Cannes 2014. FOXCATCHER (recensione) è da palmarès. Ma le donne della giuria lo voteranno?

4ac51837440f44417bfe8e6272e26150Foxcatcher, un film di Bennett Miller. Con Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller. Presentato in concorso.
193b0bf1b1ee9a583d5dad18456b0ef0Ispirato a una storia vera e nera degli anni Ottanta. Protagonista l’erede di una delle più ricche dinastie d’America, John du Pont, così appassionato di lotta libera da metter su un centro di addestramento speciale, il Foxcatcher. Ingaggia un campione, Mark, con il quale vuole vincere tutto. Finirà in dramma. Bennett Miller, il regista di Capote e Moneyball, ricostruisce i fatti restituendo benissimo il clima opprimente, claustrofobico, di controllo paranoide creato da du Pont intorno a sé. Servo-padrone. Carnefice-vittima. Tra John e Mark c’è questo, e anche dell’altro. Uno dei migliori film del concorso. Ma piacerà alla quota femminile della giuria? Voto 8 e mezzo
c3a7419b7ec1323cc7a2d3a0669eb96bUn grande film. Un grande film americano. Non so quanto davvero apprezzato qui a Cannes dalla stampa europea (e in particolare italiana), sempre restia a farsi piacere quei prodotto che vengono dalle parti di Hollywood. Secondo me il migliore del concorso fino a questo momento dopo il turco Winter Sleep. Ma chissà se la giuria a forte presenza femminile e con una donna come presidente, Jane Campion, oserà inserire nel palmarès un film che tratta di lotta libera (o greco-romana, non ho capito bene, anche perché nell’originale si parla, anche quando ci son di mezzo le olimpiadi, di wrestling e basta), con i suoi omaccioni che si brancicano e rotolano sul tappeto, e con una star dai molti muscoli come Channing Tatum, dunque sconveniente secondo il canone del cinema d’autore. Che magari poi finiscono con il premiare invece quella bufala colossale del film della Naomi Kawase in quanto cinema (pessimo) al femminile, e tremo alla sola idea. Dunque, speriamo in Refn.
Il regista Bennett Miller ci aveva già dato due cose importanti, anche se non all’altezza di questa, prima Capote – Oscar al povero Philip Seymour Hoffman – poi Moneyball, l’arte di vincere con Brad Pitt, al solito sottovalutato e semignorato dai nostri critici e critichini. In Foxcatcher Miller non si allontana poi troppo da quanto realizzato in precedenza, anzi prende e frulla parecchi punti sensibili di quei due film – la fascinazione esercitata dalla violenza, l’omosessualità sotto traccia nei rituali maschili, lo sport come nuovo gioco gladiatorio, l’ossessione della vittoria – e li riversa in un racconto basato su una storia vera. Un incredibile fattaccio di cronaca che negli anni Ottanta ha fatto molto parlare l’America, una di quelle vicende nere che intersecano l’high society, il delitto, i conflitti e le relazioni anche sessuali tra classi sociali opposte. Protagonista John du Pont, erede della dinastia dell’industria chimica, una delle famiglie più potenti del paese. Location, la villa-maniero di famiglia. Coprotagonista Mark Schultz, vincitor di un oro olimpico nel 1984 per la lotta libera e di un campionato mondiale del 1986. Storiaccia finita con un delitto, e non ditemi che è spoiler sant’iddio,che ‘ste cose stan scritte da tutte le parti. Regista e sceneggiatori di Foxcatcher si mantengono fedeli alla sostanza dei fatti, introducendo qua e là qualche necessario elemento di fictionalizzazione.
John du Pont per quello sport nobile che è la lotta, nobile ma considerato plebeo dalla sua aristocratica mamma (Vanessa Redgrave) la quale ovviamente adora i cavalli, ha una passione. Lui stesso, nonostante l’età, la pratica, ha messo su un centro di addestramento speciale, la Foxcatcher, per allevare campioni della disciplina e vincere vincere vincere. In nome della virilità, della forza, e pure dell’America. Una figura che appare discendente di molte altre già incontrate nella storia, nella cronaca, nella letteratura. I ricchi e/o gli intellettuali affascinati dai muscoli proletari e sottoproletari in una ossessione omosessuale qualche volta praticata e il più delle volte rimossa e sublimata. I posseduti del culto del corpo, tra Winckelmann e Leni Riefenstahl. I razzisti-suprematisti biancoamericani. John du Pont è tutto questo e anche altro, è un fanatico che rincorre solo i propri sogni di grandezza, un uomo travolto da un delirio di onnipotenza e di controllo totale sui suoi sottoposti, un quasi psicopatico di cui Steve Carell, totalmente irriconoscibile e come deturpato, mostrificato dentro e fuori, dà un’interpretazione di cui qualcuno si ricorderà nella award season. Per il suo team vuole il meglio, vuole tutto. Per questo contatta il campione olimpionico Mark Schultz, un giovanotto che se la passa appena discretamente in un qualche buco sperduto dell’America, e che ha nel fratello maggiore Dave, pure lui ex campione di lotta, il suo sostegno, il suo allenatore, il suo mentore, il proprio padre sostitutivo. Dave si oppone a quel trasferimento nei possedimenti di du Pont, ma l’offerta, anche in denaro, è troppo allettante perhé Mark possa rinunciare. Diventerà subito il pupillo del padrone e forse qualcosa di più (di omosessualità non si parla mai, ma di allusioni ce n’è più d’una, come quella convocazione notturna per un allenamento a due). La sceneggiatura mette a fuoco con precisione e insieme con estrema finezza la relazione tra i due uomini, giocando – forse per necessità – di sottotesti e sottintesi e allusioni, come in un Losey-Pinter d’annata. Servo-padrone. Carnefice-schiavo. Mentore-pupillo. Padre-figlio. Con il maturo du Pont che ha tutto, ma non ha la trionfante fisicità di Mark, che cerca di assicurarsi assoggettandolo e possedendolo. Sembra andare tutto al meglio, Mark come membro della Foxcatcher vince la medaglia di campione del mondo. Poi la decadenza. L’evidente nevrosi di Du Pont si trasforma in una sorta di disturbo bipolare, Mark viene introdotto alla cocaina, il rapporto si deteriora, Mark si sente trascurato, abbandonato, forse tradito. Tanto che du Pont chiama al castello Dave, anche se l’ha sempre detestato (cordialmente ricambiato, peraltro), sperando che almeno lui possa recuperare Mark. Non dico altro. Si resta col fiato sospeso a seguire i su e giù di questa incredibile storia a due e poi a tre, questo thriller dei corpi e delle anime, questo gioco del possesso, del controllo, della manipolazione. Finirà in tragedia. Sceneggiatura semplicemente formidabile. Regia di quelle senza esibizionismo, che non si mostrano, che stanno nascoste dietro un apparente anonimo mestiere. Invece Miller non sbaglia niente, non una scena, non un tono, non un dialogo, con pochi tratti sa suggerire un mondo, un personaggio, si pensi solo alla madre di John du Pont e a quella simbolica vetrina dei trofei. Alla madre basta niente, basta un’occhiata alla palestra, agli allenamenti dei lottatori, basta uno sguardo rivolto a Mike, per capire tutto e subito. Bennett si conferma, dopo Capote e Moneyball, eccellente direttore di attori. Di Steve Carell, stupefacente, si diceva. Channing Tatum conferisce a Mark finezza e sensibilità celate sotto quei modi rozzi e bovini. Mark Ruffalo è il lucido, tagliente fratello Dave. C’è anche una signora del gossip glamorous come Sienna Miller, così dimessa e qualunque come moglie di Dave da essere irriconoscibile.

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