Recensione. TI SPOSO MA NON TROPPO, una (prevedibile) commedia degli equivoci che non diventa mai cinema

102_4asett_jpg_940x0_q85Ti sposo ma non troppo, un film di Gabriele Pignotta. Soggetto e sceneggiatura di Gabriele Pignotta (collaborazione alla sceneggiatura di Valerio Groppa). Con Gabriele Pignotta, Vanessa Incontrada, Chiara Francini, Fabio Avaro, Paola Tiziana Cruciani, Paolo Triestino, Catherine Spaak.
125_3asett1-e1395252778746Piccolo film tratto da un testo teatrale di buon successo. Sposi promessi che si mollano a un passo dal matrimonio, e comincia una giostra di coppie che si sfasciano, si rimescolano, si ricompongono, danno vita a nuove geometrie. Una commedia degli equivoci classica e discretamente costruita. Ma è la messa in cinema che è un disastro. Voto 4 e mezzo
ti-sposo-ma-non-troppo-chiara-francini-sul-set-con-paola-tiziana-cruciani-301279Confesso: prima di questo film non conoscevo Gabriele Pignotta. Che, informa il press release, oltre che attore, è – ed è soprattutto – commediografo che negli ultimi anni ha messo a segno buoni successi nel circuito teatrale. Ti sposo ma non troppo è testo nato per il palcoscenicto, il terzo di Pignotta, e, visto il buon esito, lo si è poi trasposto in film. Questo film. Dove Pignotta è onnipresente: al soggetto, alla sceneggiatura, come protagonista, come regista. Che dire? Che se si fosse affidato a un regista collaudato sarebbe stato meglio. Perché questa volatile commedia degli equivoci, classicissima, con qualche sfondamento qua e là nella pochade cielo-mio-marito!, è discretamente scritta e costruita – anche se non vi è segno di originalità e tutto appare assai déjà-vu e déjà-entendu, e poco, anzi niente, si osa -, ma è nella messa in scena, nel suo farsi cinema, che buca clamorosamente. Teatro filmato senza un guizzo di quel che si chiamava una volta specifico filmico, ritmo e immagini subordinati alla parola, la quale tirannicamente detta i tempi e i modi. All’interno di scenografie – son la cosa peggiore del film, quelle che gli danno un tono irrimediabilmente dimesso e minore da serie B anzi C – che stringono il cuore per come sono improbabili, con ambientucci che sembrano showroom di un qualche mobilificio di bassa fascia, e ninnoli e ciaffi e decori che si vede subito son stati messi lì un attimo prima sul set e fintissimi. Ma mica di quel finto consapevole e straniante e squisito, per dire, degli ultimi film di Alain Resnais, compreso il suo ultimissimo – visto alla Berlinale – e incantevole Amare, bere e cantare, no, solo miseria estetica, cattivissimo gusto da ceto medio troppo recente per aver assimilato un qualche senso del bello (mi han ricordato la casa tremenda del primo televisivo Un medico in famiglia, dieci e più anni fa). Lo stesso gli abiti, che nessun essere ragionevole si metterebbe mai addosso. In un contenitore così – con quei letti, quei divani, quelle scrivanie – ogni ambizione di costruire alcunché di sensato e interessante, e di raccontarlo, è destinato al naufragio. Difatti il film è un disastro. Solo chiudendo gli occhi qualche battuta, qualche dialogo forse – forse – si salva, ma il cinema è spettacolo che gli occhi li vuole aperti, anzi kubrickianamante spalancati. Commedia degli equivoci, questo Ti sposo ma non troppo, con il tema ricorrente e conduttore di matrimoni che, pur ormai organizzati e imminenti, non si fanno, non s’han da fare, saltano per i più svariati e anche futili motivi, rivelando come il testo traduca in scrittura e scena quella che è una delle più antiche paure del maschio (e, oggi, anche della femmina), l’essere intrappolato senza più vie di fuga in un legame indistruttibile e quasi-eterno. Paura paradigmaticamente rappresentata dalla figura del padre di uno dei personaggi femminili, l’amica-vicina. Luca è un fisioterapista che, per conquistare la bella uiAndrea (si chiama così per via di mamma straniera, ma la cosa si presta oviamente a un qui pro quo con sospetti gay) si finge psicoterapeuta-psicanalista. Lei è stata mollata sull’altare, lui poco prima. E adesso son tutti e due a pezzi. Intanto il migliore amico di lui, Andrea, pur prossimo alle nozze, chatta con una tizia assatanata e parecchio porca, entrambi al riparo dei loro nickname. Incomincia una giostra di coppie che si disfano e ricompongono e si incastrano e creano nuove geometrie condotta, va detto, con una certa sapienza drammaturgica, pur nella sua assoluta prevedibilità, e che però non diventa mai cinema, semplicemente. Si finisce con un ballo collettivo o flashmob un po’ bollywoodiano a un matrimonio, assai affine a quel che si è visto il mese scorso in Amici come noi con il duo Pio & Amedeo. Qualche figura collaterale abbastanza riuscito. Come il fratello di Luca e la madre della vicina. Ma non si decolla mai. Gabriele Pignotta ha la faccia piaciona e furbetta dell’italiano vero che sa di piacere e un po’ ci marcia. Dovrebbe essere più cattivo, più maligno, e magari scegliersi un regista la prossima volta. Toh, si rivede Catherine Spaak nei panni della madre di Vanessa Incontrada (la protagonista Andrea).

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.