I film più interessanti di stasera (dom. 11 maggio 2014) sulla tv in chiaro

18 film. 2 Steve McQueen, un Kitano, un Cukor, un De Palma, e ancora: Tsui Hark, Samperi, Coixet, Spike Lee.

L’amore inatteso, Tv 2000 (canale 28 dt, 18 Tv Sat, 140 Sky), ore 21,00.
19637095-700x466Antoine è un avvocato parigino di successo. Un giorno, lui laico, si ritrova a conoscere un gruppo cattolico di catechesi. Incomincia a frequentarlo, riscopre (forse) la fede. Ma non osa rivelare quella frequentazione a nessuno, non alla moglie, non agli amici. Il fatto è che nel suo giro bon-chic bon-genre essere cattolici non sta bene, la fede è vista come arretratezza culturale, qualcosa di disdicevole e sconveniente. L’amore inatteso ha il coraggio di parlarci di un tema cruciale: il disprezzo dell’Occidente, dell’Europa, verso le sue radici cristiane. Anche se poi resta in superficie e non ce la fa a scavare davvero. (qui la recensione completa)

Shame, La Effe, ore 22,50.
Ritratto glaciale e potente di Brandon, newyorkese di successo affetto da sex addiction. Un uomo come tanti, come tanti malato di frigidità morale ed emotiva. L’artista e ora regista Steve McQueen ha realizzato un film importante, allarmante. (qui la recensione completa)

Hunger, La Effe, ore 0,40.
Primo film di Steve McQueen, anno 2008, e già si capì di che stoffa fosse fatto il gigantesco (in ogni senso) regista britannico. Hunger si sarebbe anche configurato come il primo passo di una trilogia assai coerente intorno al corpo, alle sue costrizioni e alle sue torture, alle sue gabbie e alle sue lacerazioni nei tentativi di uscire da quella gabbia, composta anche dai successivi Shame e il trionfante e oscarizzato 12 anni schiavo. Film, questo, che prende la narrazione anche classica e convenzionale intorno allo schiavismo americano per svellerla e piegarla al discorso sulla sopraffazione e sulla sottomissione, sul potere e il dominio attraverso la carne, la fisicità. Pelle, muscoli, masse corporee e incorporee. Hunger, del 2008, fa lo stesso, ricostruendo la prigionia di Bobby Sands, militante dell’Ira, nel carcere nordirlandese  di Long Kesh. Un universo brutale dove l’obiettivo nei carcerieri è quello di spegnere nei detenuti ogni spirito di ribellione, nei detenuti quello di resistere a ogni costo, resistere al ricatto, alla minaccia, anche alle blandizie. Un mondo chiuso, conncentrazionario, che anticipa già quello dei campi di cotone di 12 anni schiavo, ed è strano che non siano stati poi tanti a sottolinearlo. Bobby Sands ingaggerà uno sciopero della fame in sfida al governo britannico – l’obiettivo è di ottenere per i militanti dell’Ira lo status di prigionieri politici -, ma la Thatcher non cederà, e Sands morirà. Ucciso, anche, dal peso dell’ideologia, dall’impossibilità di spezzare il contratto di fedeltà alla propria causa e alla propria parte. Il film ci mostra  la discesa verso il nulla (in)corporeo di Sands con una fedeltà e un iperrealismo che sembrano a momenti sfiorare, da parte del regista, il voyeurismo e il sadismo. Grandissima sceneggiatura: vedere l’incontro di Bobby con il prete. Non si dimentica quella cella tutta imbrattata, quasi decorata di merda dal prigioniero. Michael Fassbender si mette fisicamente in gioco fino a diventare lui stesso uno spettro che cammina. Film grandissimo, Steve McQueen è un autore grandissimo.

Seven Swords, Iris, ore 21,05.
Solo per chi, come me, ama il wuxiapian, l’avventuroso cinese con abbondante uso di arti marziali e vorticoso rotear di spade. Qui le spade sono sette, come da titolo, come i Sette samurai di Kurosawa cui il film si apparenta e come i Magnifici sette di Sturges, che di Kurosawa fu il remake hollywoodiano in chiave western. Anche in questo film made in China/Hong Kong del 2006 è di scena un manipolo di guerrieri. Sono dislocati e dispersi in un villaggio della Cina profonda del Diciassettesimo secolo, dove una legge imperiale ha proibito il ricorso alle arti marziali. Immediata la ribellione dei nostri sette, che impugneranno le spade e ridaranno vita al combattimento secondo la gloriosa tradizione. Ne esce un film sontuoso ma anche secco, preciso, impacabile com’è nello stile del suo regista Tsui Hark, gran maestro dell’action hongkonghese, il più rigoroso, il meno compiaciuto.

Omicidio a luci rosse, la7, ore 21,10.
Forse il film di Brian De Palma che preferisco, insieme a Scarface. Questo, del 1984, appartiene al suo periodo hitchockiano, difatti le citazioni – soprattutto di La finestra sul cortile e La donna che visse due volte – sono abbondanti ed evidenti. Film di genere d’autore, che trasuda da ogni sequenza amore per il cinema (un po’ come Tarantino, però molto prima di lui): per questo non si può non amarlo. Uno dei primi film di Melanie Griffith, figlia di Tippi Hedren, e anche questo è un omaggio a Hitchcock. Un attore che ha perso il lavoro per la violenta claustrofobia di cui soffre (e non si può non pensare al James Stewart bloccato dalle vertigini di Una donna che visse due volte o a quello ‘impedito’ di La finestra sul cortile) si trasferisce in un appartamento datogli da un amico soccorrevole. Comincerà a spiare la ragazza della casa di fronte, si ritroverà quasi senza accorgersene in un intricatissimo giallo. Ignobile titolo italiano, l’originale è Body Double, ‘Controfigura’.

Il diavolo è femmina, Rete Capri, ore 21,00.
Titolo italiano dell’originale e più famoso Sylvia Scarlett. Anno 1935, dirige George Cukor, interpreti Katharine Hepburn e Cary Grant. Sophisticated comedy come poche altre, anzi il paradigma del genere. Anche gran commedia degli equivoci sul travestimento e i ruoli sessuali. Sylvia Scarlett, una giovanissima Hepburn, è una ladra che per sfuggire ai suoi inseguitori si traveste da ragazzo (è l’iconica Katharine Hepburn in abiti maschili che abbiamo visto migliaia di volte). Incontrerà Cary Grant e si innamorerà di lui, con tutti i misunderstanding del caso. L’ambiguità sessuale nella Golden Era di Hollywood, trattata con la grazia e la leggerezza di cui erano capaci gli sceneggiatori di allora.

Fine di una storia, Rai Movie, ore 21,15.
Misconosciuto, trascurato film del 1999 del Neil Jordan di La moglie del soldato. Nella Londra postbellica uno scrittore incontra la donna che era stata la sua amante, e adesso tornata con il marito. Perché lei lo aveva lasciato? Incomincia da parte dell’uomo una ricerca, e la verità avrà a che fare con la fede. Tratto da un romanzo, stavolta di sentimenti, di Graham Greene, ma sempre con quell’interrogarsi e arrovellarsi su Dio, la colpa, il pentimento così suoi. Mica per niente Greene era un cattolico in terra di anglicani. Con la gran coppia Ralph Fiennes e Julianne Moore. Film dal forte sapore di inattualità, ma è questo a renderlo così interessante. Da rivalutare.

La banda del trucido, Vero Tv, ore 22,30.
Del 1977, è il secondo film con il character trucido-romanesco di Monnezza, alias Tomas MIlian con la voce di Ferruccio Amendola. E stavolta la regia è di Stelvio Massi, non più del grande Umberto Lenzi dell’episodio fondativo. Stando a quanto riportato da Marco Giusti nel suo Stracult, Milian non sopportva proprio il co-protagonista Luc Merenda.

Lezioni d’amore, Rai 5, ore 23,12.
Un maturo professore approfitta del suo ruolo per sedurre le allieve, finchè non incontra la ragazza che farà saltare il suo cinismo e i suoi equilibri. Cast di lusso (Penelope Cruz, Ben Kingsley, Dennis Hopper), una regista talentuosa, la spagnola Isabel Coixet, che sbarca in America dopo i promettenti La mia vita senza me e La vita segreta delle parole. Soprattutto, c’è Philip Roth, dal cui racconto L’animale morente è tratto il film (e la storia è così philip-rothiana da rasentare il cliché). Non tutto quaglia come dovrebbe, ma Lezioni d’amore resta un film interessante, che merita il recupero televisivo. Coixet sarà all’imminente festival di Roma con il suo nuovo film.

Jungle Fever, Class Tv, ore 20,50.
Del 1991, resta uno dei migliori film di un regista talentuosissimo eppure discontinuo come Spike Lee. È che il suo lavoro è spesso appesantito da intenzionalià didascalico-esplicative e da un furore ideologico che finiscono col mettere in ombra il puro narratore che c’è in lui. Le conosciamo, le sue ossessioni: la condizione dei neri americani e la loro mai superata subalternità, la vita devastata del ghetto, i complicati se non impossibili rapporti tra diverse etnie, massimamente tra afroamericani, italiani ed ebrei. La lucidità con cui sa illustrar, anthony quinn, class tv, venerdì 13 dicembre 2013ci queste tensioni, difficoltà, ostacoli esistenzial-sociali lo pone di molte spanne sopra la media correttezza politica di tanti registi suoi connazionali e però la sua rabbia, l’urlo che sembra sempre invaderlo, deviano il suo lavoro verso il manifesto politico. Peccato. Questo Jungle Fever è però di strepitoso interesse, trattando di un tema bollentissimo, l’amore tra un nero – un architetto socialmente ben riuscito e apparentemente integrato – e una bianca, la sua segretaria italoamericana. Le reazioni che si innescano, nell’uno e nell’altro campo etnico, sono esplosive, quella storia infrange barriere troppo consolidate, frantuma troppi tabù perché possa continuare. Se vogliamo, siamo dalle parti di Douglas Sirk, quello di Secondo amore, quello in cui le diversità sociali si oppongono alla felicità. Un Sirk che non a caso diventerà il modello e il riferimento di Fassbinder e, più recentemente, del Todd Haynes di Lontano dal paradiso. Spike Lee non ha un’immediata vocazione per il melodramma, questo suo Jungle Fever ancora una volta è più un film di un militante che di un narratore, ma non lo si dimentica. La congiunzione tra passioni e contraddizioni di pelle bianca e pelle nera produce un dramma ad alta incandescenza. Wesley Snipes e Annabella Sciorra sono i due amanti impossibili. Il monumentale Anthony Quinn è il capoclan italiano. Ci sono anche una giovanissima Halle Berry e un rampante Samuel L. Jackson.

Motorway, Rai 4, ore 23,13.
Un poliziotto giovane e molto sveglio. Un pilota che lavora per la mala che nessuno è mai riuscito a fermare. Tra di loro sarà duello. Un Homg Kong-movie adrenalinico e sporco e feroce come si conviene al noir venuto da quelle parti. Del 2012, di serie, ma con dentro tutta l’impronta dei vari maestri dei decenni precedenti, da John Woo a Johnnie To.

Il grande giorno di Jim Flagg, Italia 7 Gold, ore 23,25.
Western crepuscolare (come si diceva allora) del 1969 con il leggendario Robert Mitchum. Un pezzo di quella vecchia Hollywood tradizionale che allora stava scomparendo per lasciare il posto alla contro-Hollywood dei Mike Nichols, degli Arthur Penn, dei Dennis Hopper.

Fotografando Patrizia, Cielo, ore 0,10.
Il lancio di Monica Guerritore come stella dell’erotico italiano d’autore (o, meglio, pretenziosamente arty) dei nostri anni Ottanta. Arriverà poi la consacrazione con Sensi e Scandalosa Gilda dell’allora suo compagno Gabriele Lavia. Qui il regista è Salvatore Samperi, che di impudicizie e segreti d’alcova si era già parecchio occupato in Malizia e ancora prima nel meraviglioso Grazie zia mostrando di averci la mano, e la vocazione. In Fotografando Patrizia riprende, proprio da Grazie zia, il tabù (infranto) dell’incesto, e se là le cose erano tra zia e nipote, qui sono, più pericolosamente, fra fratello e sorella. Il tutto, ancora una volta e samperianamente, in una villa del Veneto. Patrizia torna nella casa di famiglia, dopo un lutto, per occuparsi del fratello sedicenne da sempre considerato fragile di salute e di una ipersensibilità sconfinante col patologico. Scoprirà che il demone di lui è il desiderio per lei. Sbertucciato dai critici, ma benissimo accolto dal pubblico, e Guerritore espugnò il pubblico maschile.

Romeo deve morire, Rete 4, ore 0,35.
Bellissimo tiutolo, per l’action del 2000 che ha imposto Jet Li sul mercato internazionale. Due gruppi criminali si contendono il controllo del porto di Oakland, il primo afroamericano, il secondo asiatico. Sarà guerra a colpi di arma da fuoco e di arti marziali. Con una storia d’amore tra un lui e una lei dei clan opposti, pura citazione del Romeo e Giulietta shakespeariano.

I guerrieri della notte, Rai 4, ore 0,48.
L’ho sempre amato molto, fin da quando uscì, A.D. 1979. Sensazionale film di strada di Walter Hill, ispirato nientemeno che all’Anabasi di Senofonte (a dimostrazione che le storie che funzionano sono eterne), che mette in scena la guerra urbana tra gang in una magnifica, pericolosa New York notturna. Una banda rimane tagliata fuori dal proprio territorio, per ritornarci deve riattraversare la città e le sue aree controllate da gang rivali, in un viaggio avventuroso che tiene avvinto lo spettatore e non gli dà tregua. Western metropolitano che fondò e codificò un genere influenzando soprattutto l’allora nascente videomusica e l’estetica dei videogiochi. Epocale.

Outrage Beyond di Takeshi Kitano, Rai 3, ore 1,10 (segue Outrage alle ore 3,00).
Cupissimo noir alla giapponese con decine di cadaveri, sangue a fiumi e una brutalità che al confronto Tarantino è un esempio di moderazione. Uno yakuza movie dalla trama complicatissima e apparentemente rozzo, in realtà messo in scena da Kitano con alto senso dello stile. Un Kitano che da venerato maestro quale ormai è rifà se stesso, però tornato in piena forma, e che si tiene per sé anche il ruolo protagonista. (qui la recensione completa)

La casa di Bernarda Alba, Rete Capri, ore 23,00.
Il film, o meglio il video, di uno storico allestimento per la Rai in bianco e nero (era il 1971) del drama foschissimo e torbidissimo di Federico Garcia Lorca. Un all-women dove il maschio non si materializza mai in scena, ma è evocato, desiderato, fantasticato e fantasmatizzato, in un’assenza che si fa ossessivamente incombente e pregnante. Diretto da uno dei più solidi registi tv di quella stagione Rai, Daniele D’Anza, che proprio nello stesso anno propagherà con Il segno del comando il mistero e l’orrore tra le masse degli italiani. Spagna profonda, profondissima, calda, cupa, sudata. La matriarca Bernarda Alba, rimasta vedova, impone il lutto stretto alle cinque figlie, anzi le costringe alla reclusione per anni, in uno di quei deliri mortiferi da mater mediterranea che la vita dà e la vita toglie. La madre come oscura potenza ctonia, creatrice e castrante. C’è chi si rassegna, tra le figlie, e chi si ribella. Finirà in tragedia, ovvio. Il trionfo e il tripudio degli abiti neri, l’apoteosi del corpo femminile segregato, occultato, cancellato, eppure presente, onnipresente. Datato forse, e però che succulento piatto rispetto alle sciape pietanze che il teatro d’oggidì, inteso come nuova drammaturgia, ci propina. Con un cast pazzeso. Oltre a Sarah Ferrati nel title role (eh signora mia, non ci son più attrice così), Giulia Lazzarini, Nora Ricchi, Adriana Asti, Fulvia Mammi.

Mifune – Dogma 3, la7d, ore 0,20.
Del 1999, è il terzo film del movimento ascetico-purista-rigorista danese Dogma, fondato da Lars Von Trier, che prescriveva uso di macchina a mano ballonzolante, solo luce naturale, minimo artificio e così via (il pimo Dogma-movie fu Festen di Vinterberger, il secondo Idioti di Von Trier). Da Copenaghen un uomo torna al paese natio dopo la morte del padre per occuparsi del fratello disabile. Ingaggerà un’assistente, Liva, che è in realtà una prostituta in fuga. Sarà strano triangolo. Il regista si chiama Søren Kragh-Jacobsen.

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