I film migliori di stasera (mart. 22 apr. 2014) sulla tv in chiaro

14 film. Spielberg, Aldrich, Lizzani, Imamura, Mazzacurati, Denys Arcand, e molto altro.

Viva gli antipodi!, Rai 5, ore 21,20.
HG_inhaltDocumentario presentato con un certo clamore a Venezia 2011 e rivelatosi allora piuttosto deludente rispetto alle (alte) aspettative suscitate. Messo in palinsesto oggi da Rai 5 in occasione dell’Earth Day, e ci sta anche, la collocazione non è poi così incongrua, anzi. Difatti il regista russo Victor Kassakovsky ricorre ai modi consacrati e un filo retorici e manieristi del film naturalistico – mari e monti e pianure e ghiacci e flora e fauna e umani più o meno civilizzati – per strutturare un racconto di una certa complessità e ambizione di esistenze sparse sul pianeta terra. L’idea, niente male, è di mostrare quattro punti dell’emisfero settentrionale, sfondi e contenitori di altrettante tranches de vie, e cortocircuitarli in montaggio alternato con i luoghi ai loro esatti antipodi (e le vite che vi si svolgono). Le quattro coppie di opposizione sono Argentina e Cina, Cile e Russia, Hawaii e Botswana, Nuova Zelanda e Spagna. Passiamo dai panorami austeri della Patagonia a quelli del lago Baikal, dalle piane vulcaniche della Hawaii alla frenesia formicolante di Shanghai, e così via. Uomini e donne lontani e connessi da quel filo invisibile steso tra ciò che sta agli antipodi. Ma se l’intenzione era quella di mostrarci sottili analogie e una unità sottesa a ciò che è apparentemente opposto, Victor Kassakovsky fallisce il suo progetto. Le immagini sono spesso una meraviglia, ma è il racconto a non funzionare. Ogni storia, ogni destino resta incapsulato in sé e non basta l’artificio geografico a tracciare una continuità.

I guerrieri della notte di Walter Hill, Rai 4, ore 23,15.
L’ho sempre amato molto, fin da quando uscì, A.D. 1979. Sensazionale film di strada di Walter Hill, ispirato nientemeno che all’Anabasi di Senofonte (a dimostrazione che le storie che funzionano sono eterne), che mette in scena la guerra urbana tra gang in una magnifica, pericolosa New York notturna. Una banda rimane tagliata fuori dal proprio territorio, per ritornarci deve riattraversare la città e le sue aree controllate da gang rivali, in un viaggio avventuroso che tiene avvinto lo spettatore e non gli dà tregua. Western metropolitano che fondò e codificò un genere influenzando soprattutto l’allora nascente videomusica e l’estetica dei videogiochi. Epocale.

La passione di Carlo Mazzacurati, Rai Movie, ore 21,20.
Giovedì 24 aprile esce in sala La sedia della felicità, l’ultimo film di Carlo Mazzacurati, il regista veneto andatosene via per sempre lo scorso 22 gennaio. Ne parla Rai Movie alle 21,15, facendo seguire subito dopo uno dei film più amati di Mazacurati, presentato al Festival di Venezia 2010. Uno di quei discreti film italiani che, pur avendo le credenziali per piacere al pubblico anche medio, anche molto vasto, non hanno sfondato al box office, e sarebbe interessante studiare e capire il perché (muitazione antropologfica del publico?). Eppure La passione, prodotto dalla sempre ambiziosa Fandango, ha alla regia uno come Carlo Mazzacurati che con la commedia ci sa fare, può contare su una bella idea di partenza alla Risi-Monicelli, va a confrontarsi senza moralismi e ideologismi con il tema così contemporaneo del narcisismo ed esibizionismo di massa, del siamo tutti protagonisti, del successo piccolo o grande a ogni costo. Ottimo cast. Che volere di più? Chissà se stasera in tv il pubblico risponderà meglio di quanto non abbia fatto a suo tempo in sala. Un regista in crisi si trova quasi costretto a incaricarsi della messinscena di una Passione di Cristo che ogni anno trasforma un piccolo paese della Toscana in palcoscenico collettivo della gente del posto e per i molti che ci arrivano da curiosi e da spettatori-devoti. Ogni riferimento al teatro di villaggio di Monticchiello credo sia tutt’altro che causale. Credo. Naturalmente l’evento produrrà effetti a catene sulla gente del luogo, tra chi dovrebbe partecipare alla sacra rapresentazione e chi non vorrebbe, più la sindachessa e altri comprimari. Con un imprevisto e un colpo di scena finale. Parecchio interessante, con l’Italia di adesso che si confronta con la propria tradizione. Sottovalutato. Con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Marco Messeri, Cristiana Capotondi, Maria Paiato, Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak che forse fu proprio grazie a questo set che conobbe il signor Fandango, Domenico Procacci.

Desiderio rubato di Shohei Imamura, Rai Movie, ore 1,30.
Continuano, purtroppo di notte, le incursioni di Rai Movie nei meandri del cinema giapponese autoriale del secondo Novecento. Stavolta tocca al film d’esordio, anno 1959, di Shohei Imamura, che più tardi diventerà un peso massimo del sistema-cinema e vincerà per ben due volte il festival di Cannes. Un regista che volutamente si contrappone alla tradizione di rigore e austerità rappresentata dai cinemaestri Ozu e Mizoguchi (e anche, a modo suo, da Kurosawa) e che preferisce esplorare i lati in ombra e meno nobili della vita e del mondo giapponesi, facendo affiorare inquietudini, volgarità, e una sessualità esplicita. Desiderio rubato segue un gruppo di attori itineranti, poveri guitti che alternano il kabuki a spogliarelli miserevoli a uso di un pubblico dagli appetiti e voglie assai primari. Intorno, una piccola città che reagirà diversamente all’arrivo del carrozzone. Parecchio interessante. Un film quasi mai visto in Italia, se non in rassegne e festival specializzati.

Jerry Maguire di Cameron Crowe, la7, ore 21,10.
Film del periodo aureo di Tom Cruise, quando non solo era il moneymaker di Hollywood – ogni film un primo posto al box office – ma anche un attore in grado di mettere a segno interpretazioni eccellenti. Jerry Maguire è del 1997: Cruise si guadagnerà una nomination all’Oscar e il rispetto della critica. Di lì a due-tre anni seguiranno Eyes Wide Shut, il primo e fondativo Mission: Impossible e soprattutto Magnolia, in cui fornirà forse la sua migliore performance di sempre. Diretto dal cinefilo e musicofilo Cameron Crowe (Almost famous, e un libro-intervista meraviglioso con Billy Wilder), Tom Cruise in Jerry Maguire è un agente sportivo che, disgustato dai metodi troppo cinici cui è costretto, scrive una relazione ai responsabili dell’agenzia in cui chiede un cambio di rotta. Verrà licenziato e si metterà in proprio con una star del football che ha deciso di seguirlo. Sarà una dura lotta, ma ce la farà anche grazie a una ragazza che lo assiste ed è innamorata di lui (Renée Zellweger). Oscar a Cuba Gooding jr. come miglior non protagonista, ma niente a Cruise, che se lo sarebbe meritato.

The Terminal di Steven Spielberg, Rai Movie, ore 23,20.
Uno Spielberg del 2004 che devia dai suoi soliti percorsi di narratore di favole per adulti ed eterni bambini per raccontare una storia nostra contemporanea e più che mai attuale. Un uomo proveniente da un paese dell’est europeo arriva a New York, ma non sa che un colpo di stato in patria ha nel frattempo reso inutilizzabile il suo passaporto. Naturalmente lo bloccano, non gli fanno passare la dogana, lo costringono a restare in quella terra di nessuno al di fuori di ogni sovranità che si trova tra le piste e il territorio statunitense. Il povero Viktor è costretto dalla burocrazia, questo mostro della nostra era, a vivere tra aerei che decollano e sale d’attesa. La sua terra nuova e non promessa diventa l’anonimo terminal percorso da gente che va e gente che viene, fitto di tabelloni luminosi e voci amplificate da minacciosi altoparlanti, luogo senza identità che incarna l’anonimato e il nulla, uno di quei non luoghi descritti e codificati dall’antropologo Marc Augé in un suo celebre libro. Ad occuparsi, e a innamorarsi del povero migrante senza patria e senza casa è una hostess, interpretata da una stavolta amabile e simpatica Catherine Zeta-Jones. Mentre lui, Viktor, è un Tom Hanks in una delle sue perfomance di strepitoso mimetismo (parla in una lingua immaginaria dell’est europeo, inventata apposta per il film, non potendo la produzione tirare in ballo un vero paese dell’Est Europa e relativa lingua per motivi di opportunità politica). Lo spaesamento dell’apolide, dell’eterno migrante, del senza patria: quella di The Terminal è una storia e una faccenda che ha molto a che fare con il nostro oggi percorso da flussi migratori, ma che ha moltissimo a che fare anche con la figura archetipica dell’ebreo errante. Spielberg, ebreo americano, porta in questo film tutto il senso di sradicamento della sua famiglia e della sua gente provenienti dall’Est Europa, porta dell’ebraismo mitteleuropeo la paura costante della persecuzione, dunque della precarietà della propria vita, e lo fa in chiave di commedia agra, secondo la lezione e la tradizione di due dei grandi nomi dell’ebraismo anni Venti-Trenta approdati a Hollywood, Ernest Lubitsch e Billy Wilder. Film complesso, che merita una visione, e che è meglio tirar fuori da quel limbo della memoria, da quel non luogo in cui è precipitato dal suo apparire.

Esterina – Una testa piena di stoffa di Carlo Lizzani, Tv2000 (canale 28 dt, 140 Sky), ore 22,00.
Carlo Lizzani è stato tra i migliori del nostro cinema del secondo Novecento. E però sottostimato in quanto inclassificabile, sfuggente a ogni catalogazione, irriducibile a ogni facile definizione e etichetta, assai impegnato sul cinema civile ma anche nomade felice tra i generi, non senza incursioni nei bassifondi del cinema più popolare. Questo suo Esterina, A.D. 1959 (un’eternità fa), fu massacrato dalla paludatissima e molto rigida – a destra come a sinistra – critica di allora, in quanto commedia che bordeggiava pericolosamente il melodramma e, abominio!, il fotoromanzo. Con oltretutto nel cast un Domenico Modugno in quel momento popstar internazionale e dunque contaminante e sabotante (secondo i critici) ogni possibile intento di engagement. Esterina è una ragazza di campagna conculcata e maltrattata da orridi datori di lavoro-padroni che sembrano usciti da Dickens o dai Miserabili. Approfitta del passaggio di due camionisti – Modugno e Geoffrey Horne – e via con loro, verso la città, verso un’altra vita. Ma non sarà così semplice. Sopraggiungono on the road parecchi problemi con la polizia, e il rischio per la brava e proba Esterina di finire in un salone di bellezza che altro non è che un casino mascherato. Niente male. Con il sapore di quell’Italia ancora sospesa tra ruralismi e atavismi e modernità avanzante, e anche minacciosa. Protagonista una Carla Gravina di grazia e spontaneità immense e oggi impensabili. Da non perdere.

Intersections di David Marconi, Rai 4, ore 21,10.
Noir con uso di deserto di produzione francese (anzi, di produzione Luc Besson) dell’anno scorso, uno di quei film che i critici amano maltrattare, ma che nascondono qualcosa di anomalo, stravagante, eccentrico, interessante. Qui è l’incrocio del glorioso cinema coonial-desertico francese (La bandera, Il bandito della Casbah, ecc.) con i modi e i luoghi narrativi dell’intrigo passionale. Una donna progetta di uccidere il ricco e odiato marito, con l’aiuto dell’amante, durante il viaggio di nozze in Marocco. Ma ci sarà l’imprevisto. Marito e moglie rimangono insabbiati nel deserto, e sarà l’inizio di un’avventura con precchie sorprese. Gilm che è meglio della sua cattiva fama.

La legge del più forte di George Marshall, Iris, ore 21,03.
Western del 1958, con un allevatore di pecore che va a insidiare territorio e pascoli di certi allevatori di bovini, i quali ricorreranno alle maniere fortissime e armate per togliere di mezzo l’intruso. Furibonda risposta del mite pecoraio, e saran spari e scintille. Con Glenn Ford e Shirley MacLaine. C’è anche Leslie Nielsen, futuro Una pallottola spuntata.

Nessuna pietà per Ulzana di Robert Aldrich, Iris, ore 23,05.
Grandissimo western del 1972 del grandissimo e sempre troppo sottovalutato Robert Aldrich. Soldati contro indiani, e nessuno è innocente, tutti uccidono, mutilano, distruggono. Il West come girone dell’inferno dove ognuno tira fuori gli istinti peggiori, e i buoni, e il bene, pcoo possono fare. Con Burt Lancaster.

Sol Levante di Philip Kaufman, Rete 4, ore 23,17.
Quando l’antagonista economico dell’Occidente non era la Cina, ma il Giappone. Visto e vissuto tra anni Ottanta e Novanta come una minaccia capace di oscurare l’egemonia americana e eruopea. Questo film, tratto da uno dei tanti bestseller di Michael Crichton, drammatizza e narrativizza quella paranoia dilagante. Mentre è in atto l’acquisizione di una strategica company statunitense da parte di un colosso nipponico, una ragazza viene trovata morta. Uccisa. La polizia comincia a indagare e darsi da fare, e ne verran fuori di ogni. Con Sean Connery, Wesley Snipes e Harvey Keitel.

L’età barbarica di Denys Arcand, La Effe, ore 0,20.
Molti conoscono, del regista canadese-québecois Denys Arcand, Le invasioni barbariche, pochi questo suo di non molto successivo L’età barbarica. Ed è un altro Arcand sulla dissoluzione-declino di quel ceto medio-intellettuale che è l’oggetto d’analisi del suo cinema, sullo stordimento e il disgregarsi delle strutture mentali di uomini e donne che non ce la fan più a riconciliarsi con la ipermodernità e se ne sentono tagliati fuori. Un cinema-referto, anche se venato di ironie e sarcasmi, che Denys Arcand aveva già cominciato decenni fa con il meraviglioso Il declino dell’impero americano. Un uomo qualunque sposato a una signora molto in carriera e con due figlie a lui sempre più estranee, vive sul bordo tra la realtà e il sogno, la realtà come vorrebbe che fosse ma non è. Una versione patologica di certi personaggi alla Gondry. Poi incontra una donna che la sua folia, voler essere una dama dei tempi remoti non l’ha tenuta a freno, ma l’ha a modo suo realizzata, frequentando un gruppo di appassionati di vita medievale e ricostruzioni storiche in costume. Con Marc Labreche, Diane Kruger e, attenzione, il cantante e icona queer Rufus Wainwright.

Mon bel amour di José Pinheiro, Cielo, ore 23,10.
Un mio personale cult. Grande erotico con idee e pretese dei tardi anni Ottanta, con scene assai hard e sesso esplicito e corpi per niente dissimulati che nella versioni italiana furono alquanto ridotti, per rispuntare poi trionfalmente in dvd. Cinema giocato sull’opposizione tra una lei borghese e un po’ spitinfia e un lui lumpenproletario, malavitoso, e muscolare macchina del sesso. Catherine è attrice di teatro, e per caso la sua strada incrocia quella del torvo Patrick. Il quale perde la testa per quel ninnolo di biscuit, per quella bellezza così sofisticata, e lei, be’, lei scopre a letto parecchie cose che non aveva mai provato con uomini della propria classe. Sarà tempesta passionale. Ma non potrà durare, le convenzioni sociali avranno la meglio, e sarà dramma. Regia di José Pinheiro. A rubare il film è Stéphane Ferrara, clamorosa presenza carnale quale Patrick. Che sarà poi anche in un film di Tinto Brass.

L’amore per caso di Dominique Farrugia e Arnaud Lemort, la5, ore 21,11. Prima tv.
Romantic comedy alla francese, un genere non proprio popolarissimo dalle nostre parti. Due amici con opposte concezione dell’anore. Uno idealista-romantico, l’altro concreto-scopereccio. Incontreranno due ragazze che metteranno in crisi le loro radicate convinzioni. Con la Virginie Efira vista qualche mese fa in Vent’anni di meno.

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