Recensione. OCULUS è il miglior horror degli ultimi tempi (insieme a The Conjuring)

JE3_0442.NEFOculus, un film di Mike Flanagan. Con Karen Gillan, Brenton Thaites. Katee Sackhoff, Rory Cochrane.
JE3_7854.NEFFratello e sorella tornano nella casa dove i genitori son stati uccisi dieci anni prima. Lei pensa sia stato uno specchio dai neri poteri, lui non ne è così sicuro. Sarà sfida allo specchio diabolico, e sarà di nuovo dramma. Un film che non esagera in macellerie, ma si affida a buone idee e a una buona sceneggiatura. Con una finale aperto e ambiguo. Voto 7
JE3_7719.NEFNato come un corto, e poi, visto la buona accoglienza in vari festival, sono arrivati i soldi per una extended version. Eccola. Un horror per niente sesquipedale e corrivo e invece con molte finezze in più rispetto alla media, sanguinolento sì ma in dosi digeribili e quanto basta per stare nei recinti del genere. Che sa suscitare paura e terrore con una buona sceneggiatura, con una sospensione e una tensione fatte più di atmosfere sinistre che di effettacci miranti alle viscere nostre. Un horror dall’aria vintage, affine in questo a un altro bel pauroso dell’anno scorso, The Conjuring – L’evocazione, anche se là il gioco rétro e citazionista era esplicito, mentre qui sta sottotraccia. Quanto di più distante si possa immaginare dal torture porn, anche se le scene toste e splattereggianti non mancano (e come potrebbe essere diversamente? che il pubblico giovinastro globale se ne scapperebbe a gambe levate non trovando quel minimo o massimo di schizzi di sangue cui è aduso e di cui è ormai addicted). Siamo nella solita casa pericolosa e posseduta, dove la fonte di ogni malefizio, disastro e malefatta stavolta è uno specchio. Pezzo pregiato venuto da secoli lontani, cornice rococò dalle forme vagamente diaboliche, con tutti quegli spunzoni e bitorzoli e corna. La poco più che ventenne Kaylie è convinta che sia lui, o l’energia nera che vi risiede, il responsabile della morte di mamma e papà oltre dieci anni prima, e della follia che ha preso e posseduto allora entrambi i genitori portandoli a un reciproco gioco al massacro. Lo intercetta nella casa d’aste dove lavora e lo reinstalla nella villa (isolata) dell’infanzia, dove lei e il fratello Tim hanno assistito ai fattacci. Vuole punire lo specchio, vuole neutralizzarlo, vuole distruggerlo, e in questa faccenda pericolosa, nella sfida all’oggetto-mostro, nel redde rationem, coinvolge anche il riluttante Tim, appena uscito di galera, anzi dall’istituto correzionale, dove ha scontato dieci e passa anni con l’accusa di aver ammazzato lui il padre, esasperato dalle sevizie e torture inferte alla madre. Ora, entrambi grandi, si ritrovano con quella storia ancora da metabolizzare e capire davvero. Kaylie (e lo scontro tra i due fratelli è tra le idee più brillanti del film) è convinta che il responsabile sia lo specchio, Tim no, lui crede che buttare la colpa sull’innocuo benché speventevole manufatto sia un autoinganno della sorella per non dover ammettere le responsabilità del padre e salvarne l’immagine. Naturalmente ne succederanno di ogni, lo specchio si esibirà al peggio dei suoi neri poteri, assorbendo le energie di ogni essere vivente intorno, i due fratelli compresi, simulando la realtà e creandone una parallela, inventando doppi fino a che i due fratelli non riusciranno più a distinguere il reale dall’allucinazione e se stessi dai propri simulacri. In un crescendo che non può che portare a un nuovo agghiacciante esito. Non tutto torna, anzi, se vogliamo fare i sofistichi, le incongruenze e le inverosimiglianze son parecchie, e i poteri dello specchio sono così estesi e mutevoli e indefiniti da rendere eventi e svolte narrative parecchio arbitrari. Il regista mescola vertiginosamente i piani temporali, spezza e aggroviglia la linea narrativa, passa repentinamente dall’oggi all’ieri e viceversa, spesso in una compresenza dei due livelli, con Kaylie e Tom bambini e adulti nelle stesse scene. La cosa buona è che Oculus, in opposizione ai codici dell’horror contemporaneo, predilige il complesso, lo stratificato e l’ambiguo alla piatta unidimensionalità, prtandoci verso un finale che non dà risposte univoche, e anzi apre a nuovi interrogativi e intensifica esponenzialmente i dubbi. Ha ragione Kaylie o il razionalista Tim? Esistono o no i poteri dello specchio? E se fosse tutto un delirio dei due protagonisti (anzi, di uno dei due)? Oculus abilmente non spiega, e l’ultima scena, con le sue risposte non date, con la sua sospensione, con i suoi sospetti, è da cinema tutt’altro che dozzinale. (E il genitore posseduto non ricorda forse Shining?)

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