ALABAMA MONROE (recensione). Il film che stava per strappare l’Oscar a Sorrentino

Alabama Monroe – Una storia d’amore (The Broken Circle Breakdown)*, regia di Felix van Groeningen. Con Johan Heldenbergh, Veerle Baetens, Nell Cattrysse. Belgio-Olanda. 20137059_1
Tra melodramma, musical e romantic comedy, la storia di Didier e Elise e della loro figlia colpita da una malattia. Siamo nel Belgio fiammingo, ma la musica che Didier ed Elise suonano e cantano è un americanissimo, meraviglioso bluegrass. Premiato alla Berlinale 2013. Premio Lux del parlamento europeo. Nominato agli Oscar 2014 per il miglior film in lingua straniera e, fino all’ultimo, il più serio competitor di La grande bellezza. Voto 720137059_2
Arriva con quasi un anno e mezzo di ritardo dalla sua prima mondiale al Festival di Berlino 2013, dove fu il più amato e votato dal pubblico nella sezione Panorama. Mi ricordo un applauso di almeno dieci minuti. Un trionfo vero, altroché. Da allora il film ne ha fatta di strada, o col titolo originale The Broken Circle Breakdown o col titolo che gli è stato dato in Francia e adesso riproposto da noi, Alabama Monroe (con l’aggiunta scema e per niente necessaria di Una storia d’amore). Premio Lux del parlamento europeo (battendo Miele di Valeria Golino). Poi nominato della cinquina finalista dei migliori film in lingua straniera, diventando il più serio e accreditato competitor di Una grande bellezza di Sorrentino.
Una rom-com, uno psycho-drama, anche un musical. Un film, tratto peraltro da un lavoro teatrale di gran successo nelle Fiandre, che mescola i generi, anche se poi tutti li scioglie in melodramma. Ci sono molti punti di contatto con il bellissimo (e anche più bello) La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli uscito da noi un paio di anni fa, ed è la malattia gravissima di un bambino, di un figlio. Là era una rara forma di cancro, qui una forma di leucemia che colpisce Maybelle, adorata figlia dei protagonisti Didier ed Elise.
Ma The Broken Circle Breakdown, più che sulla malattia e poi la morte di Maybelle, è un film su come i genitori reggano o non reggano a un trauma simile. Questa è la storia commovente e anche impietosa della costruzione e distruzione di un amore, di come una coppia possa costituirsi, consolidarsi e poi deflagrare a seguito di un lutto quasi impossibile da elaborare. In linea con i dettami correnti della narrazione per immagini, il racconto viene destrutturato, i salti spaziotemporali sono continui, la crisi di Didier ed Elise si mescola e sovrappone ai momenti del loro incontro e alla malattia della figlia, in un montaggio frenetico che ha però il gran pregio di non confondere la storia. Tutto ha un andamento sussultorio, in un su e giù, un avanti e indietro nel tempo da rollercoaster, ma ogni cosa alla fine diventa chiara e ordinata, segno che il play teatrale che ci sta dietro ha una ferrea, inattaccabile costruzione (è cosa nota che si può decostruire una narrazione quando la si sa costruire, sennò son guai).
Siamo nel nord fiammingo del Belgio. Didier è il musicista-cantante di una band di bluegrass, la parte nobile del country americano. Innamorato pazzo dell’America: capellaccio e stivali da cowboy, la voglia di metter su una sua fattoria con tanto di cavalli e altri animali, e intanto vive in un caravan. Conosce in un tattoo parlor Elise, che i tatuaggi non solo li fa ma ne è una vetrina vivente, ne ha dappertutto, compresi i nomi dei suoi ex  che, quando la storia finisce, vengono incorporati e ricoperti da altri disegni, è per Elise il modo di dire basta. Tra i due è subito sesso surriscaldato e amore. Si mettono insieme, sistemano la casa di campagna che diventerà il loro covo e rifugio e casa della vita, lei entra nella band come cantante, e saranno duetti grandiosi a sentirsi. Si sposano, nasce Maybelle, anche se lui non è così entusiasta di diventare padre, non ci aveva pensato, non l’aveva programmato, non si sente pronto. Eppure Didier perderà la testa per quella bambina, diventando un genitore amorevole come nessuno. Poi, la malattia. Quel che segue è il tentativo di tenere insieme la storia con Elise, ma sarà arduo. Ognuno per sopravvivere alla batosta avrà le sue derive e anche follie. Didier se la prenderà con i poteri politici e religiosi, colpevoli a suo dire di impedire quella ricerca sulle staminali che avrebbero potuto salvare Maybelle, Elise si rifugerà in una sorta di consolatorio neawagismo. Illusioni, deliri. Non dico ovviamente come finirà, dico solo che il film ti arpiona e non ti molla più, con i suoi avanti e indietro nella narrazione, i due formidabili interpreti, la musica che vorresti sentire ancora e ancora e ancora. A convincere poco è solo il confusissimo comizio pro-staminali di Didier (e qualcuno tra il pubblico a Berlino aveva pure applaudito).
* Questa recensione riprende in parte quella scritta dopo la presentazione del film al Festival di Berlino 2013.

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