Cannes 2014, STILL THE WATER di Naomi Kawase (recensione): una delle esperienze peggiori del festival, un film che si vuole alto-autoriale e che sprofonda nel kitsch

3876a79092ac7311645bbc8a65530e21Still the Water (Futatsume No Mado), un film di Naomi Kawase. Con Nijiro Murakami, Jun Yoshinaga, Miyuki Matsuda, Tetta Sugimoto, Makiko Watanabe. Presentato in concorso.
23fb2ff3c233f1ece7b4cf291ce443d1Facciam tutti parte di un ciclo cosmico, siam tutti figli della natura e alla natura ritorneremo: una filosofia spicciola che questo film di altissime pretese cerca di illustrare, finendo con lo sprofondare nell’imbarazzante. Mari in tempesta, cieli rannuvolati, tramonti, tifoni. Destini umani pensosamente raccontati. Nulla ci viene risparmiato. Un trionfo di kitsch involontario e purtroppo neanche divertente. Voto 3
2c104f53676bfcdc9ad2b7f22b9adf00Una delle peggiori eperienze di questo festival, oltretutto interminabile, le solite due ore e passa. Dopo averlo visto mi chiedo come abbia fatto la sua regista, la giapponese Naomi Kawase, a ritagliarsi una solida fama di cineasta d’alta gamma nel circuito dei festival, tant’è che Locarno le ha dedicato se ricordo bene un paio di anni fa una retrospettiva e l’anno scorso la signora stava addirittura qui a Cannes in giuria accanto a Spielberg. Quest’anno per lei il concorso. Still the Water l’ho detestato, e non cordialmente. Per un’ora mi sono sforzato non dico di farmelo piacere, di vederci qualcosa di degno, perfino di nobile. Perché lo stile di Kawase è ingannatore. Terso, pulito, delicato, almeno così sembra a un primo vedere. Si vola altissimo, in compagnia dei discorsi sulla vita e sulla morte, e di concioni – di parole e d’immagini – sulla natura che tutto sovrasta e tutti ci ingloba, e l’acqua che è la madre di tutto ecc. ecc. Finché, sopraffatto da tanto lirismo e ponsosità, ho ceduto di schianto e ho cominciato ad arrabbiarmi, addivenendo alla banale conclusione di trovarmi di fronte a una bufala colossale, di quelle peggiori in quanto travestite di sussiego arty e ricoperte dalle stigmate del finto capolavoro. Un “signora mia facciam tutti parte del ciclo cosmico” che forse si rifà alla tradizione scintoista (dico forse, perché io di religioni d’Oriente non ci capisco, e non ho mai trovato la minima spinta a capire peraltro), forse vuol rifare The Tree of Life, ma sprofondando nel kitsch, e neanche voluttuosamente, nenche divertendosi e divertendoci. Si nasce, si muore, e quando si muore lo spirito si installa presso qualcun altro, e insomma in fondo non si muore proprio. Per illustrare questa filosofia assai spicciola da conversazione notturna di passeggeri insonni in uno scompartimento ferroviario, Naomi Kawase non si ferma davanti a niente, cinematograficamente parlando. Nuvole che corrono in cieli perturbatissimi, mare in tempesta con onde distruttrici, tifoni, tramonti sulla spiaggia abbastanza cafoni, tramonti inquadrati attraverso secolari banani, vecchi pescatori on the beach che concionano e filosofeggiano, canzoni e balli popolari (un filo animisti m’è parso di capire), sgozzamenti di capretti e agnelli con relativi fiotti di sangue (e gli animalisti in sala inorriditi, povere anime, sensibili come sono, che bisogna stare attenti a fargli vedere certe cose ai festival). In più, a illustrare il Kawase-pensiero, ci sono un bel po’ di umani. Vivi e anche morti. Difatti si comincia col ritrovamento sulla spiaggia di un cadavere dalla schiena tatuata (uno yakuza?), a sottolineare che è l’acqua la nascita e la fine ecc. ecc. Sembrerebbe per un attimo che i due ragazzini protagonisti, una lei e un lui dalle lunghe ciglia compagni di classe, vogliano indagare sul misterioso annegato, e dunque si spera in un bel thriller, per quanto autorial-giapponese. Invece no, eran solo illusioni. Kawase si sbarazza subito narrativamente del cadavere e punta purtroppo sui due ragazzi e le loro famiglie. Lei ha un padre adorabile, di mestiere ristoratore, mentre mamma è afflitta da un grave male che tra poco la porterà alla tomba. Il che è l’innesco dei suddetti discorsi sulla morte, che sarebbero anche degni di interesse se non sprofondassero nell’imbarazzante e nell’inconsapevole, però colpevole, ridicolo. La morte della madre con tanto di danza e canti intorno, con lei che partecipa come può muovendo le mani è quanto di più pornografico abbia visto di recente, per l’impudicizia con cui pretende di rappresentare la morte dolcificandola e ideologizzandola. Il ragazzino invece ha dei problemi per via del divorzio tra mamma e babbo, e alla mamma rimprovera tacitamente ed edipicamente di avere storie con altri uomini. La ragazzina vorrebbe tanto fare l’amoro con il molto cigliuto compagno, ma lui macché. Che sia gay? No, sono i problemi irrisolti con mamma. Il film ha il torto anche di non finire mai, di inanellare ultime scene che non sono mai tali perché poi ne arriva subito un’altra e non se ne può più. E sono ancora scrosci di pioggia, mari in tempesta, saggezze dispensate dal vecchio pescatore, tramonti e tramonti e tramonti. Mai venuto in mente a Naomi Kawase che filmare tramonti è un lenocinio estetico? Siccome continua a essere forte qui a Cannes il buzz secondo qui quest’anno la Palma dovrebbe andare a una donna, e visto che le registe in concorso sono solo due, Alice Rohrwacher e appunto Naomi Kawase, c’è da aver paura. Comunque, se palma rosa ha da essere, che sia Rohrwacher, la meno peggio delle due.

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