anche rivalità privata che è anche rivalità teritoriale e di campanile, se possiamo così dire, tra due isole delle Eolie. Un vertiginoso intreccio, servito pronto dalla vita, che Patierno ci restituisce partendo da un siciliano di talento amante (e realizzatore) di cinema, Francesco Alliata, il quale fonda la Panaria film proponendo – siamo a cavallo tra anni Quaranta e Cinquanta – a Rossellini, allora maestro internazionalmente riconosciuto di quella cosa chiamata neorealismo, di girare in un’isola delle Eolie. Non se ne farà, apparentemente, niente. A quel tempo il regista di Roma città aperta ha una burrascosa (e come sarebbe potuto essere altrimenti?) storia privata con Anna Magnani. Poi arriva la famosa lettera da Hollywood di Ingrid Bergman, e sarà tra l’italiano ela diva internazionale amore e matrimonio e figli. Bergman spodesta Magnani come centro degli interessi privati rosselliniano, e sarà sotterraneo conflitto. Sicché quando Rossellini gira – rifacendosi alle idee di Alliata? chissà – il meraviglioso Stromboli con la sua nuova musa, Magnani ingaggia l’hollywoodiano specialista in mélo William Dieterle (e però di origine mitteleuropea) e con lui va al contrrattacco interpretando uno speculare Vulcano. Cinematograficamente stravincerà la coppia Rossellini-Bergman, Vulcano non avrà il successo sperato e ancora oggi resta un film semisconosciuto. Patierno ce ne mostra spezzoni e frammenti, e insieme ci racconta tiutta la storia. Che è una fantastica storia di cinema.

La pianista di Michael Haneke, la7d, ore 23,00.
Attenzione, capolavoro. Isabelle Huppert insegnante di piano al Conservatorio di Vienna. Ma ha un’altra vita, dove dà corpo ai suoi fantasmi sessuali di dominio e possesso. Tutto deflagrerà allorchè un allievo entrerà nel suo cerchio infernale. Capolavoro del disagio, diretto da quel maestro del cinema di minaccia che è l’austriaco Michael Haneke. Uno sguardo buttato sull’abisso. Disturbante come pochi altri film. Imperdibile. Huppert, la più hanekiana di tutte le attrici, è qui al suo vertice. Scena che non si può dimenticare: quella al peep show. Benoît Magimel è l’allievo. Annie Girardot, in una delle sue ultime apparizioni, è la madre. Un film da cui si esce definitivamente innamorati di Schubert. Tratto da un romanzo della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, Nobel 2004.

I diari della motocicletta di Walter Salles, La Effe, ore 21,10.
Sono naturalmente, direi geneticamente, allergico alle agiografie, alle biografie edificanti dei santi, di ogni tipo di santi, compresi quelli laici e rivoluzionari, poiché il processo di beatificazione in cinema, letteratura, teatro ecc. soggiace inesorabilmente alle stesse regole di appiattimento e banalizzazione. Dunque non vado pazzo per questo I diari della motocicletta, cui riconosco la buona professionalità della confezione (regia del brasiliano Walter Salles, protagonista l’ottimo e carismatico Gael Garcia Bernal). Vi si racconta di un Ernesto Guevara non ancora diventato il Che e non ancora padre e icona della rivoluzione cubana, ma giovane studento argentino che insieme a un compare inforca la moto e attraversa da sud a nord il continente latinoamericano venendo a contatto con sofferenze e brutali condizioni di vita delle classi più povere. Classico viaggio di formazione che diventerà il libro autobiografico Latinoamericana. Nel 2004 arriva questo film, decorosissimo ma inevitabilmente, anche se non smaccatamente, agiografico. Però grande successo in tutto il mondo, Stati Uniti compresi.

Una donna vivace di George Stevens, Rete Capri, ore 21,00.
Un film che viene da lontano, dal 1938, e fu addirittura presentato alla Mostra di Venezia ancora fascistissima di quell’anno. Commedia americana-hollywodiana girata da George Stevens con la coppia James Stewart-Ginger Rogers (senza Fred Astaire). Il rampollo di una rispettabile famiglia finisce con l’inamorarsi di una ballerina, sposandola pure. Ma come far accettare una ragazza dal così peccaminoso mestiere e passato agli iperconservatori babbo e mamma? Titto si sistemerà, ovvio, dopo baruffe ed equivoci.

Codice Magnum di John Irvin, Iris, ore 21,02.
Noir/crime-story del 1986 prodotto da Dino De Laurentiis su misura dell’allora action hero Arnold Schwarzenegger, assemblaggio di muscoli poderosi e robotica inespressività facciale, che nemmeno il botox. Chi ha fatto la soffiata e guidato un commando di killer verso il rifugio segreto di un testimone e relativa scorta? Se lo chiede lo sceriffo Stanton allorché arriva sul posto, constatando la strage nella quale ha perso la vita anche suo figlio, che della scorta faceva parte. Per identifcare il colpevole, si finge un malavitoso e comincia a indagare e muovere le sue pedine. Sarà vendetta, ovvio. Dirige John Irvin.

Sacro e profano di John Sturges, Italia 7 Gold, ore 22,45.
Uno dei molti film americani di Gina Lollobrigida la quale, val la pena ricordarlo, ebbe una carriera a Hollywood più lunga, intensa e di maggiore impatto al box office anche di Sofia Loren e Anna Magnani. Questo Sacro e profano, del 1958, ha alla regia un nome di seria A come John Sturges (I magnifici sette) e un cast da urlo, in testa i ratpacker Frank Sinatra e Peter Lawford, più i giovanissimi Steve McQueen e Charles Bronson. Film bellico che si incrocia al mélo con tanto di presenza fatale di una donna del destino. Il capitano Reynolds è impegnato sul frote birmano a bloccare l’avanzata giapponese. Durante una licenza a Calcutta conoscerà l’italiana Carla Vesari (Lollo, ovvio) e perderà la testa. Seguiranno disavventure per il nostro, che finirà davanti alla corte marziale rischiando parecchio. Di quei film come non se ne fanno più e che esercitano sempre su di me un richiamo irresistibile.

La legge del crimine di Laurent Tuel, Iris, ore 23,29.
Polar del 2009 con risvolti edipici di tragedia familiare. Un boss della mafia armena si vede morire il figlio in uno scontro con la polizia. Gliene resta un altro, e decide che sarà lui l’erede del suo impero criminale, a prendere il suo posto un giorno. Solo che il ragazzo punta a una vita normale, si è innamorato di una ragazza qualsiasi e perbene, aspetta da lei un figlio, e non ha nessuna voglia di darsi alla carriera criminale. Ma il padre padrone non molla, e sarà sangue. Il crimine e gli affetti, intrecciati e contrapposti, ricalcando tracce narrative antiche, ma anche un classico della modernità, non solo cinematografica, come Il padrino. Con Jean Reno e Gaspard Ulliel che, attenzione, sarà Yves Saint Laurent nell’imminente biopic non ufficiale di Bernard Bonello, una risposta a quello, assai istituzionale, che abbiamo appena visto con Pierre Niney. E in La legge del crimine c’è Vahina Giocante, una delle più belle donne del cinema franese (qualcuno se la ricorda, meravigliosa, in Marie Baie-des-anges?).

Miranda di Tinto Brass, Cielo, ore 1,00.
Del 1985, arriva dopo l’incredibile successo, misurato in miliardi e miliardi di lire, di La chiave di Tinto Brass. Il quale cavalca l’onda del softcore, o del sesso quasi esplicito importato in un film mainstream, e si inventa questo assai efficace Miranda: stessa formula, stessi clamorosi incassi del precedente. Lanciato con uno dei claim più sfacciati della storia del nostro cinema: La chiave ha aperto la porta, Miranda la spalanca. Difatti la protagonista, Serena Grandi, nel film della sua vita, mostra il seno esagerato e apre parecchio le cosce di fronte alla cinepresa. Il plot vorebbe essere una rilettura della Locandiera di Goldoni, con Mirandolina che diventa Miranda e si sposta nella bassa padana negli anni Cinquanta. Lei deve mandare avanti un’osteria da sola, dopo che il marito è stato dato per disperso in guerra, e se la deve vedere con parecchi pretendenti, cui si concede e si sottrae, amando per davvero solo il suo garzone di bottega. Il Brass più pop(olare). Con Andrea Occhipinti sex symbol di quegli anni.

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