Cannnes 2014: PARTY GIRL (recensione). Storia vera di Angélique, 60 anni, molti uomini, 4 figli e poca voglia di accasarsi

f51822fc9da2fe552bafe43aed4c11c9-700x350Party Girl, un film di Maria Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis. Con Angélique Litzenburger, Joseph Bour, Mario Theis, Samuel Theis, Séverine Litzenburger, Cynthia Litzenburger.
e652befaf3a93e33d97bfb5471da0834A Cannes imperversano i film ispirati a storie vere, fictionalizzazioni-simulazioni del reale. Come Più buio di mezzanotte, il (brutto) film italiano della Semaine. Come questo Party Girl che ha aperto Un certain regard. Angélique a quasi 60 anni continua a fare l’entraîneuse, finché un cliente la convince a mollare e a mettersi con lui. Non sarà così semplice. La protagonista interpreta se stessa e (pare) la propria storia, i figli che vediamo nel film sono i suoi (e uno è anche il co-regista). Party Girl è molto piaciuto, ma non ce la fa a essere davvero un film importante. Voto tra il 5 e il 6

Samuel Theis, uno dei registi: il film racconta la storia di sua madre

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È partito stamattina anche Un certain regard, la sezione seconda di Cannes, un po’ anticamera per talenti nuovi da testare, un po’ palestra per giovani autori, un po’ stanza degli ospiti di riguardo per film minori o ritenuti tali di registi maggiori. Che poi capita che escano da UCR cose di tutto rispetto, come l’anno scorso Lo sconosciuto del lago, oppure L’immagine mancante e Omar, entrambi poi finalisti all’Oscar per il migliore film straniero. Titolo di apertura di quest’anno è stato il francese Party Girl, firmato da una triade registica, due donne e un uomo (che è poi il figlio della protagonista Angélique Litzenberg). Molto promozionato dai francesi, molto atteso, e difatti in Salle Debussy la stampa è accorsa numerosa. Buona accoglienza, parecchi applausi. Film non trascurabile, ma, temo, troppo incerto e timido per diventare davvero un film importante. Che cavalca l’onda ormai inarrestabile del cinema che fictionalizza elementi di realtà, un cinema-finzione che attraverso la mimesi e la simulazione si pretende più vero del vero. La storia ricalca quella – anche se non sappiamo quanto fedelmente  – di Angélique Litzenberg, la protagonista. I quattro figli che vediamo son davvero i suoi. Quanto agli altri personaggi, ci dicono le note di produzione che si tratta di attori, benché non professionisti. Non mi interessa sapere quanto il film rispecchi davvero i fatti accaduti, a me interessano il film e la sua verità, soltanto la sua verità. La party girl del titolo è Angélique, più vicina ai 60 che ai 50, un viso segnato e ancora bello, la quale lavora, ha sempre lavorato, in un club di notte alla frontiera tra Francia e Germania. Ragazze che ballano al palo desnude, che si fanno offrire da bere dai clienti, che ci vanno a letto. Quelle che negli anni Sessanta e Settanta in Italia venivan chiamata entraîneuse ed eran molto temute dalle mogli dei cumenda brianzoli. Puttane? Sì, certo. Solo che Angélique si offende se le dicono puttana, lei è una party girl per l’appunto, un gradino più su, il cliente che paga lo champagne può dare l’illusione del corteggiamento, in un rituale che un po’ addolcisce il puro aspetto mercantile. Un ex cliente tedesco, minatore in pensione, le è affezionato, anzi le vuol bene anzi è proprio innamorato di lei, riesce a convincerla a mollare il lavoro e ad andare a stare da lui. Lei è perplessa, tentenna, poi accetta. Finché lui le chiede di sposarlo, e qui i dubbi di Angélique si moltiplicano. Ma dovrà decidere. Vedendo questo discreto film mi è venuto in mente un classico come Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli su un gruppo di ragazze sfrattate dalle case chiuse dalla legge Merlin (erano gli anni ’50) e che sperano, mettendo su un ristorante, di poter cambiare vita, di non fare più la vita. Non ci riusciranno. Come nei melodrammi, il passato farà valere le sue ragioni. In Party Girl siamo lontani anni luce, anzi la storia è completamente ribaltata. Angélique è felice quando lavora con i clienti, non si sente sfruttata, incomincia a deprimersi quando molla la vita di notte e si accasa con un brav’uomo. In Adua e le compagne la normalità era la meta agognata e però mai raggiunta, qui diventa per la protagonista una trappola, mentre la prostituzione (insomma, quel lavoro lì di party girl) è percepito da lei come il regno dell’autodeterminazione e della libertà, tra colleghe tutte simpatiche e carine e con un datore di lavoro tutt’altro che carogna, mica il torvo sfruttatore di innocenti fanciulle dei feuilleton di un tempo. Il film è girato alla maniera dell’80 per cento del cinema giovane d’oggi. Artificio ridotto al minimo, massimo realismo, macchina da presa mobile – a mano o a spalla – per stare addosso ai personaggi e spazzolare gli ambienti in ogni angolo e anfratto, dialoghi che mimano il vero, e spesso sono improvvisati. Attori-non attori, e Angélique come se stessa è magnifica, di quelle figure cui ti affezioni, un po’ come la Gloria del film cileno di Sebastian Lelio. La seguiamo, e a momenti ci appassioniamo, mentre lascia la vecchia vita per la nuova, e incontra i figli: quattro, avuti da uomini diversi, e dell’ultima, Cynthia, non sa nemmeno chi sia il padre. Meglio non dire come la faccenda si evolva e si concluda, sennò son spoiler. Party Girl si tiene su un registro di commedia-dramma senza mai scendere negli abissi, pericolosi ma pure fecondi, del melodramma. Sullo sfondo intravediamo i modelli alti di Fassbinder e del Pasolini di Mamma Roma, anche se qui ogni asperità di quei grandi è depotenziata e addomesticata per trarne un film non troppo perturbante. Che però almeno ha il coraggio di un finale non così happy, non così rosa.

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