Cannes 2014. LONTANO DA MIO PADRE (recensione): l’incesto padre-figlia di un film israeliano turba stampa e pubblico

Lontano da mio padre (Loin de mon père – That Lovely Girl), un film di Keren Yedaya. Con Maayan Turjeman, Tzahi Grad, Yaël Abecassis, Tal Ben Bina. Presentato a Un certain regard.
2dbc644a5061a4a1966a8c9e55668951Moshe ha cinquant’anni, Tami una ventina. Li vediamo nel loro vivere quotidiano, in una relazione di amore e brutalità. Scopriremo presto che sono padre e figlia. Un film che sarebbe potuto essere importante, ma che purtroppo perde di vista il suo nucleo bruciante e si perde. Voto 5 e mezzo

d718d625437a6caba64b42ba73c6a3a7Stavolta l’usurato e abusato aggettivo disturbante è necessario. Disturbante lo è davvero, questo film di una regista israeliana che proprio a Cannes si era fatta conoscere una decina di anni fa con Or, e poi autrice di un’anomala storia d’amore, Giaffa, tra una ragazza ebrea e un meccanico palestinese. La sua vocazione per le trame che stanno ai bordi della corrente la conferma tutta anche in Lontano da mio padre. Dove vediamo una ragazza non bella ma di una sua forte, naturale carnalità, e un po’ sovrappeso, muoversi indolente in una casa qualsiasi di Tel Aviv. Vediamo un uomo più grande di lei dormire con lei, lavarsi i denti mentre lei se li lava, fare l’amore con lei. Vediamo i due al ristorante, con lui, Moshe, che indica la ragazza a cameriera e clienti come sua figlia. Pensiamo sia la solita bugia dell’uomo di mezz’età per coprire e mimetizzare la storia con una ventenne. Invece no. Sono davvero padre e figlia. E sono amanti. O, se preferite, coabitanti more uxorio. Davvero Moshe e Tami vivono, dormono, fanno l’amore in quella casa come marito e moglie. Quando lei ha le sue frequenti crisi di bulimia, o si incide le braccia in atti ripetuti di autolesionismo, o semplicemente appare incazzata e ingrugnita, lui s’arrabbia e la punisce brutalizzandola e sodomizzandola. Ma, e sta qui il lato oscuro di questa storia, lei è anche gelosa del padre-amante, forse vorrebbe scappare ma non lo fa, vuole il suo padre-padrone-uomo solo per sé e quando Moshe le porta in casa una fidanzata allora sì che Tami scappa.
L’intuizione di raccontare un incesto padre-figlia come una relazione mostruosamente normale, in una quotidianità banale che sembra quella di infinite coppie (fare colazione insieme, cenare insieme, stravaccarsi insieme a guardare la tv, annoiarsi insieme) è potente, e fin quando Lontano da mio padre si attiene a questo ménage a porte chiuse ci fa salutarmente stare male, ci turba e disturba, e ci fa pensare che un film importante si stia srotolando sotto i nostri occhi. Non è così, purtroppo. La regista sbanda rispetto a quello che dovrebbe essere il suo punto di riferimento, annacqua il nocciolo oscuro della storia, irradiante una forza ancestrale, da tragedia classica, da miti tribali, con cattivi psicologismi da talk show o da rivista femminile (e anche da quotidiano, se è per questo). Le crisi di bulimia e l’autolesionismo fan parte di quella costellazione di fenomeni cui le psicologhe da strapazzo son use ridurre fenomeni di massima irregolarità e devianza come l’incesto padre-figlia. Per non parlare di quando la poveretta scappa di casa la notte di Pesach e finisce con il farsi quattro ragazzotti una dopo l’altro sulla spiaggia. Per non parlare, ancora, della tizia tipo militante della casa delle donne maltrattate che la prende sotto la sua ala e la spinge ‘a prendere coscienza’. Ci son troppe cose inutili e vacue intorno al nucleo bruciante di questo film. La regista sceglie uno stile disadorno e senza frilli, perfettamente omogeneo all’anonimità sordida di quello strano ménage familiare. Ma quel che manca è una sceneggiatura coerente, è una drammaturgia che dosi esplosioni e implosioni emotive, è la non capacità di restituire credibilmente la complessità e l’ambiguità della protagonista.

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