Cannes: PIÙ BUIO DI MEZZANOTTE (recensione). Delude il primo film italiano a scendere in campo

01_Darken_Than_MidnightPiù buio di mezzanotte, un film di Sebastiano Riso. Con Davide Capone, Vincenzo Amato, Lucia Sardo, Pippo Delbono, Micaela Ramazzotti. Presentato in concorso alla Semaine de la Critique.
02_Darken_Than_MidnightCatania, in un tempo imprecisato tra anni Ottanta e oggi. Storia di Davide, anni 14, che tutti scambiano per una ragazza. Scappa, si rifugia tra un gruppo di ragazzi fuori margine che stazionano al parco. Il regista Sebastiano Riso guarda a modelli altissimi, da Fssbinder a Rossellini, ma purtroppo il suo film è pieno di macchiettoni e cliché usuratissimi. E tornano in mente certe cose trucido-autoriali di Aurelio Grimaldi come Le bottane. Voto 4 e mezzo
04_Darken_Than_MidnightUn altro film italiano, anzi un altro film siciliano, alla Semaine de la Critique, la gloriosa e arcignamente rigorosa e cinefila rassegna che si svolge in fondo alla Croisette, all’Espace Miramar, abbastanza lontano dal palais del cinema sede del festival ufficiale. Rassegna indipendente, orgogliosamente indipendente, e dunque, please, non confondetela con la selection officielle di Cannes 67, questo è un altro festival, anche se sempre a Cannes siamo. Dicevo: un altro film italiano, un altro film siciliano, dopo che Salvo del duo Grassadonia-Di Piazza l’anno scorso vinse la Semaine, abbastanza a sorpresa e però meritatamente. Spiace dirlo, ma questo assai atteso Più buio di mezzanotte del trentenne Sebastiano Riso, al suo primo lungometraggio, non gli si avvicina per qualità e resa manco alla lontana. Un film che occhieggia a moltissimi modelli senza sceglierne nessuno (Pasolini, Fassbinder, Truffaut, Rossellini), con una storia come sospesa nel tempo, in una sorta di contemporaneità – ci sono i telefonini difatti – somigliante però agli anni Ottanta, quando i telefonini non c’erano proprio, ma i vestitacci che vediamo nel film c’erano eccome, e pure la musica della Rettore con la canzone-feticcio qui adorata, ascoltata e cantata e ricantata AmoreStella. E così, in attesa di sentire in Le meraviglie di Alice Rohrwacher Ti appartenengo di Ambra, in Più buio di mezzanotte si sdogana la Donatella, e mi sa che questo recupero pop e molto queer & camp rischia di essere tra le (poche) cose veramente memorabili della presenza italiana quest’anno a Cannes. Riso parte con molte ambizioni, volendo raccontare la triste ed esamplare storia di un ragazzino di 14 anni di Catania, Davide, il cui aspetto assai effemminato gli crea problemi non solo fuori casa, ma soprattutto dentro, con il padre, che quel figlio di chiarissime tendenze non etero non lo sopporta proprio, mentre l’amorevole mamma piange, soffre, cerca di proteggere il pargolo dalle offese dell’esistenza (una bravissima Micaela Ramazzotti, il lato migliore del film, e definitivamente la mia attrice italiana preferita). Papà lo vorrebbe ricondurre a una forzata normalità virile, sottoponendolo dietro prescrizione di un medicastro a iniezioni supponiamo di ormoni maschili o roba del genere. Sicché Davide scappa, se ne va via, se ne va nel buio amico e un filo uterino e materno di Villa Bellini, il più grande e bel parco in città, regno la notte di una ghenga di dropout, di fuoricasta, omosessuali, travestiti, transgender, una comunità che oggi verrebbe detta con orribile compunzione politically correct arcobaleno. Vivono ai margini, prevalentemente di prostituzione. Si fanno e qualcuno si strafà. David si aggregherà al gruppo, ne condividerà le esperienze, ne verrà adottato, conoscerà vicoli, strade e bassifondi. Si innamorerà di un ragazzo, verrà sfruttato da un uomo maturo. Ora, di storie di adolescenti e di degrado ne abbiam viste. Qui oltretutto si incrocia questo archetipo narrativo con un percorso che vorrebbe essere insieme di formazione e di introduzione al sesso, e di riconocimento-patteggiamento con la propria omosesessualità. Ma sembra tutto fermo a un tempo arcaico, tutto inesorabilmente già visto, già sentito, e pure le indignazioni connesse. Il padre che non accetta e vuole il figlio masculo, la mater dolorosa che non può che piangere, e gli omosessuali che son perduti, sperduti, gente di vita assai marchettara. Riso non si decide. Vorrebbe raccontarci Davide, ma per una mezz’ora e forse più ci mostra solo i ragazzi di villa Bellini, i loro clienti, il marciume anche pittoresco che sta loro intorno, i cinemacci porno, la contiguità nel vicolo con le puttane (chissà come le classificherebbe il Leo DiCaprio di The Wolf of Wall Street). Davide vien ripreso e riposto al centro della narrazione, ma poi riabbandonato perché a prendersi prepotentemente la scena son sempre i ragazzi del coro. A un certo punto,  senza il minimo moralismo, ci si chiede se a Catania, in quella Catania, ci fossero solo ragazzi che facevan le marchette e i loro clienti, visto che non vediamo altro. Riso cita nelle sue note al film il Rossellini di Anno Zero e il Truffaut dei 400 colpi. E, tanto per non lasciare dubbi, fa cantare a Pippo Delbono (esecrabile in un personaggio esecrabile e oltretutto improbabile di viscido, turpe semipedofilo magnaccia) la canzone di Jeanne Moreau in Querelle di Fassbinder. Fa un grande scialo di piani sequenza che, si sa, fan sempre cinema alto e autoriale, e quella nel vicolo delle puttane e dei puttani dura un’eternità che neanche Anghelopoulos dei tempi belli. Condotta con gran perizia tecnica, niente da dire, peccato che i dialoghi non si possano proprio ascoltare. Riso guarda sì a riferimenti altissimi, ma a me ha ricordato soprattutto i film più trucido-autoriali di Aurelio Grimaldi, sceneggiatore di Mery per sempre e regista in proprio di quel cultissimo che è Le bottane.
Updating. Ho scoperto solo dopo aver scritto la recensione che Più buio di mezzanotte si ispira alla vera storia del catanese Davide Cordova, presenza storica della scena lgbt romana, animatore come Fuxia di molte notti del Muccassassina.

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7 risposte a Cannes: PIÙ BUIO DI MEZZANOTTE (recensione). Delude il primo film italiano a scendere in campo

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