Cannes 2014. LE MERAVIGLIE (recensione): l’unico film italiano in concorso è una mezza delusione (e anche più)

Le meraviglie, un film di Alice Rohrwacher. Con Sam Louwyck, Maria Alexandra Lungu, Sabina Timoteo, Alba Rohrwacher, Monica Bellucci. Presentato in concorso.
abc4b3c8169e490aad8bd7f341b9f6ba-1Cronaca familiare tra anni Ottanta e primi Novanta in un casolare umbro con padre-padrone apicoltore, moglie distrutta dalla fatica quotidiana e quattro figlie sfruttate come neanche i piccoli pakistani delle fabbriche di tappeti. Eppure il film non osa mai mettere sotto accusa quel padre despota e far deflagrare i conflitti, come sarebbe anche narrativamente interessante. Con una seconda parte (dal cammello in poi) semplicemente tremenda per confusione e incoerenza. Peccato. Voto 5+

la regista Alice Rohrwacher

la regista Alice Rohrwacher

L’attesa era grande, per questo film di una regista trentaduenne, l’unico italiano in concorso. Giungevano voci da giornalisti amici e non amici di qualcosa di molto bello, che confermava in pieno il buono che la Rohrwacher aveva fatto vedere nel suo esordio Corpo celeste. Un buzz assai favorevole che aveva investito anche la stampa straniera, Guardian e IndieWire ne avevan scritto (senza averlo ancora visto, ovvio) come di uno dei titoli su cui scommettere, una delle possibile sorprese di un festival fin troppo pieno di nomi conosciuti e collaudati. Difatti, alla prima proiezione stampa oggi alle 19 in Salle Debussy si è riversata una massa impressionante di gornalisti provenienti da ogni dove. Invece, signori miei, la vera verità è che Le meraviglie ha deluso a metà, e anche più della metà, e che alla fine si son sentiti pure dei fischi chiari e netti, i più robusti di questo Cannes (almeno fino a oggi), temperati solo in parte da qualche cauto applauso. E se domani i giornali scriveranno di accoglienza trionfale, di sicuro candidato alla palma d’oro e via con i soliti toni encomiastici, non credetegli. Non è andata così, purtroppo.
Le meraviglie ci racconta di una famiglia non così media nell’Umbria area Tuscia-Trasimeno tra anni Ottanta e primi Novanta. Padre tedesco che, si immagina, è venuto fin lì a inseguire e dar corpo a un’idea ecologista, anti-industriale e anti-capitalista, di ritorno alla fatica contadina, al lavoro della terra, all’allevamento. Moglie italiana (o francese?) che non ha esitato a seguirlo, quattro figlie, la più grande, Gelsomina, di 14 anni, la più piccola di tre anni o poco più. Si parte (cinematograficamente) bene. Alice Rohrwacher con naturalezza, e con una regia sicura e capace anche di soluzioni visive notevoli, ci introduce nella vita di questo anomalo agglomerato familiare. Tutto ruota intorno alla figura centrale del padre apicoltore, padre-padrone che in quell’avventura di campagna un po’ matta ha trascinato tutte le sue donne, costringendole a una vita di fatica e anche di privazioni economiche. Con la madre che si distrugge per tenere in piedi la sempre pericolante baracca domestica – debiti, minace di sfratto e così via – e con le figlie, a partire dall’assennata e intelligente ma purtropo succube Gelsomina, sfruttate e messe a lavorare duro con le api e a cavare il miele. Si aggiungono una tedesca trenta-quarantenne, Coco, che non ho capito se sia la sorella di papà o una sua parente o una qualche ex compagna di lotta. Più un ragazzino tedesco di 14 anni, Martin, finito nei guai per qualche crimine e dato in temporaneo affidamento alla famiglia (in cambio, in caso di buon esito, di un po’ di soldi). Non succede molto, se non la vita all’ombra di quel padre così pervasivo e così prepotente, rigido, autoriferito, anche se animato dalle migliori intenzioni. Il meglio di Le meraviglie sta nel farti respirare e sentire la cappa opprimente sotto cui Wolfgang tiene soggiogate la moglie e le figlie, sta in questo suo nucleo drammatico e nerissimo. Che però la regista non ha mai il coraggio di affrontare davvero, di raccontare davvero. Quel padre minaccioso non vien mai messo sotto accusa, anzi viene via via presentato con un’indulgenza e una comprensione che non si merita. Pur mostrandoci un piccolo inferno familiare (mai visto nel cinema italiano recente un simile sfruttamento del lavoro minorile), Le meraviglie è assai assolutorio, troppo, verso l’uomo-despota che ne è il responsabile. In una sorta di sindrome di Stoccolma cinematografica. Piuttosto che far esplodere, come sarebbe stato anche narrativamente più efficace, le contraddizioni interne, anziché far deflagrare gli evidenti conflitti sotterranei e portare a galla le sofferenze e la frustrazione, preferisce abbozzare, smussare, buttarla in commedia caruccia e garbata con qualche bizzarria surreal-autoriale. Rohrwacher non sfrutta, imperdonabilmente, nemmeno lo scontro che si apre quando la primogenita Gelsomina vorrebbe partecipare a una trasmissione della tv locale sulle meraviglie del territorio (ecco il titolo), mentre l’inflessibile genitore vi si oppone strenuamente. Da una parte il padre ideologizzato e anticapitalista e antitutto, dall’altra le figlie impitonate dallo sberluccichio di quella piccola società dello spettacolo, e con una passionaccia per Ti appartengo di Ambra. Sarebbe stato un gran bel tema da raccontare, il conflitto generazionale tra sessantottini pietrificati nel rigore ideologico e i loro figli, ma anche una simile promettente pista narrativa vien lasciata cadere e ignorata. Sicché il film, ingolfandosi per troppa indecisione, finisce con lo sbandare e il deragliare clamorosamente. Tutta l’ultima parte, dalla diretta in tv dall’isola in avanti, è tremenda, con un finale assurdo e consolatorio che grida vendetta e che uno spettatore di buonsenso non può accettare. Si abbonda in fellinismi, e anche questo non va bene. Con un cammello che sta a questo film come la giraffa (o i fenicotteri) a La grande bellezza. Quanto a Monica Bellucci, come conduttrice della trasmissione tv riesce al solito ad ammaliare, anche se, al solito, non riesce a recitare.

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18 risposte a Cannes 2014. LE MERAVIGLIE (recensione): l’unico film italiano in concorso è una mezza delusione (e anche più)

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  2. mario otto scrive:

    leggo sempre le sue recensioni perché lei c’è sempre e ovunque (quasi), e quindi ammiro con simpatia la sua determinazione, però al contempo relativizzo e se lei scrive di questo del film, che non ho visto, della Rorhwacher, sapendo che lei è molto intellettualista e un po’ ideologico, nel senso del cinephile, e quindi messo in crisi dal pop e dal mass cult, cioè dal non bourgeoisephile, mi immagino quindi che il film sarà buono e che qualcosa a Cannes strappa. Saluti anarchici

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  4. Anonimo scrive:

    “Monica Bellucci riesce ad ammaliare, ma non a recitare”. Su questo non avevamo dubbi. La domanda è: perché i giornali sono destinati a parlar bene di questo film? L’hai scritto tu, ne ho avuto la prova oggi, su Repubblica, in un articolo di Concita De Gregorio, che riesce a parlare di tutto fuorché del film. Secondo me non è piaciuto neanche a lei (o non l’ha visto), ma ha dovuto scriverne.

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  10. Roland Debonnet scrive:

    Devo ammettere che è stato perfino troppo generoso con questo filmettino mal girato e peggio recitato. Davvero incredibile il premio a Cannes. C’è proprio speranza per tutti.

    • luigilocatelli scrive:

      Sopravvalutato, miracolato, con un premio che non si meritava, ma non così ignobile (a Cannes s’è visto di peggio, in concorso e fuori). Certo se penso che i Dardenne non hanno preso niente e il film russo Leviathan solo un premio minore, c’è da rimanere basiti per il Grand Prix a Le meraviglie.

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  12. francesco scrive:

    Io ho visto e sentito il film in un altro modo… Non una cronaca, ma un ricordo, condotto attraverso gli occhi e la memoria della protagonista, colta benissimo in quell’età così sfuggente e strana che è la prima adolescenza. Se guardo indietro, ai mie ricordi di quel periodo, è proprio così che lo vedo: una serie di storie, persone, legami mai veramente chiari e evidenti, e uno spaesamento senza giudizio e critica. In questa prospettiva è errato dire che dal film ci si aspetterebbe una critica di quella situazione familiare “nera”, e che il padre non finisce mai sotto accusa: se il punto di vista è quello di Gelsomina, questo non può essere, tutto si ferma (e “deve” fermarsi) a un incongruo miscuglio di amore, indifferenza, odio, incomprensione, ricerca di attenzione… Sentimenti secondo me espressi benissimo. A questo punto si chiarisce anche il finale, con la scelta di mostrare, d’improvviso, l’ambiente svuotato di tutti i suoi protagonisti: come quando, anni dopo, si torna nel luogo della nostra adolescenza e lo si trova vuoto e nudo, privo quasi di senso e di vita.

    • Marco scrive:

      Grazie Francesco, andrò a vedere il film, hai descritto il tuo sentire in modo molto empatico e io mi ci sono rivisto.
      Anch’io sono un apicoltore attempato, e vorrei che i miei figli mi descrivessero sapendo che tutti gli errori che ho potuto commettere li ho fatti per amore (delle api e delle persone).
      E’ certo, e te lo posso confermare per esperienza, che la vita vissuta vicino alle api è un insieme di meraviglie, nel bene e nel male,che restano nella storia della famiglia e ne condizionano gli eventi.

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