IL VENDITORE DI MEDICINE (recensione): livido ritratto di un’Italia corrotta e squassata dalla crisi

vdm_07_10001Il venditore di medicine, un film di Antonio Morabito. Con Claudio Santamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio.
vdm_21_1000vdm_11_10001Livido ritratto di un’Italia devastata dalla crisi e dalla perdita delle certezze. L’informatore scientifico di un’azienda farmaceutica lotta disperatamente per salvare la propria testa dai tagli selvaggi, e per farcela mette a rischio tutto, la dignità e gli affetti. Nonostante la pesantezza ideologica e certi datati manicheismi, un buon film, un altro segno di vitalità del nuovo cinema italiano. Voto tra il 6 e il 7
vdm_10_10001Un discreto, più che discreto film italiano che rischia, come altri, di passare senza nemmeno essere notato in qualche sala e poi via, subito ingoiato dal buco nero dei mai visti. Che poi si dice la distribuzione. Che signora mia è colpa della distribuzione che non ci crede, non valorizza, non ci punta. Storie. Temo invece che il vero problema, più che quello della scarsa visibilità dovuta a lancio insufficiente di copie e in un numero limitato di cinema – problema che pure sussiste, intendiamoci – sia il pubblico che, semplicemente, certi film di nicchia e poco mainstream non se li fila proprio. Perché scarica, perché streamingheggia, perché le serie di tv fan più figo e cool, perché il cinema, certo cinema che non sia quello super eroistico o fantasy, è in fondo roba da vecchi. Perché al di sotto dei 40 gli spettatori nella grande maggioranza non sono in grado di seguire e decodificare un film minimamente complesso e stratificato, così come non sono in grado di leggere e comprendere una pagina di un qualsiasi libro. Punto. E adesso passiamo a Il venditore di medicine. Il quale ha qualche difettaccio e qualche virtù, e le seconde son più dei primi. Il difettaccio maggiore è la solita indignazione ideologica e anticapitalistica e spaccatutto contro ogni cosa e persona che sappiano anche lontanamente di profitto, guadagno, plusvalore, plusvalenza. Il denaro dalle nostre parti mai che sia visto come lecito e frutto di onesto impegno e lavoro, macché, è sempre la misura di una qualche corruzione interiore ed esteriore, di una degenerazione morale, di un peccato, di una colpa ignominiosa. Farina del diavolo e sterco del demonio. Qui gli autori se la prendono contro le industrie farmaceutiche nazionali e una volta tanto non multinazionali, insomma Big Pharma – però in versione de’ noantri – che intrallazza ed è pronta alle peggio cose al fine di piazzare, tramite i cosidetti informatori scientifici, ovvero i suoi rappresentanti-venditori, i propri prodotti presso ogni medico della mutua, ogni Asl, ospedale, nosocomio, gerontocomio, clinica pubblica e/o privata. Su questo fondale discorsivo da i-borghesi-son-tutti-dei-porci, Morabito innesta però con mestiere un plot niente male, un thriller dell’anima o psicologico o se preferite morale, che si fa seguire e non ci fa cadere nelle trappole della noia. Con una regia svelta, mobile, efficace, con una macchina da presa  manovrata con abilità e però senza autocompiacimenti alto autoriali e finto autoriali, sempre al servizio della storia, dei personaggi, della narrazione. Con un ritmo da buon film americano di genere che non bada a frizzi e lazzi, che non ha zone morte e va dritto allo scopo suo.
Bruno è un trentenne e qualcosa che lavora come informatore scientifico per un’azienda farmaceutica in perenne affanno sui conti, e dunque tesa spasmodicamente ai margini di profitto, alla difesa delle quote di mercato, al taglio dei costi, e delle teste che costano e non rendono. Sua interfaccia è la capo area, jena in carriera pronta a calpestare se necessario, e per il bene dell’azienda, anche la dignità dei suoi sottoposti. Quelle livide riunioni in cui lei (una segaligna e allarmante Isabella Ferrari) maltratta, strapazza, soggioga, umilia, incita la sua squadra di venditori sono ottimi pezzi di cinema, di questo cinema italiano qui e ora, capaci di restituirci le derive crudeli anzi feroci e gli spasmi da bestia ferita di un sistema imprenditorial-industriale nazionale in crisi nera, e il dramma conseguente della perdita del posto di lavoro. Una durezza insolita nel cinema nostro, in un cinema di autori e facitori non molto attenti a quanto succede là fuori e sempre parecchio (troppo) ombelicali e autoreferenziali. Vuol dire che le scosse che stanno squassando il sistema Italia ridisegnando panorami privati e pubblici riescono finalmente ad arrivare anche nei luoghi in cui si fa cinema, ed era ora. Nei momenti migliori Il venditore di medicine mi ha ricordato, inevitabilmente, Il medico della mutua di Zampa nel suo scoperchiare i vizi del malsistema sanitario, e certe sinistre atmosfere, certi torbidi intrecci, certe patologiche collusioni dei film di Elio Petri, anche se Morabito di Zampa e Petri non ha il senso e il gusto del grottesco e della deformazione, preferendo i registri del melodramma (tutta la parte familiar-coniugale) e del cinema di denuncia civile. Per salvarsi il culo – la sua testa sta per essere tagliata per scarso rendimenti; leggi: insufficiente piazzamento dei farmaci dell’azienda presso medici di base e ospedali – Bruno è costretto a giocarsi il tutto per tutto, a tentare il colpaccio, pericoloso ma che potrebbe essere risolutivo, di convincere l’incorruttibile primario di un istituto oncologico ad adottare i suoi prodotti. Storia, quella di Il venditore di medicine, che è, a modo suo, un noir, con un main character che per salvarsi e sopravvivere deve tirar fuori la determinazione feroce dell’animale braccato, dell’uomo solo contro tutti, e lotta disperatamente come in un action-crime story o in un classico western. Morabito mantiene alto il ritmo del racconto, disegna figure e figurine molto bene (si pensi alla caposala, o alla dottoressa in procinto di sostenere un esame decisivo), con la precisione di chi quell’ambiente sembra conoscerlo davvero. I dialoghi, punto sensibile e di solito disastroso del cinema giovane italiano, suonano giusti e naturali. Claudio Santamaria conferma di essere uno dei nostri attori tra trenta e quaranta su cui possiamo contare, e susate se è poco. Partecipazioni speciali: Marco Travaglio quale odioso primario e il critico cinematografico Roberto Silvestri quale giudice.

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