I film migliori di stasera (giov. 17 apr. 2014) sulla tv in chiaro

Confessions, Rai 4, ore 23,39.
305270_208977959158304_5490486_n-700x388Incomincia con un’insegnante che rivela agli alunni sbigottiti come lì, tra loro, si nascondano i due assassini di sua figlia. È solo l’inizio della sua vendetta. Un film che infrange molte convenzioni, a partire dall’innocenza infantile, in una rappresentazione quasi cerimoniale e astratta dell’orrore e del sangue. Un thriller con derive horror, assai autoriale. (recensione completa)

Rango, Rai 3, ore 21,08.
Magnifico cartone di Gore Verbinsky, per intenderci il regista della saga Pirati dei Caraibi, che qui realizza il suo film migliore. Un prodotto d’animazione che sta alla pari e perfino supera i Pixar Movies per qualità visiva e narrativa, pieno com’è di rimandi e omaggi al grande cinema del passato, e di bizzarrie visuali neobarocche. Soprattutto si citano il western di Sergio Leone e quello di Sergio Corbucci, tant’è che lo stesso nome del camaleonte protagonista suona come una crasi di Ringo e Django. Lui, il camaleonte, finisce per caso in un villaggio, diventerà il pistolero-attore che ha sempre sognato di essere. Con parecchi sconfinamente tra il vivere e il fingere-recitare. Voce (nell’originale) di Johnny Depp.

La casa di sabbia e nebbia, Rai Movie, ore 21,15.
Una ragazza con problemi di tossicdioendenza riceve in eredità un bungalow sulla spiaggia. Ma glielo requisiscono e lo mettono all’astra. Verràcoomprato da un ex militare iraniano. Sarà scontro (di civiltà?) tra i due. Jennifer Connelly vs Ben Kinsley, in un duello d’attore che vale il film.

L’ululato, Rai Movie, ore 0,10.
Di Joe Dante. Gran classico della licantropia uscito subito Un lupo mannaro a Londra di John Landis: ne uscì stritolato, purtroppo.

Dorian Gray, Iris, ore 21,08.
La versione cinematografica più recente del romanzo di Oscar Wilde, con ottimo co-protagonista Colin Firth, Oscar 2010 quale miglior attore per il suo re tartaglia di The King’s Speech. A rivederlo adesso, il mélo di Wilde ci appare più fiammeggiante che mai, e più attuale che mai con la sua ossessione per l’eterna giovinezza. La trovata drammaturgica, un ritratto che invecchia al posto del suo possessore, è una profezia del narcisimo di massa dei tempi nostri. Sì, la confezione del film è qua e là un po’ troppo Old England (genere tazze da tè e tappezzeria), ma quel che conta è Wilde. Ottimo, selvaggiamente ambiguo, Ben Barnes, che è poi rispuntato in The Words.

L’elemento del crimine, Rai Movie, ore 23,24.
Il film d’esordio (1984) di Lars von Trier, nientemeno. Rarissimo, ed è la ragione per cui non bisogna perderselo. Von Trier già al massimo del suo delirio, in questa storia labirintica e fuori di testa di un detective inglese che vive al Cairo (e già questo) che, ispirandosi a un discusso metodo teorizzato nel libro L’elemento del crimine, si fa ipnotizzare per poter andare a fondo nel mistero di alcuni omicidi seriali rimasti irrisolti. Dissociazioni, identificazioni con il killer, agguati dell’inconscio. Per chi ama von Trier (io, ad esempio) indispensabile. Anche per vedere come nasce un genio.

Il colpo, Rete 4, ore 23,57.
Un David Mamet del 2001, tra i meno conosciuti, con la gran coppia d’attori Gene Hackman-Danny DeVito. Un ladro di gioielli dai modi eleganti, una sorta di Arsenio Lupin nostro contemporaneo, decide di ritirarsi dopo un colpo a una gioielleria, anche perché la sua faccia è stata ripresa da una telecamera e lui non vuole più esporsi. Naturalmente, come in tutti noir, non è concessa la quiete agognata al duro che vuol pensionarsi. Anche qui lo costringono a partecipare a un altro colpo, ma è solo l’inizio di una serie di imprevisti e colpi di scena. Il consueto gioco di maschere e di inganni di Mamet, in cui non si capisce chi manipola chi. Il mondo del crimine, come già in La casa dei giochi, il suo capolavoro, diventa il luogo simbolo della lotta per la sopravvivenza. Da seguire senza perdere una battuta.

Mifune – Dogma 3, la7d, ore 0,00.
Del 1999, è il terzo film del movimento ascetico-purista-rigorista danese Dogma, fondato da Lars Von Trier, che prescriveva uso di macchina a mano ballonzolante, solo luce naturale, minimo artificio e così via. Da Copenaghen un uomo torna al paese natio dopo la morte del padre per occuparsi del fratello disabile. Ingaggerà un’assistente, Liva, che è in realtà una prostituta in fuga. Sarà strano triangolo. Il regista si chiama Søren Kragh-Jacobsen.

Frank Gehry – Creatore di sogni, La Effe, ore 23,05.
Sydney Pollack intervista Frank Gehry e ricostruisce la sua storia di architetto-star che ha cambiato per sempre l’immagine urbana e il modo stesso di pensarla. Pollack (questo è il suo ultimo film prima della scomparsa) e Gehry erano amici di vecchia data. Interessante, perché è anche un confronto tra stili, quello solidamente artigianale e tradizionale di Pollack regista e quello visionario, oltre-realista, decostruzionista di Gehry.

La valigia del boia, Rete Capri, ore 21,00.
Film irlandese del 1962 contro la pena capitale. Non un film predicatorio e sentenzioso però, unfilm con accenti di commedia dark con un ragazzo che si convince dell’assurdità della pena di morte assistendo due prigionieri in attesa dell’esecuzione. Con Patrick McGoohan, che ritroveremo in Per favore non mordermi sul collo di Polanski.

L’urlo della battaglia, Italia 7Gold, ore 21,10.
Gran film bellico del 1962 di Samuel Fuller, che in questo genere sapeva dare il meglio di sé. Puro cinema del furore e della virilità. Stavolta siamo in Biemania, angloamericani contro giapponesi. Da non perdere.

Videodrome, Class Tv, ore23,30.
Torna su Rai 4, e se non lo si è ancora visto meglio non lasciarselo sfuggire. Videodrome è il primo film che ho visto di David Cronenberg, e anche uno dei più terrorizzanti della mia vita. Mi vengono sempre i brividi quando ci penso (e anche quando penso o mi capita di rivedere un altro Cronenberg di quegli anni Ottanta, Inseparabili). Disturbante e perturbante lo è davvero il cinema del gran canadese, lo è letteralmente, nel senso che riesce a farti stare fisicamente e mentalmente male. Almeno, così capitò a me con questo film del 1983, che incrocia ossessioni tipicamente cronenberghiane, quello per la tecnologia e per il corpo (e il sesso). Con fusioni e contaminazioni e alterazioni di vario tipo che trasformano il corpo in macchina e le macchine in carne. Qui di ossessione se ne aggiunge un’altra, quella per il cinema e soprattutto per la tv, sentina di ogni vizio e orrendezza. Il proprietario di una televisione specializzata in porno sente parlare di un misterioso programma pirata chiamato Videodrome che trasmette snuff movies e altra robaccia, sicchè cerca di intercettarlo per eventualmente usarlo per i suoi canali. Sarà il primo passo nel delirio. Videodrome è una sorta di virus o creatura letale che contamina e si impossessa degli spettatori e di quanto sta loro intorno, bacandone il cervello e non solo quello. Roba per stomaci forti, meglio dirlo subito. Uno dei film pià riusciti tra i molti sulla tv veicolo di mostruosità e distruzione. Il protagonista è James Woods, allora abbonato a ruoli maledetti per via della faccia un po’ così. Apparizione cultistica di Debbie ‘Blondie’ Harry, bellissima e inquietante. Impossibile da dimenticare, da vera icona qual è.

Medea, Iris, ore 1,25.
Pasolini meets Maria Callas, e già questo basterebbe a fare di Medea qualcosa di epocale. Come già anni prima gli era accaduto in Mamma Roma con Anna Magnani, Pasolini fa i conto qui con un’altra re-incarnazione divistica di quel tempo della archetipica mater mediterranea scura e oscura, potente e incontrollabile, signora delle vite e dei figli suoi, quella Callas emersa dalla Grecia e che aveva ridisegnato con la forza della sua origine e del proprio talento il melodramma. Lo fa calandola nel ruolo, anche quello di mater mediterranea, e nella sua versione più inquietante e mortifera, di Medea, la regina della Colchide che, sedotta e ingannata dal greco di Corinto Giasone, pagherà e gli farà pagare tutto uccidendo i loro due figli. Callas era già stata Medea sulle musiche di Cherubini, e qui porta tutta quella carica ferina di cui aveva dato prova sul palcoscenico ipnotizzando i melomani. Quando accetta la proposta di Pasolini è la fine degli anni Sessanta, Callas ha abbandonato da molti anni il canto, ha subito anche l’affronto dell’abbandono da parte di Onassis che le ha preferito Jackie vedova Kennedy. Non ha mai fatto cinema, dice sì al regista-scrittore per misteriosi motivi, si parla di chimica tra i due, qualcuno parla anche di innamoramento – di un amore ovviamente impossibile che è puro melodramma – di lei per lui. Ne esce un film in cui Callas viene feticizzata a idolo barbaro e remoto, indecifrabile. Pasolini non le chiede di recitare ma di essere, di esserci, di occupare lo spazio filmico e della mente dello spettatore con la sua presenza. Spiazzante, perché lei aveva dimostrato sul palco di essere anche (soprattutto?) un’attrice. Il film è lei, lei lo risucchia dentro di sè, ne fa una propria proiezione. Non fu il trionfo aspettato, i critici in gran parte maltrattrarono Medea (non capendoci niente, come spesso capitò ai critici con Pasolini), il pubblico si defilò. Un’altra delusione per Maria. Ma il film è cresciuto nel tempo, ha assunto una statura che ne fa qualcosa di imprescindibile, di mitico esso stesso. Pasolini prende da Euripide per inscenare ancora una volta le proprie ossessioni, la figura materna amata e temuta, lo scontro tra nord e sud del mondo, tra civilizzazione e istinto. Come già aveva fatto in Edipo re, reinventa genialmente lo scenario della tragedia greca classica, immettendola in ambienti mediterranei primitivi, corruschi, barbari, lontani dall’Occidente di allora e di oggi e a loro opposti. Gira, oltre che nella laguna di Grado – un mondo che apparteneva alla sua infanzia di ragazzo friulano di Casarsa –  in Cappadocia e in Siria, e ancora una volta, come già in Edipo re, trova nelle aree islamizzate consonanze profonde. Mentre Pisa con la sua Piazza dei Miracoli è – altro colpo di genio – la classicità di Corinto. Per il ruolo di Giasone Pasolini va a pescare Giuseppe Gentile, campione olimpico (bronzo) di salto triplo (che strana disciplina, il salto triplo), esempio di fisicità italo-romana-mediterranea usato dal regista come corpo, corpo giovane e ultraumano, contrapposto alla pietrosa fissità totemica di Medea/Callas. Film potente, perturbante. Necessario.

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