Cannes 2014. SILS MARIA (recensione): Assayas rifà il melodramma per signore alla Bette Davis

ce27ad1504756e19fc96c959bb195ffcSils Maria, un film di Olivier Assayas. Con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz.
5b6e14216e27e6ea6284f69397b096d6Un’attrice torna a teatro nella pièce che vent’anni prima l’aveva lanciata, ma stavolta nel suo ruolo di allora c’è una giovane rampante attrice. Mentre a lei tocca la parte della matura signora che della ragazzina si innamora disperatamente. Assayas ripropone le atmosfere di certi classici melodrammi hollywoodiani per signora, e lo fa con molta classe, molta eleganza, molto amore per il cinema. Peccato solo per qualche lacuna di troppo nella sceneggiatura. Voto 7 meno
c09f8b3e2901bede558d792a964c9c31Non mi aspettavo granché da Olivier Assayas, dopo la parziale delusione del suo precedente Aprés Mai sui postumi del maggio francese. Invece questo morbido, sinuoso, sottile psico-melodramma è una buonissima sorpresa, un omaggio ben riuscito, anche se con qualche lacuna di sceneggiatura di troppo, al grande cinema classico hollywoodiano per signora, quello delle Bette Davis e delle Joan Crawford, delle Katharine Hepburn e delle Rosalind Russell. Con rivalità femminili serpeggianti ed esplodenti, nevrosi sopra e sottotraccia, e il mestiere d’attrice a catalizzare paure, angosce, a ridestare fantasmi del passato, a materializzare mostri dell’inconscio. Prima parte perfetta, poi la seconda troppo dilatata, e indecisa sul percorso da prendere, ma alla fine si resta soddisfatti di quest’opera che sa contemporaneizzare astutamente parecchi generi tradizionali anche abbastanza desueti (son cose che di solito pratica solo Almodovar, in tutt’altri modi però rispetto ad Assayas). Un’attrice di teatro e cinema, Maria Enders (Juliette Binoche), e la sua assistente-segretaria (Kristen Stewart), stanno andando in Engadina a Sils Maria, d per un incontro con il commediografo grazie al quale vent’anni prima Maria è diventata famosa. Il personaggio era quello di Sigrid, una ragazza che portava alla disperazione per amore e poi al suicidio una donna più grande di lei, ricca e socialmente affermata. Titolo, Il serpente della Maloja, da un particolare, e inquietante, fenomeno meteorologico che ogni tanto si palesa da quelle parti delle Alpi. Un play con delle profonde consonanze cona Le lacrime amare di Petra Von Kant di Fassbinder. Da tempo si parla di un sequel, ma il commediografo, proprio mentre l’attrice sta per raggiungerlo in Svizzera, muore, ufficialmente per un infarto, in realtà suicida. A Maria intanto arriva la proposta di un giovane regista di riprendere Maloja Snake in teatro a Londra, ma stavolta nella parte della perdente, la quarantenne innamorata della ninfetta Sigrid. La quale sarà invece interpretata da una giovane attrice di Hollywood più celebre per i suoi oltraggiosi comportamenti pubnlici e le sue turbolenze private che per i suoi film, diciamo una specie di Lindsay Lohan (è Chloë Grace Moretz). Maria è perplessa, ha paura, accettare significa anche dichiare quanto tempo sia passato da allora e quanto sia invecchiata. La spinge ad accettare la sua assistente, la sua ombra, una ragazza assai intelligente che sembra però nascondere qualcosa (è la Kristen Stewart di Twilight, vi assicuro bravissima). Intanto con lei ha raggiunto Sils Maria in Engadina, dalle parti di Sankt Moritz, dove viveva il commediografo, dalle parti di Sankt Moritz, luogo già amato da Nietzsche e carico di infinite suggestioni letterarie. Il soggiorno a Sils Maria si trasforma in periodo di studio e di prove, con la segretaria a simulare la parte di Sigrid. Lunghe passeggiate nei boschi insieme e tra le montagne sopra il paese, ambiguità tra le due. Finché un giorno Maria rischierà di perdersi in montagna e di morire. La rivediamo a Londra, durante le prove di Maloja Snake, con la giovane rivale venuta da Hollywood, e ci saranno eventi imprevedibili. Il film non si scatena mai in aperto melodramma, Assayas preferisce le allusioni, i veleni sottili eppure micidiali, le ombre e le penombre, l’evocazione dei fantasmi inconsci. Ha qualche esitazione di troppo in certi snodi narrativi che pure dovrebbero essere cruciali (chi era davvero l’assistente-segretaria e perché a un certo punto scompare dal film?) e il finale non ci dà le risposte che ci si aspetta. Ma i personaggi sono costruiti con grande sapienza e finezza, compresi quelli collaterali, come la vedova del commediografo (la gloriosa Angela Winkler di tanto cinema tedesco anni Settanta), la giovane attrice, il suo boyfriend scrittore. Ci vuole molto amore per il cinema per realizzare un film così esatto nelle atmosfere, così elegante e anche così ambiguo. Nelle riprese dei paesaggi alpini si sente l’eco dei bergfilm tedeschi tra le due guerre, e lo stesso titolo è un omaggio al documentario del 1924, Il fenomeno del Maloja, girato da uno dei pionieri del genere, Arnold Fanck.

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