Recensione. NESSUNO MI PETTINA BENE COME IL VENTO: un cinema che vorremmo – ma non riusciamo – ad amare

Schermata 2014-04-12 alle 17.27.30Nessuno mi pettina bene come il vento, un film di Peter Del Monte.  Con Laura Morante, Jacopo Olmo Antinori, Andreea Denisa Savin.
Schermata 2014-04-12 alle 17.27.20Torna un cineasta appartato e aristocratico come Peter Del Monte. Si resta delusi, purtroppo. Un film che dissemina tracce narrative e indizi, ma che non ci porta da nessuna parte. Una ragazzina complicata, una scrittrice, un ragazzo ai margini della legalità. Persone che si sfiorano, ma che non danno mai vita a una narrazione vera. Titolo che è un aforisma di Alda Merini. Voto 5 e mezzo

Peter Del Monte sul set

Peter Del Monte sul set

Torna Peter Del Monte, autore di un cinema laterale, appartato, nobile, tenue e ombroso, mai mainstream e, temo, a rischio di essere oggi fuori corso e fuori tempo, come incastrato nel passato. Cinema che riporta qualcosa dei grandi maestri nostri, Antonioni e Rossellini, cinema che reclama rispetto. Mi aspettavo parecchio, confesso, da questo Nessuno mi pettina bene come il vento (titolo suggestivo e misterioso, che non trova però essun visibile riscontro o plausibile spiegazione in quanto raccontato dal film, ed è un aforisma – no, non un verso – di Alda Merini). Invece, delusione grande. Lo stile, la delicatezza, il pudore di Del Monte, il suo rispetto per i personaggi (e per lo spettatore) sono intatti e non si discutono, ma, Dio mio, che film è mai questo? Cosa ci racconta, dove ci vuole portare? Va bene astenersi da una narrazione troppo facile e compiacente, va bene decostruire ogni possibile plot in frammenti e molecole che a volte si incastrano e molte volte no a suggerirci casualità e friabilità delle esistenze, va bene l’austerità, e l’eleganza, della messinscena, però qui si rischia il vuoto, il racconto al grado zero. Less is more, solo che a togliere troppo si finisce nel niente. Nessuno mi pettina bene come il vento ci lascia intravedere diverse piste narrative che poi, regolarmente, vengono abbandonate e diventano vicoli ciechi e sentieri interrotti. Porta in primo piano ora un personaggio ora l’altro, senza mai decidersi a costruire un protagonista che ci faccia da guida nella (non) storia. Di chi racconta davvero il film? Della ragazzina Gea? O della scritrice Arianna? O del ragazzo Yuri? E quali sono le relazioni tra di loro, al di là delle pallide tracce che vengono disseminate? Tutto comincia in modo stravagante e anche abbastanza inverosimile. Una giornalista va a intervistare la scrittrice Arianna (separata dopo uno scandalo sessuale da un politico francese, e non si può non pensare a Strauss-Kahn) portandosi dietro la figlia undicenne Gea, ragazzetta di quelle che le psicologhe chiamerebbero problematiche. Non ha voglia di stare con mamma, non ha voglia di andare dal padre che con mamma non sta più e invece vive con un’altra donna e la figlia di lei, non ha voglia di andare dalla nonna. Si chiude nel bagno dell’intervistata e da lì non si muove. Finirà, piuttosto incredibilmente, che la scrittrice accetterà di tenersela in casa qualche giorno, in attesa che la madre torni da un viaggio di lavoro a riprendersela. L’ospite inatteso, destinato a creare perturbazioni e fratture, secondo il paradigma fissato dal Pasolini di Teorema. Tra Arianna e Gea c’è un reciproco studiarsi e osservarsi, e intanto la ragazzetta, nel suo girovagare sotto la villa (siamo in una piccola città di di mare del Lazio, se ho ben capito), incontrerà un gruppo di ragazzi sbandati e sballati che fan casino in piazzetta, tra fumo, bonghi e altre percussioni, e ne resterà intrigata. Si infatuerà – scusate, ma faccio fatica a trovare le parole, visto che Gea ha 11 anni – di uno di loro, Yuri, 16 anni, spacciatore, figlio di una donna dell’est che si prostituisce in un locale della zona. Arianna, l’elegante Arianna, la borghese, la scrittrice, la signora, detesta quella banda sotto le sue finestre che fa rumore giorno e notte, chiama la polizia, suscitando la disapprovazione e anche il rancore di Gea, che al suo Yuri ci tiene e non lo vuole vedere nei guai. Una notte, Gea non tornerà a casa. Quando verrà ritrovata non dirà cosa sia successo, noi sappiamo solo che – prima di quel blackout che l’ha inghiottita – i ragazzi della piazza l’han fatta fumare e ubriacare. La sua scomparsa e ricomparsa è il punto di svolta e di non ritorno, un qualcosa che innescherà una reazione a catena, seppure a bassa intensità, per la quale tutte le vite che fino a quel momento si erano sfiorate, in qualche misura cambieranno. Forse quello che Del Monte vuole è confrontare e cortocircuitare l’innocenza (Gea) e l’innocenza persa e impossibile (Yuri). O, forse, contrapporre il territorio degli esclusi (i ragazzi della piazza) e quello della sicurezza borghese (la scrittrice). Purtroppo se queste sono le intenzioni, tali rimangono, senza riuscire a dare corpo a una narrazione forte e chiara. Per un po’ si pensa che Del Monte intenda, alla Haneke (vedi Funny Games, vedi Caché), mostrarci la violazione, la profanazione del mondo della scrittrice da parte dei barbari là fuori, ma non è così, e il finale anzi smentisce clamorosamente questa possibilità. Ma l’elemento davvero disturbante di questo film, il gorgo che rischia di inghiottirlo, è il cosa c’è, o potrebbe esserci, tra Gea a Yuri. Lei, ricordiamolo, di anni ne ha solo 11, lui 16. Giù in piazzetta i ragazzacci non risparmiano allusioni sessuali al cospetto di Gea. E c’è quel mistero sulla sparizione, con lei ubriacata e intossicata di fumo. Il regista dissemina indizi e allusioni, suscita in noi domande scomode e sospetti. Mi chiedo: era proprio il caso di inoltrarsi su un terreno tanto rischioso e scivoloso? Per fortuna c’è Laura Morante, così autorevole da lasciarci intravedere, nel film, una solidità che non c’è. Jacopo Olmo Antinori fa un passo avanti rispetto al film che l’ha scoperto e lanciato, Io e te di Bertolucci, e fa del suo Yuri un personaggio oscuro, complesso, torvo e torbido, il più interessante di tutti. Con un che del Malcolm McDowell dei tempi aurei (If, Arancia meccanica). Stiamo a vedere adesso – la risposta l’avremo giovedì prossimo quando verrà comunicata la line-up –  se Nessuno pettina bene come il vento rispunterà a Cannes, magari a Un certain regard (il concorso mi pare poco probabile), o alle collaterali Quinzaine des réalisateurs e Semaine della critique. In fondo, le stigmate del film autoriale da festival ce le ha tutte.

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