Cannes 2014: BIRD PEOPLE (recensione). Uno dei migliori film del festival. E uno dei più sottostimati

1f9154e688d7eda33a85b89be17dcec8Bird People, un film di Pascale Ferran. Con Anaïs Demoustier, Josh Charles, Roschdy Zem, Camélia Jordana, Akela Sari, Radha Mitchell, Hippolyte Girardot. Presentato a Un certain regard.
01b14b881671e25012af1afd95d24152In un hotel vicino all’aeroporto di Parigi-Roissy si sfiorano, senza mai compenetrarsi, più storie e più vite. In primis quelle di un businessman americano e di una room maid francese. Poi succederà qualcosa di assai strano che scaglierà il film in un dimensione surreale, forse onirica, forse soprannaturale. Qualcosa che ha a che fare con le metamorfosi uomo-animale. Ma questo non è un film fantastico, è semmai un film di esplorazione. Del cinema e non solo. Una delle cose più interessanti viste a Cannes. Voto 8
5ccb5ab2fdb74fb1a89cf212ac3c08c1Di quei film che o li ami o li odi. Mi colloco nella prima categoria. Questo, signore e signori, è un gran film, uno dei migliori di tutto il festival, e per tutto intendo la Sélection Officielle – concorso e altri rami collaterali – con l’aggiunta di Quinzaine e Semaine. Eppure snobbato in sede di palmarés di Un certain regard, la sezione in cui è stato presentato, e ho l’impressione che tra gli italiani a Cannes in pochi l’abbiano apprezzato. D’altra parte la regista Pascale Ferran, che pure ha vinto un bel po’ César con il suo film del 2007 precedente a questo, una versione di Lady Chatterley molto lodata, da noi non è granché conosciuta e credo (se mi sbaglio mi corriggerete) che niente di suo sia mai uscito nelle nostre sale. Altra cosa in Francia, dove è autrice rispettata, tant’è che in platea in Salle Debussy per la proiezione di Bird People c’erano parecchi famosi, compresi Costa Gavras e Lambert Wilson, e mentre si era in fila per entrare si avvertiva l’attesa e l’eccitazione di molta stampa parigina. Di sicuro non è un prodotto medio, e immagino abbia spiazzato per l’eccentricità anche certi conterranei pur entrati in sala ben disposti.
Non sai come prenderlo, Bird People, non sai come classificarlo. Ma questa irriducibilità a un qualsiasi schema è anche il suo bello. Un film che intuisci essere libero, felicemente anarchico e pazzoide nonostante la confezione impeccabile e iper professionale, perfino austera, senza la minima sbavatura, né quelle giravolte della macchina da presa e quelle sfasature narrative di tanto cinema giovane e giovinastro. Con la folle invenzione di un passero che a un certo punto si fa protagonista e agisce e pensa, e noi vediamo la realtà attraverso di lui, e non si può non ricordare Uccellacci e uccellini di Pasolini, anche se le analogie qui si fermano, all’attribuzione di un pensiero, di una coscienza, fors’anche di un’anima, a un minuscolo uccello, ché poi il film va da tutt’altra parte (e la parentela è forse più stretta con Cat People di Paul Schrader). Si parte con una sequenza magnifica, tra le più belle che mi sia capitato di vedere ultimamente al cinema. Su un treno extrametropolitano, in corsa da Parigi verso l’aeroporto Charles de Gaulle-Roissy, la macchina da presa indaga e perlustra lo spazio e i passeggeri, divagando dall’uno all’altro, mostrandoci cose di ordinaria quotidianità che tutti vediamo su una qualsiasi metropolitana o treno di pendolari, solo isolando di volta in volta le facce e svelandone in voice over i pensieri. Anche quelli di massima medietà eppure a modo loro straordinari. Ferran è così brava da darci l’impressione di penetrare in vite sconosciute, di togliere il velo a ciò che tutti, ogni giorno, vediamo, ma resta inaccessibile. Tra i passeggeri c’è anche Audrey, studentessa che però lavora come room maid nell’Hilton che s’affaccia sull’aeroporto, ed è lì che sta andando. Lì prende intanto una camera l’americano Gary, tra i trenta e i quarant’anni, di passaggio a Parigi e in attesa di partire l’indomani per Dubai per una decisiva riunione d’affari. Lavora in una web company o un qualcosa della sfera digitale, della quale è anche socio. Ma non ce la fa a dormire, scende nella hall, scambia qualche parola con il portiere di notte (di cui più tardi conosceremo la storia), risale, fuma una sigaretta, prende una decisione che cambierà radicalmente la sua vita. Tutto in una notte, come per il protagonista di Locke, con cui presenta una qualche affinità. La sua traiettoria non si intersecherà con quella di Audrey, i due si sfioreranno solo, perché l’intenzione – immagino – di Pascale Ferran non è di costruire un racconto lineare, piuttosto di disegnare una mappa con più soggetti e più storie, e più poli e hub narrativi, dov’è l’insieme che tutti li raccoglie e incorpora a dare loro un senso, e non le interazioni tra loro. Rivediamo Audrey in hotel al lavoro passare di camera in camera, discutere con un ottuso superiore che le vorrebbe allungare l’orario, e intanto la mdp ci mostra piste, decolli, arrivi, torri, svelandoci la bellezza fredda e cosificata di quell’immenso non-luogo. Poi la strana svolta del film. Audrey, mentre è sul tetto-terrazza dell’hotel, cade a terra, tra uno stormo di passeri che le cala addosso e intorno. Da quel momento il protagonista diventa un passero, lo seguiamo mentre vola dal cornicione al davanzale di una finestra, mentre contempla l’aeroporto, mentre si introduce nella camera di un disegnatore giapponese. Ora, ci si spuò sbizzarrire in varie interpretazioni. 1) Audrey si è trasformato in un uccello; 2) Audrey sta sognando, e si sogna trasformata in passero; 3) né l’una né l’altra cosa, il passero è solo un altro soggetto, un altro portatore di storie, aggiuntosi agli altri personaggi del film per comporre la tela della narrazione. Io ho pensato al sogno, ma potrebbe trattarsi anche di metamorfosi, di un ibrido, come suggerisce il titolo, e anche come si lascia anche intuire nelle note di presentazione del film. Il bello è che questo scarto, e scatto verso l’ignoto e lo stravagante, viene operato dalla regista con grazia e naturalezza, e senza la minima pesantezza cerebral-autoriale, senza metaforizzare e simboleggiare. Mai per un momento si rimane sbigottiti o irritati. Si passa in una dimensione surreale, o forse soprannaturale, chissà, come se fossimo stati accompagnati soavemente oltre una soglia. Non sto a dire come il racconto si sviluppi intorno ai suoi personaggi, umani e animali, e forse umani-animali. Si esce però dal film felicemente perplessi e straniti. Thierry Frémaux, il delegato generale del festival, nel presentare Bird People in Salle Debussy, ha parlato di cinema che esplora e batte strade sconosciute. Credo proprio avesse ragione, ed è il motivo per cui questo film va almeno rispettato, se proprio non ce la si fa a volergli bene.

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10 risposte a Cannes 2014: BIRD PEOPLE (recensione). Uno dei migliori film del festival. E uno dei più sottostimati

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  7. sara scrive:

    sei proprio un rincoglionito

    • Luigi Locatelli scrive:

      e tu pure peggio. che il fillm non l’hai neanche visto (mai uscito in Italia, e escludo che tu l’abbia visto al festival di Cannes o che sia andata a scovarlo in qualche piattaforma digitale), e allora come ti permetti? Smettila di trollare, che ti fa male, e dedicati a qualcosa di utile per la collettività. Tipo spazzare i marciapiedi ecc.

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