Cannes 2014. THE SEARCH di Michel Hazanavicius (recensione). Il regista di The Artist tenta con il cinema engagé e le grandi cause, ma fallisce clamorosamente

The Search, un film di Michel Hazanavicius. Con Bérénice Bejo, Annette Bening, Maxim Emelianov, Zukhra Duishvili, Abdul-Khalim Mamatsuiev. Presentato in concorso.
11c22276b4a26bc18d252c713a126fbfGuerra di Cecenia, anno 1999. Un bambino disperso, un ragazzo russo arruolato e mandato al fronte senza che quasi se ne renda conto, un’attivista umanitaria della comunità europea, la sorella del ragazzino disperso che cerca di rimettere insieme quel che resta della famiglia. La cosa importante di questo film è che ci ricorda uno dei conflitti più sanguinosi della recente storia europea. Peccato che ricorra ai più vieti e ricattatori cliché melodrammatici. Voto 3
5dcbd49aa15fc672f5ccb8b638cb41bdDopo aver visto questo pessimo The Search viene il dubbio, anzi la quasi certezza, che sul precedente film di Hazanavicius The Artist ci siano stati parecchi equivoci. Scambiato chissà perché per un capolavoro al punto da arrivare a vincere l’Oscar come migliore film, era in realtà un prodotto furbo, furbissimo, che sfruttava al meglio l’ideuzza del silent movie. Non per dire l’avevo detto, ma l’avevo proprio detto e scritto (se avete voglia, andate alla mia recensione di The Artist). Si vedeva già allora chiarissimamente di come Hazanavicius fosse un abile confezionatore di storie mainstream lontane da ogni complessità e un utilizzatore di un’estetica laccata e di superficie, per quanto abilmente maneggiata. The Search lo conferma clamorosamente. Due ore e mezzo per raccontarci vite e destini nella bufera della seconda guerra di Cecenia, anno 1999, prendendo lo spunto e riciclando il plot da un vecchio film di Fred Zinnemann, Odissea tragica, ambientato nella Germania post-bellica. Che il regista francese abbia voluto ricordarci uno dei più peggiori conflitti della recente storia europea è buona e lodevole cosa, conflitto che è stato anche il primo tentativo (riuscito) da parte di Putin – allora solo primo ministro con Eltsin presidente – di mostrare i muscoli e rispristinare il vecchio sogno imperiale russo. Riconosciuto questo ad Hazanavicius, bisogna anche dire che il film è di una ovvietà narrativa fastidiosa, personaggi mai dotati di vita proprio ma solo incarnazioni di istanze, grucce su cui appendere le grandi issues, e allora ecco il bambino innocente travolto dalla guerra (come in Germania anno zero e L’infanzia di Ivan), il bravo ragazzo addestrato a fare il soldato-carnefice, la coraggiosa attivista umanitaria, e via così. Tutte funzioni del Grande Discoso di Denuncia, mai caratteri pulsanti davvero. Anche le loro traiettorie sono di massima prevedibilità, dovendo piegarsio all’esemplarità e all’intento pedagogico. Con un sovrappiù di buoni sentimenti da rischio di overdose zuccherina per lo spettatore, e manicheismi, e semplificazioni di faccende alquanto complesse politicamente e geopoliticamente, e un sapore deamicisiano qua e là senza però il talento travolgente di De Amicis. Assistiamo a parecchie scene di brutalità russa sulla popolazione civile inerme, tutti i ceceni sono sospettabili e sospettati di terrorismo, anche le donne e i bambini, e dunque tutti nemici agli occhi degli occupanti (certo, oltre a stigmatizzare e condannare giustamente la ferocia dell’esercito di Mosca, qualche accenno alla deriva islamista che allora cominciava a prodursi in campo ceceno si sarebbe dovuto fare). Ma le buone intenzioni non fanno necessariamente i buoni film, lo sappiamo fin troppo bene. La prima scena è un’esecuzione di civili da parte di alcuni soldati. Vediamo poi un bambino di nome Timur che cerca di salvare se stesso e il fratellino di pochi mesi. Ma non ce la farà, lo lascerà a una famiglia, e lui, il fratello maggiore, cercherà di sopravvivere da solo. Non parla, non comunica. Solo una giovane donna, a Grozny in rappresentanza della commissione diritti umani della comunità europea, riuscirà ad avere un po’ della sua fiducia, lo ospiterà in casa, lo aiuterà a ritrovarsi. Intanto, la sorella grande ha recuperato il fratellino abbandonato e si mette in cerca di Timur (qualcosa di simile succedeva anche in The Impossible, il fim spagnolo sul dopo-tsunami). In parallelo, seguiamo un ragazzo russo finito, per evitare guai con la giustizia, nell’esercito e il suo reclutamento per la guerra cecena. Segmento narrativo alla Full Metal Jacket che serve a illustrare ancora una volta la brutalità dei russi, ma che non c’entra niente con le altre tracce del racconto. Uno di quei film talmente pieni di sofferenze e disgrazie da essere ricattatori, che ti fan sentire un mostro se appena appena non spargi la quantità minima dovuta di lacrime. Bérénice Bejo nella parte dell’attivista naufraga nel mare di melassa, meglio Annette Bening come una rude veterana degli interventi umanitari. Il tutto, ricordo, per due ore e e mezzo interminabili.

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