I migliori film di stasera (giov. 1 maggio 2014) sulla tv in chiaro

16 film. Lars Von Trier, Pedro Almodóvar, Ken Loach, John Landis, Michel Gondry, Ferzan Ozpetek, Mario Soldati, Tony Scott, Olivier Marchal, Sergio Citti (e ancora e ancora).

Il grande capo di Lars Von Trier, Iris, ore 23,16.
14074_gal1431_galConsidero Lars Von Trier uno dei maggiori registi degli ultimi vent’anni, imprescindibile, semplicemente. Questo del 2006 è uno dei suoi film meno conosciuti e più eccentrici, apparentemente più lontani dalle sue atmosfere, trattandosi di una commedia. Forse Von Trier non ha il necessario dono della leggerezza, non sarà Lubitsch, ma quando deve andare sul pardossale e il grottesco se la cava molto bene. Anche questo film, dietro la facciata del divertissement, dello ‘stavolta vi faccio vedere che riesco anche a farvi ridere’, nasconde in realtà l’ambizione a farsi parabola esemplare di qualcuno, di qualcosa. Stavolta sono, in chiara evidenza, i riti e i miti del capitalismo in via di globalizzazione. Danimarca: un’azienda di informatica sta per essere venduta a un ricco e piuttosto volgare islandese (qui gli islandesi sono visti dai più sofisticati e aristo cugini danesi come dei buzzurri pieni di soldi: ancora non si profilava la crisi finanziaria che nel 2010 avrebbe rischiato di mandare a fondo l’isola dei vulcani). Però c’è un guaio: il proprietario con cui l’acquirente deve trattare è sempre rimasto misteriosamente nell’ombra, nessuno l’ha mai visto, e adesso che c’è bisogno di lui non si sa come fare. Ma ecco la brillante idea, un attore finga di essere il capo e ne prenda il posto. Sarà l’inizio di una girandola di qui-pro-quo e situazioni paradossal-comiche. Il tema dell’impersonator è un classico del cinema e non solo, da Il grande dittatore di Chaplin allo straordinario Vogliamo vivere! di Lubitsch (per l’appunto).

Parla con lei di Pedro Almodóvar, Rete 4, ore 0,02.
Quando lo girò, nel 2001, Pedro Almodóvar veniva dal successo enorme e anche inaspettato di Tutto sua mia madre. Anziché proseguire sulla strada del melodramma, scelse una storia volutamente più sottotono e dimessa come questa, quasi un kammerspiel fatto di emozioni trattenute. Prologo a teatro, dove si dà Café Müller di Pina Bausch, e già questo rende altamente raccomandabile la visione del film. In platea si incrociano due uomini, Benigno, infermiere, e Marco, scrittore. Si ritroveranno in una clinica, dove Marco veglia la donna di cui è innamorato, una torera finita in coma, e Benigno una studentessa di danza, anche lei priva di conoscenza. I destini dei quattro si influenzeranno e muteranno. Una delle due ragazze muore, l’altra rimane incinta di Benigno, che l’ha violentata durante il coma. Avrà il figlio e riprenderà coscienza, in una scena che non può non ricordare quella, analoga anche se più radicale e religiosa, del risveglio in Ordet di Dreyer. Forse il film più eccentrico di Almodóvar, il meno classificabile, in un certo senso il meno almodovariano, rimasto un episodio isolato nella sua filmografia. Straniante.

Le fate ignoranti di Ferzan Ozpetek La5, ore 21,10.
Il film del 2001 che lancia definitivamente Ferzan Ozpetek tra gli autori-star del nostro cinema, tra i pochi nomi extra-commedia in grado di attirare consistenti numeri di spettatori al cinema (soprattutto donne). È anche, Le fate ignoranti, la messa a punto del sistema Ozpetek, o modello, o paradigma, una formula riconoscibile e riproducibile che poi il regista replicherà molte volte, almeno fino al penultimo e scarsamente riuscito Magnifica presenza. Qualcosa che ha per sfondo una Roma molto materna e molto accogliente tra il popolare e lo chic intellettuale-borghese entro la quale si muovono personaggi mossi da domande e dubbi esistenziali, e dove l’omosessualità – sempre ammodo e mai sguaiata – è una piccola bohème esistenziale capace di condensare su di sè un nuovo romanticismo. Margherita Buy è una dottoressa specializzata in Aids-terapia che si ritrova di colpo vedova causa incidente che le porta via il marito. Indagando sulla vita di lui (come la Juliette Binoche di Film blu di Kieslowski, pare modello di riferimento di questo film) scoprirà la sua vita sessuale parallela. Non si tratta però di un’amante segreta, ma di un amante, senza apostrofo, un maschio, un giovane fruttivendolo (Stefano Accorsi). Qui, come sempre e più che mai, Ozpetek tratta con tocco lieve fino all’insussistenza, fino all’evanescenza, temi complicati, li sfiora stemperandoli, ammorboidendoli, depotenziandoli, impedendo loro di arrivare a un punto critico, a un qualsivoglia punto di ebollizione e rottura. Tutto è trattenuto e ovattato  in Ozpetek, nel suo universo filmico senza angoli e asperità. Un universo che, l’ho già scritto molte volte, a me non piace.

Flashdance di Adrian Lyne, Rai Movie, ore 21,15.
Strano che in questo 1° maggio, festa dei lavoratori, uno dei pochi film della giornata tv che parlino e mostrino la fabbrica sia un musical americano come questo. Con una ragazza che fa l’operaia in un ambiente di lavoro tosto e maschile, e che sogna però di entrare in un’accademia di ballo. Di giorno lavoro duro, la sera allenamenti danzanti. Avrà una storia d’amore con il suo capo, si presenterà dopo molte esitazioni alla selezione per entrare in accademia e indovinate come finirà. Allora in Italia fu maltratto dai critici, ma adorato dal publico, come peraltro in tutto il mondo. Oggi, a 30 anni di distanza da quel 1983, è diventato un classico. Un film che come pochi sa restituirci i climi e gli umori di quei primi anni Ottanta così vogliosi di divertirsi e stordirsi, e di dimenticare i ferrigni Settanta. Memorabile colonna sonora, con almeno due hit assoluti come Maniac e What a Feeling di Giorgio Moroder. Regia di Adrian Lyne. Jennifer Beals resterà inchiodata per molto tempo a questo film, al suo personaggio, poi se ne emanciperà entrando in una fascia di cinema e tv di un certo engagement.
Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, Rai Movie, ore 23,20.
Celeberrima horror-comedy (e drama) del 1981 firmata da un John Landis allora nel suo periodo aureo, rediuce dai successi di Animal House e The Blues Brothers. Qui cambia genere, mantenendo però sempre la carica di irriverenza e demenzialità che aveva fatto da propellente alla sua carriera. È, anche, a modo suo, un film che metaforizza il sempiterno e mai risolto incontro-scontro tra America e Europa profonda e antica, tra il nuovo mondo e l’Inghilterra madre-matrigna da cui i padri fondatori americani dovettero fuggire. Due ragazzi made in Usa si ritrovano nella brughiera inglese, luogo quantomai denso di tradizioni letterari e filmiche sempre virate sul misterico e l’orrorifico. Difatti, andranno incontro a strane mutazioni dopo che una bestia mostruosa li ha attaccati. Uno diventerà licantropo, l’altro zombie, perfette creature da cinema di genere. Però con molti slittamenti nel buffonesco e nell’ilare in puro stile Landis grosso e grasso e pure grossolano, anche se il finale non sarà così lieto. Omaggi alla tradizione filmica dei B-movies inglesi di casa Hammer, con i loro Peter Cushing e Christopher Lee variamente in azione. Cortocircuiti tra scenari da racconto gotico Ottocento e modernismi anni Settanta-primi Ottanta. Scompensi e vuoti nei passaggi non sempre ben oliati dal registro commedia a quello drammatico. Fece sensazione allora il make up ad opera di Clive Barker. John Landis fa le prove generali del successivo Thriller con Michael Jackson, a tutt’oggi il video musicale più celebre di sempre. Film di culto (non per me però).

Bread and Roses di Ken Loach, La Effe, ore 21,10.
Ken Loach in trasferta Usa racconta di sofferenze e diritti dei messicani clandestini. Loach è Loach, prendere o lasciare. Io spesso lascio, quand’è in versione ultramilitante e predicatoria come qui. Lo preferisco quando si diverte e ci diverte, come nell’ultimo La parte degli angeli (e vedremo cosa ci farà vedere a Cannes 2014 con il suo nuovo Jimmy’s Hall). Però bisogna riconoscergli la statura del maestro: moltissimo cinema giovane di oggi, quello più attento ai disagi sociali, lo prende a modello. Attenzione, in questo film del 2000 c’è un Adrien Brody ancora sconosciuto prima dell’Oscar per Il pianista.

Le miserie del signor Travet di Mario Soldati, Rete Capri, ore 21,00.
Meraviglioso film che Mario Soldati, gran regista oltre che gran scrittore, ricavò nel 1945 da un famoso testo teatrale in piemontese di fine Ottocento. Ritratto di un piccolo funzionario pubblico, il Travet del titolo (destinato a diventare proverbiale e sinonimo della stessa condizione medio-impiegatizia) nella Torino tardoumbertina, stretto tra una moglie di alte aspirazioni e ambizioni sociali e un capo tirannico, in una sorta di prefigurazione del moderno Fantozzi di Paolo Villaggio. Un piccolo uomo qualunque diventato paradigma universale della piccolissima borghesia e dei suoi valori e modi e stili, e basti pensare a come perfino un film recente (e attualmente di inaspettato successo in America) quale l’indiano Lunchbox qualcosa debba a Travet. Con Carlo Campanini nella parte della vita, affiancato da Vera Carmi e Gino Cervi. Più un giovanissimo Alberto Sordi. Cinema remoto, educato, per cui è impossibile non provare nostalgia.

Casotto di Sergio Citti, Iris, ore 0,56.
Del ’77, è il film di maggior impatto commerciale girato da Sergio Citti, fratello di Franco attore-feticcio di Pasolini, e lui stesso a Pasolini molto vicino, sorta di Virgilio che sapeva condurlo e guidarlo nei meandri delle suburre sottoproletarie romane fornendogli informazioni e anche chiavi per captarne i valori, disvalori e linguaggi. Quella particolare lingua dei film romani di Pasolini pare molto debba alla consulenza proprio di Sergio Citti, il quale a un certo punto intraprese una carriera in proprio d’autore, realizzando un cinema popolar-periferico-lumpenproletario quasi in presa diretta con quel mondo borgataro da cui proveniva, qualcosa che non ha altri riscontri nel nostro cinema e che resta a tutt’oggi un unicum. Devo dire che io non ho mai amato granchè i film di Sergio Citti, di un pasolinismo senza Pasolini che non mi ha mai davvero convinto. Mi infastidì anche il tentativo di certa critica di farlo passare dopo la morte del regista-poeta come il suo naturale erede in cinema. I suoi estimatori però sono molti e illustri. Questo Casotto poi andò abbastanza bene anche al box office. Un affresco corale e multistorie che ruota intorno a una cabina collettiva sul litorale romano, un giorno d’estate. Una parata di corpi presentati naturalisticamente, carne offerta allo spettatore come sul banco di una macelleria di borgata. C’è molto sesso, forza tellurica che smuove il mondo e le cose e le persone. Ci sono appetiti erotici divoranti. Una coppia di nonni cerca di trovare un fidanzato per la giovane nipote incinta, un sacerdote ha un segreto da barzelletta (scurrile, ovvio), e poi due pappagalli da spiaggia, due sorelle che cercano di conquistare un austero burocrate, culturisti, voyeur. Cast pazzesco: Ugo Tognazzi, Paolo Stoppa, Mariangela Melato, Gigi Proietti, Catherine Deneuve, Michele Placido, Franco Citti, Ninetto Davoli. Più Jodie Foster (Jodie Foster!) allora reduce da Taxi Driver come nipote incinta, ovvio Più, apparizione di culto, Flora Mastroianni.

Human Nature di Michel Gondry, Class tv, ore 23,30.
La prima collaborazione tra il genio controverso Charlie Kaufman (alla sceneggiatura) e Michel Gondry (alla regia). Era il 2001, e fu un totale insuccesso. Ma di lì a non molto i due sarebbero tornati a lavorare insieme per Se mi lasci ti cancello, con esiti ai limiti del trionfale. In Human Nature una coppia di strani scienziati – lui vuol insegnare la buona creanza ai topi di laboratorio, lei si vede crescere peli ovunque come la donna scimmia di Ferreri – trova un essere umano allo stato animale. Il triangolo è costituito da Patricia Arquette, Tim Robbins e Rhys Ifans. Io adoro Charlie Kaufman (il suo Synecdoche, New York è un capolavoro), ma detesto abbastanza il cinema childish di Michel Gondry. E son dell’idea che il miglior regista per Kaufman sia Spike Jonze, per il quale ha scritto Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee. Questo film è comunque da vedere, anche perché alquanto raro.

Arma letale di Richard Donner, Mediaset Italia2, ore 21,11.
Il primo e fondativo episodio di una saga destinata a diventare uno dei maggiori successi commerciali della Hollywood tra anni Ottanta e Novanta. Anche il film che fa di Mel Gibson una star di prima grandezza e gli dar, forte del suo status, la possibilità di tentare avventure registiche non così ovvie, prima Braveheart poi The Passion. Poliziotto+poliziotto, un classicissimo dell’action qui rivitalizzato dall’accostamento tra uno sbirro testosteronico sempre al limite del’indisciplina e del ribellismo (Gibson, ovvio) e un più quieto collega con famiglia a carico e parecchia anzianità di servizio, dunque portato naturalmente alla cautela, a mediare e conciliare (Danny Glover). Il solito buddy-buddy movie però in versione poliziesca e pure un filo poliziottesca (la lezione del nostro cinema bis anni Settanta si sente eccome, nel gusto degli eccessi, della dilatazione della violenza e anche per una certa tendenza parolacciara) che incredibilmente sfondò tra tutte le platee proletaria del globo. Machismo, di cui Mel Gibson diventa incarnazione quasi iconica. Martin Riggs, sempre incazzato duro, si è fatto il Vietnam e adesso in polizia va per le spicce sordo ai richiami geraechici e disciplinari. Il riflessivo Robert Maurtagh è il suo naturale contraltare. Tutto incomincia dall’apparente suicidio di una ragzzaina. Dietro, i due scopriranno loschissimi traffici e la solita Cia deviata e cattivissima. Azione pura ad alto tasso di adrenalina, uomini in guerra in un paese e in un periodo di pace, ed è questo a funzionare e solleticare le platee maschili. Box office esplosivo.

Tony Arzenta di Duccio Tessari, Rai Movie, ore 1,05.
Cultissimo per i devoti della leggenda Alain Delon, e non solo per loro. Il poliziottesco all’italiana primi anni Settanta incontra il polar francese nobile alla Melville-Deray: ne esce questo strano oggetto filmico che è innanzitutto un vehicle per Delon (il quale, essendo il produttore, può fare quello che vuole). Dirige stranamente Duccio Tessari, che aveva lungamente miltato nel western all’italiana, soprattutto nella sua declinazione più da commedia, e che aveva fatto parecchio incursioni nel musicarello, nel peplum, però non così pratico di polizieschi. Un signor regista, anche per la cultura borghese che riusciva a impiantare nei più improbabili B-movies, cultura che era stile, eleganza, ironia. In questo noir italo-francese punta soprattutto alla massima efficacia narrativa, e ci riesce. Tony Arzenta è un malavitoso che decide di uscire dall’organizzazione e rifarsi una vita. Ovvio che metteranno sulle sue tracce un killer. Peccato che ad andarci di mezzo saranno moglie e figlia. Vendetta implacabile. Il nostro darà la caccia ai boss, su su fino alla testa della maledetta piovra. Grandissimo cast. Oltre a Delon, Roger Hanin (il cognato di Mitterrand), Carla Gravina, Marc Porel e l’icona anni Sessanta-Settanta Nicoletta Rangoni Machiavelli. Più Corrado Gaipa e Silvano Tranquilli, presenze fisse nel nostro cinema-bis di allora.

Top Gun di Tony Scott, Rai 2, ore 21,10.
Tra tutti i film del tragicamente scomparso (nell’agosto 20132) Tony Scott, Top Gun è quello che ha incapsulato il regista inglese negli archivi consegnandolo davvero alla storia del cinema, e a quello che chiamiamo un po’ pigramente l’immaginario collettivo. Film epocale, per più motivi. Realizzato nel 1986, trasforma il suo protagonista Tom Cruise – allora giovane attore promettente tra i tanti – nella superstar destinata a dominare Hollywood per almeno i successivi quindici anni, ogni film un primo posto al box office. Quando Cruise approda sul set di Scott non è uno sconosciuto, ha alle spalle almeno un teen-movie di notevole impatto sulle platee, Risky Business, ma viene anche da un colossale flop, il peretenzioso e ambizioso fantasy Legend diretto dal fratello più amato (dai critici) di Tony, Ridley Scott. La storia di Top Gun è nota. Vi si raccontano ardimenti, amori, sogni e ambizioni di un giovane pilota della scuola che addestra alle massime spericolatezze e acrobazie in volo quella che sarà l’élite dei militari statunitensi dell’aria. Il pilota è Tom Cruise, bello di una bellezza statuariamente perfetta come non succedeva dai tempi della Golden Hollywood, quella dei Gary Cooper per intenderci. Un modello maschile fatto di muscolarità e virilità sfacciatamente esibite e glorificate che è di sempre del cinema, ma che la Hollywood liberal, alternativa e engagée degli anni Settanta e primi Ottanta aveva spazzato via proponendoci i vari Jack Nicholson, Donald Sutherland, Dustin Hoffman. Top Gun, e questo segna già una rottura, non teme di tornare al passato e alla tradizione, e trova in Cuise la faccia e il corpo adatti a quest’opera di consapevole restaurazione. Restaurazione che riguarda anche, se non soprattutto, i contenuti, la materia narrata, i modi della narrazione. Top Gun, inutile girarci intorno, è un’esaltazione dell’eroismo, del soldato che non teme, dei valori arcaici del coraggio e della vittoria. Qualcosa di inaudito solo pochi anni prima, quando negli Usa e soprattutto in Europa a dominare era la cultura opposta intrisa di anti-militarismi e pacifismi, peraltro molto di maniera e di superficie. Se prima una lunga scia di Vietnam movies ci avevano detto e descritto quanto fossero infami la guerra e il combattimento, qui la prospettiva si rovescia (anche se resta un qualcosa di quella stagione nel ricordo nel protagonista del padre morto in Vietnam). Tony Scott non esita a feticizzare, con la sua macchina da presa eroicizzante ed epicizzante, le divise militari e con esse le armi, in particolare i velivoli da guerra su cui si imbarcano i Top Gun. Fusoliere lustre e allungate, ali da falco, abitacoli per uomini-macchina. Gli strumenti dell’attacco e dell’offesa baluginano davanti ai nostri occhi come giocattoli dell’infanzia promossi a totem post moderni. Top Gun segna, con il suo successo clamoroso su tutti i mercati, un’inversione nell’opinione pubbblica globale dei valori di riferimento. Quelli contestativi e ribellistici e antisistema degli anni Sessanta-Settanta lasciano il posto al culto dell’individuo vincente, in campo militare e in quello del business, che diventa semplicemente il proseguimento della guerra con mezzi finanziari ed economici, la nuova arena gladiatoria. Banalizzando, si disse che Top Gun rapresentava l’America reazionaria di Reagan che proprio in quegli anni aveva preso il potere. C’era qualcosa di più e di più profondo, c’era un cambiamento epocale (che ancora continua peraltro). Altri film avevano già recuperato l’eroismo virile (Rambo) e la divisa militare come feticcio (Ufficiale e gentiluomo), ma nessuno lo aveva fatto in forma così pura e paradigmatica come questo di Tony Scott. Tom Cruise ne esce elevato a attore-simbolo di quell’epoca e di quei valori, sarà per sempre da allora il bel ragazzo trionfante e vincente, un ruolo che oggi, a 50 anni, non ha ancora dismesso (vedi il quarto Mission: Impossible). Top Gun fa nascere una superstar e intercetta un mondo in cambiamento. Tanto basta per farne un pezzo di storia del cinema.

Il paese dei balocchi di Luca Pagliari, La Effe, ore 23,10.
Documentario che va al cuore della madre di tutte le questioni sociali di oggi, l’impossibilità di trovare, soprattutto per le generazioni nuove, un lavoro decente. Il regista Luca Pagliari segue alcuni ragazzi nella loro ricerca di un’occupazione purchessia, e ci consegna un quadro durissimo di questa Italia.

Houdini, l’ultimo mago di Gillian Armstrong, Iris, ore 21,12.
Non proprio un biopic del mago di tutti i maghi, ma solo il racconto di uno spicchio di vita, peraltro alquanto immaginato e romanzato. Houdini viene ritratto nel 1926, durante un viaggio in Scozia, allorché lancia una sfida ai sensitivi, promettendo una forte somma di denaro a chi saprà scoprire quali siano state le ultime parole che la madre gli ha detto prima di morire. Una chiaroveggente lo approccia: finiranno con l’innamorarsi. Quando uscì, era il 2007, non ebbe nessun successo. Ma questo film eccentrico e anomalo merita una visione. Con Guy Pearce e Catherine Zeta-Jones.

Diamond 13 di Olivier Marchal, Cielo, ore 21,30.
Il polar francese sta benissimo, e questo film del 2009 lo dimostra. Non sarà all’altezza dei vertici toccati negli ultimi dieci anni da altri titoli del genere, titoli ormai classici come 36 Quai des Orfèvres e Truands, ma resta pur sempre un prodotto rispettabile, dove si sente la mano del guru del nuovo polar Olivier Marchal, ex poliziotto passato alla scrittura e poi alla regia, uno che lo sporco mestiere del flic lo conosce bene. E che stavolta è produttore e autore della sceneggiatura ma non regista. Anche in Diamond 13 c’è un losco poliziotto, che è poi un attore-totem come Depardieu, con i suoi sporchi affari, tra colleghi che non sono meglio di lui e malavitosi ancora più carogne. Una fogna, come sempre in Marchal. Stavolta l’azione si svolge nel Belgio, le plat pays, tra Charleroi e Anversa, scenari brumosi e lugubri, dunque perfetti. Asia Argento è la femme fatale.

Alpha Dog di Nick Cassavetes, Mtv, ore 21,10.
Ambizioso film del 2006 del rampollo d’arte Nick Cassavetes che, ispirandosi a fatti realmente accaduti, racconta di un pugno di ragazzi della borghesia bianca losangelina dediti al crimine e a ogni possibile sregolatezza di vita. Il capo, vent’anni o poco più, è già un grosso dealer di marijuana, con mire espansionistiche e perfine egemoniche sul mercato di una vasta zona californiana. La posse che a lui fa capo è composta da ventenni ammaliati da droghe di ogni tipo, dai consumi selvaggi e dallo sciupio vistoso. Una mistura letale che produrrà veleni e tensioni e sovreccitazioni, fino al dramma. Con Emile Hirsch e il già bravo Justin Timberlake in uno dei suoi primi film importanti. Nella parte di genitori Bruce Willis e Sharon Stone. Accusato di morbosità e sensazionalismo, non ebbe il successo travolgente che autori e produttori si aspettavano, ma resta un buon film, più che vedibile in un’afosa serata estiva (con uso di climatizzatore però). Alpha Dog sta per capo, maschio alfa del gruppo.

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